Libia, una trama politico-militare sempre da “film”: dalla presenza di mercenari russi in ausilio ad Haftar, ai droni americani, alla chiusura dei confini con il Ciad

Di Giusy Criscuolo

Tripoli. La trama libica si fa sempre più fitta e come in ogni conflitto che aspira a tale imperiosa “ambizione”, i profili degli antagonisti diventano sempre più numerosi, creando grande confusione sul campo.

Le ambizioni sulla contesa Libia, non appartengono più dichiaratamente solo ad Italia e Francia, anche se le voci di interessi e appoggi vengono prontamente smentite e/o celate.

Haftar in Russia

Quanto le “verità” posso essere finte e quanto le “bugie” essere verità?

Nella giornata di ieri, su tutti i quotidiani ed i media libici, era circolata una voce al quanto destabilizzante. Stando ad una notizia lanciata dal quotidiano britannico The Telegraph, nella città di Bengasi ci sarebbe la presenza di 300 mercenari russi, in sostegno al comandante dell’operazione “Karama”, il feldmaresciallo Khalifa Haftar.

Secondo quanto scritto dal giornale, gli uomini apparterrebbero alla compagnia paramilitare “Wagner” – un gruppo militare privato i cui appaltatori avrebbero preso parte a vari conflitti, incluse le operazioni in Siria a sostegno del Governo di Damasco e, dal 2014 al 2015, nella guerra di Donbass in Ucraina – fornendo le forze di artiglieria, carri armati e droni utilizzati dall’Esercito Nazionale libico.

Sempre secondo quanto citato sempre dal Telegraph, una fonte anonima britannica, avrebbe dichiarato che questi mercenari starebbero proteggendo i porti di Tobruk e Derna. Oltre a controllare il flusso di petrolio in viaggio verso l’Europa meridionale.

La fonte, avrebbe anche dichiarato, che la compagnia Wagner è legata al russo Yevgeny Viktorovich Prigozhin.

Yevgeny Viktorovich Prigozhin

Lo stesso giornale ha poi aggiunto che Prigozhin avrebbe partecipato ad un tavolo con il Feldmaresciallo Haftar, durante il suo incontro con i vertici russi lo scorso novembre a Mosca e che la presenza dell’imprenditore sui cieli nord africani, sarebbe dimostrabile grazie ai dati che hanno permesso di tracciare il volo dell’aereo privato di Prigozhin, visto più di una volta sui radar in direzione dello spazio aereo libico.

Haftar in visita in Russia nel novembre scorso. A questo incontro avrebbe partecipato Yevgeny Viktorovich Prigozhin, nel cerchio in rosso, imprenditore russo legato alla Wagner

Ma come copione vuole, nel tardo pomeriggio di ieri, sono arrivate le immediate smentite del portavoce ufficiale del LNA, il Generale di Brigata Ahmed Al-Mismari e di un alto funzionario russo della Difesa.

Il Generale di Brigata al-Mismari

Al-Mismari, ha completamente negato l’autenticità delle dichiarazioni rilasciate dal Telegraph, riguardo l’esistenza dei 300 mercenari russi a Bengasi.

In un’intervista all’ Osservatorio Libico, lunedì sera, ha detto: “Le accuse lanciate dal Telegraph sono ridicole”, sottolineando come questo quotidiano, abbia già pubblicato in passato notizie similari, senza vergogna, senza mai portare prove e citando sempre fonti anonime.

“Questo stesso giornale ha pubblicato qualche tempo fa le accuse di una base navale russa a Bengasi – ha aggiunto -. Da qui abbiamo indetto una conferenza stampa e abbiamo invitato i redattori del giornale a visitarci, per vedere la base di cui avevano parlato. Purtroppo, hanno preferito continuare a diffondere pettegolezzi e bugie. L’Esercito libico sta ancora costruendo le sue capacità autonomamente, alla luce del divieto di armamento che ci è stato imposto anni fa”.

Il Generale, ha fatto poi riferimento allo scontro mediatico tra Occidente e Russia, in atto da sempre.

“L’esercito libico – ha detto – si rifiuta di essere tirato in ballo, proprio nel bel mezzo di questo conflitto. Trecento soldati, equivarrebbero a quasi due Battaglioni, cosa impossibile da nascondere in una città come Bengasi. Il Telegraph e il Times hanno parlato di mercenari russi, senza mai portare delle prove che dimostrassero la veridicità delle cose scritte. Tutto ciò sta accadendo dopo le nuove conquiste dell’Esercito libico sul terreno, che hanno alimentato queste voci. I risultati del LNA stanno spingendo alcuni media che sono contro di noi, a promuovere voci per destabilizzare la forza della nostra Forza Armata. Ma ci siamo abituati e non diamo più valore o peso a certa stampa”.

Dall’altro lato la Russia, attraverso un membro della Commissione per la difesa e la sicurezza del Consiglio della Federazione dell’Assemblea federale russa, ha dichiarato di non aver fornito alcun aiuto militare alla Libia con truppe o armi.

“Ufficialmente, a livello statale, la Russia non ha nulla a che fare con queste dichiarazioni, non sono mai state prese decisioni in merito – ha spiegato Frants Adamovich Klintsevich -. Non escludo che degli ex militari russi siano andati di propria sponte in Libia, ma questo non possiamo impedirglielo, anche se è improbabile che ci siano numeri così elevati”.

 

Frants Adamovich Klintsevich, ex primo vicepresidente della Commissione per la Difesa e la sicurezza del Consiglio della Federazione dell’Assemblea federale della Federazione russa

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha confermato in passato, in vari comunicati stampa, che esiste in un certo numero di Paesi, la presenza di ex militari russi appartenenti a società di sicurezza private e che le sole funzioni di questi uomini sono limitati all’ addestramento militare.

Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo

La loro partecipazione sembrerebbe essere inquadrabile in diverse aree del mondo quali Sudan, Siria, Africa centrale e Yemen.

Ma dove c’è la Russia, non può mancare l’America, dove la presenza sempre più ingombrante di droni americani, prende il sopravvento. In un rapporto del New York Times, numerosi droni spia statunitensi, avrebbero portato a termine operazioni di intelligence, elaborato dati che sono stati reperiti durante il sorvolo sui cieli libici. Sempre secondo il rapporto, i droni in ricognizione sarebbero partiti dalla base aerea di Biserta in Tunisia.

Nel fascicolo, si sottolinea come questi velivoli da ricognizione siano molto stabili e sofisticati e che possono essere utilizzati per svariate operazioni. L’obiettivo è quello di monitorare il confine libico/tunisino, per evitare l’infiltrazione di terroristi scappati dal conflitto in atto nella regione nord africana.

Ma la lotta al terrorismo, viene condotta anche da tutti gli Stati confinanti con la Libia. Dopo gli scontri nella regione ricca di oro di Bogodi, il Ciad chiude il confine con il Paese nord africano.

Una delle zone di confine del Ciad

Il ministro dell’Interno del Ciad, Mohamed Abali Salah, ha annunciato la chiusura del confine con la Libia. La motivazione è stata addotta alla presenza di numerosi terroristi scappati dalla regione in conflitto e che in questo momento si sono raggruppati numerosi, nella zona di Cori Bogodi.

La chiusura del confine arriva dopo un’imboscata presso la miniera 7, che è stata attaccata da una forza dell’opposizione ciadiana e che si è scontrata contro un’altra forza appartenente al Movimento di Liberazione del Sudan.

La fonte ha confermato che gli scontri si sono verificati il ​​2 marzo scorso e che sono stati violenti. A causa dei recenti sviluppi, imputabili al rientro in terra natia di numerosi militanti ciadiani e terroristi, il Ciad ha annunciato ufficialmente, nella giornata di domenica, la chiusura del confine con la Libia. Il tutto è avvenuto ad un mese esatto, dopo l’ingresso di un convoglio di ribelli, nel suo territorio. Lo stesso convoglio che è stato annientato e bombardato da un raid aereo portato avanti da Mirage francesi.

Caccia Mirage 200 francesi contro ribelli ciadiani

“Abbiamo preso la decisione di chiudere il confine da qui fino a nuovo avviso”, ha detto il ministro dell’Interno alla televisione nazionale, durante la sua visita nel Nord del Paese.

Ricordiamo che N’Djamena, all’inizio del 2017, aveva annunciato la chiusura di tutto il confine con la Libia, per una lunghezza di 1.400 chilometri.

Successivamente, dopo alcuni mesi dalla totale chiusura, è stato deciso di riaprire parzialmente il confine. Mohamed Abali Salah ha dichiarato: “Questa zona è diventata un covo per membri di bande, terroristi e ribelli. Fortunatamente Cori Bogodi è una regione ricca di oro e anche se situata in una zona montuosa su entrambi i lati, per sua sfortuna si trova al confine tra Ciad e Libia. Questo attrae un numero di cittadini ciadiani e stranieri che non può essere sottovalutato”.

A dare una giustificazione alla chiusura del confine, ci pensa l’analista politico Ahmed Atta, il quale ha cercato di chiarire che la decisione si basa su tre motivi principali e che sono imputabili alla linea di collegamento che si è creata tra Libia e Ciad.

“E’ importante capire che la prima ragione, che ha spinto i poteri decisionali a chiudere il confine, è che c’è una grande quantità di riserve auree situate nel Nord-Ovest del confine con il Ciad”, ha detto Atta durante un’intervista a LIVE e su NEWS218.

“La seconda ragione – ha aggiunto l’analista – è adducibile alla regione nord-orientale di Enida, lungo il confine meridionale, che è stata presa da elementi dell’organizzazione terroristica di Daesh, dai resti dei Mujahideen della Sura di Darnah e dall’organizzazione di al-Qaeda, che li protegge dagli scontri con l’Esercito nazionale. La terza riguarda la regione settentrionale, che è la più importante per il Ciad. Questa area è stata presa dall’opposizione ciadiana. In questa zona risulta più semplice per i miliziani rifornirsi di cibo e inviare convogli pieni di beni di prima necessità a questi ribelli provenienti dalla Libia e che sono diretti all’interno del Ciad stesso”.

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