L’INCREDIBILE INCOMPATIBILITA’ DEL MILITARE ORDINATO DIACONO PERMANENTE

Di Alessandro Gentili*

Roma. “Electa una via, non datur recursus ad alteram” recita un antico brocardo.

La “scelta della spada o dell’altare” identifica due ben distinte e distanti “opzioni fondamentali” (1), che quindi non possono essere compatibili tra loro!

Cardinale Corrado URSI, arcivescovo di Napoli dal 1987 al 1996. Fu il primo ad ordinare diaconi permanenti

E, invece, sembrerebbe proprio che non sia così, o quanto meno si vuole pervicacemente affermare con i fatti proprio il contrario.

Prova lampante ne è stata una incredibile iniziativa, fortunatamente naufragata nel nulla, che prende l’avvio nell’ottobre del 2008, a margine del convegno dei circa 250 Cappellani Militari in servizio presso le nostre Forze Armate e la Guardia di Finanza, svoltosi in Assisi, indetto e presieduto dall’Arcivescovo Ordinario Militare per l’Italia dell’epoca, Mons. Vincenzo Pelvi.

Riferiva in proposito Vittorio Spinelli, con un articolo su http://www.avvenire.it il 23 ottobre 2008, che era prossimo all’esame del parlamento un disegno di legge, il n. 721/S, del senatore Vincenzo Nespoli con il quale si prevedeva che “. . . Gli appartenenti alle Forze armate ordinati diaconi potranno così essere a disposizione dell’Ordinariato militare secondo le diverse necessità, senza alcun aggravio di spese per lo Stato. Gli ufficiali e i sottufficiali ordinati per il ministero diaconale saranno considerati fuori corpo e non saranno soggetti a periodi di attribuzione . . . “ (2).

Chi leggerà la nota 2 si renderà facilmente conto che l’estensore dell’articolo, probabilmente perché indotto in errore da qualcuno o forse per una marcata ignoranza dell’ordinamento militare, non sapeva che i cappellani militari non hanno status militare, ovvero per essere chiari non sono militari!

Essi sono solo assimilati ai militari e non sono soggetti né alla disciplina né alla legge penale militare! Purtroppo, chi scrive sa altrettanto bene che queste cose non le sanno neppure molti ufficiali e sottufficiali, indotti in errore dal fatto che i Cappellani hanno delle qualifiche che li equipara ai gradi degli ufficiali e da altre particolarità.

Arcivescovo Giuseppe Mani, Ordinario Militare dal 1996 al 2003. Istituì il Seminario Maggiore dell’Ordinariato Militare

Così, il Cappellano militare dipende funzionalmente solo per l’impiego e amministrativamente dal Comandante del Corpo ove è assegnato, che non è comunque il suo superiore, avendo egli dipendenza gerarchica solo dal Vescovo, nella cui Diocesi è incardinato, e dall’Arcivescovo Ordinario Militare! Emerge però dal corpo dell’articolo, e dagli incredibili obiettivi che si prefiggeva l’ardito progetto di legge, l’opera di qualche interessato e poco serio suggeritore dell’ex senatore di Afragola.

Insomma, il naufragato o dimenticato progetto di legge doveva garantire carriera facile e status privilegiato ai militari in servizio ordinati Diaconi Permanenti, con possibilità per gli ufficiali di raggiungere il grado di generale di brigata! Ma i diaconi, dice il paragrafo 1570 del Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato con la Costituzione Apostolica “Fidei depositum” di Papa Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1992, “ . . . partecipano in una maniera particolare alla missione e alla grazia di Cristo . . . il quale si è fatto ‘diacono’, cioè servo di tutti. Compete ai diaconi, tra l’altro assistere il Vescovo e i presbiteri . . . proclamare il Vangelo e predicare,. . . dedicarsi ai vari servizi della carità”!

Premettiamo che solo dopo il Concilio Vaticano II si era giunti, dopo tanti secoli, alla determinazione di ripristinare il diaconato permanente.

L’enciclica  “Lumen Gentium” e i “Motu proprio” “Ministeria Quaedam”, “Ad Pascendum”  e “Sacrum Diaconatus Ordinem”  promulgati da San Paolo VI nel 1972, hanno sancito che al primo gradino del sacramento dell’Ordine potessero accedere non solo i candidati al Presbiterato, ma anche uomini, uxorati e celibi, di provata fede.

San Paolo VI, promulgò gli atti che dettero avvio alla formazione e ordinazione dei Diaconi permanenti

In conseguenza di ciò, i Cardinali Michele Pellegrino, della Diocesi di Torino, e Corrado Ursi, della Diocesi di Napoli, all’indomani della pubblicazione dei predetti documenti, diedero inizio, nel marzo del 1972 il primo e nel settembre del 1972 il secondo, al cammino di formazione al Diaconato Permanente.

A Napoli il 19 settembre 1972 nasce l’Istituto Diocesano per l’Iniziazione ai Ministeri e il 29 giugno 1975, mediante l’imposizione delle mani da parte del Card. Corrado Ursi, furono  ordinati i primi nove Diaconi Permanenti della Chiesa di Napoli.

Fatte queste doverose premesse, si deve però constatare che comunque da allora sono sempre più numerosi gli ufficiali e i sottufficiali in attività di servizio delle Forze Armate e dei Corpi di polizia dello Stato, sia a ordinamento militare che civile, che chiedono ai Vescovi, delle Diocesi nel cui giurisdizioni territoriali risiedono, di essere ordinati “Diaconi Permanenti” della Chiesa Cattolica, ovvero di conseguire il primo dei tre gradi del “Sacramento dell’Ordine”.

Nulla da ridire invece, anzi è assolutamente encomiabile, l’ufficiale o il sottufficiale che lasciato il servizio attivo desidera mettersi a disposizione della Chiesa, diventando Diacono permanente o in alcuni casi, ricorrendone le condizioni, anche Sacerdote.

Piace ricordare la bellissima figura di Padre Gianfranco Chiti, il Generale dei Granatieri che si fece frate cappuccino (3)!

Per tutto quanto precede, si è posto più volte il problema di accertare la compatibilità dello status di “ministro sacro ordinato” con quello di “militare in servizio”, ma ad oggi non si è mai giunti ad un risultato definitivo e univoco.

Neppure l’Ordinariato Militare per l’Italia ha mai espresso un orientamento ufficiale in proposito né mai gli Arcivescovi Ordinari Militari per l’Italia hanno però  proceduto ad ordinare Diaconi Permanenti tra i militari in servizio. Innanzi tutto, deve sottolinearsi che il Codice di Diritto Canonico (CIC) promulgato con Costituzione Apostolica di San Giovanni Paolo II il 25 gennaio 1983 al can. 289 para.1 statuisce che : ”Poiché il servizio militare propriamente non si addice allo stato clericale, i chierici e i candidati agli Ordini sacri non prestino il servizio militare volontario, se non su licenza del proprio Ordinario” (4).

Al successivo para.2 il canone prosegue: “I chierici usufruiscano delle esenzioni dall’esercitare incarichi e pubblici uffici estranei allo stato clericale, concesse in loro favore dalle leggi e dalle convenzioni o dalle consuetudini, a meno che in casi particolari il proprio Ordinario (4) non abbia disposto diversamente”. Si pone a questo punto la necessità di individuare di quale Ordinario sia la competenza, ovvero se dell’Arcivescovo Ordinario Militare ovvero del Vescovo Diocesano, che poi, nella pratica e nei fatti , è colui che lo ammette alla formazione e procede poi alla ordinazione, incardinandolo nella sua Diocesi.

In proposito, la Costituzione Apostolica “Spirituali militum curae” (5) di Papa Giovanni Paolo II del 21 aprile 1986, all’art. 4, stabilisce che la giurisdizione dell’Ordinario militare è esercitata su tutte le persone che fanno parte dell’Ordinariato (6), anche se in basi estere, in forza dell’ufficio che ha ricevuto, equiparato a quello dei Vescovi.

La copertina della Spirituali Militum Curae scritta da san Giovanni Paolo II

Si tratta quindi di una giurisdizione propria ma anche cumulativa perché comunque i militari giuridicamente fanno parte dell’Ordinariato militare, ma pure delle rispettive Diocesi di provenienza o di residenza (7).

Questi rimandi non hanno facilitato evidentemente l’individuazione di una univoca competenza. Oltre a quelli che acquisiscono lo status clericale di Diacono permanente (8), non infrequentemente, si verificano pure i casi di militari in servizio che, non sempre opportunamente, anzi quasi mai, soprattutto se in occasione di celebrazioni di messe, in cerimonie militari, come le feste dei santi patroni dei Corpi, o l’amministrazione delle Cresime nelle Scuole militari, svolgono di fronte ai loro dipendenti funzioni poco consone al ruolo marziale del sottufficiale o dell’ufficiale, quali quella del “ministrante” (chierichetto) o del “ministro straordinario dell’eucaristia”.

Attività, le prime, da affidare semmai agli allievi delle Scuole o a militari di truppa (volontari). Alla distribuzione dell’eucarestia proceda il Celebrante ed eventuali concelebranti.

Compiti questi che comunque oggi sono propri dei fedeli laici i quali “ . . . possono essere assunti stabilmente, mediante rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori ed accoliti. . . “ ed inoltre “. . . Ove le necessità della Chiesa lo suggeriscano, in mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori e accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il battesimo e distribuire la sacra comunione . . . “ (9).

Però, se per questi ultimi rimaniamo nell’ambito della opportunità, per i Diaconi Permanenti è forte il dubbio della incompatibilità di questi con il loro status militare. Va precisato ulteriormente che il diaconato è un grado del “Sacramento dell’Ordine”; gli altri due sono il presbiterato e l’episcopato. Ordinariamente, esso può costituire una tappa intermedia verso il sacerdozio ( si parla di “diaconato transeunte”, cioè di passaggio) o rimanere un ruolo di “servizio” nella vita liturgica e pastorale e nelle opere sociali e caritative ( “diaconato permanente” ).

A scanso di equivoci, circa i gradi dell’Ordine sacro, si deve rammentare che nel Catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo n. 1554 si precisa che : “Il termine sacerdos (sacerdote) designa, nell’uso attuale, i vescovi e i presbiteri, ma non i diaconi. Tuttavia, la dottrina cattolica insegna che i gradi di partecipazione sacerdotale (episcopato e presbiterato) e il grado di servizio (diaconato) sono tutti e tre conferiti da un atto sacramentale chiamato “ordinazione”, cioè dal “Sacramento dell’Ordine” e che il diacono in quanto tale non è più un laico ma un chierico!

E i chierici non possono, non devono, o almeno non dovrebbero, essere militari di professione!

Il CIC can. 236 statuisce poi che : ”I candidati al diaconato permanente, secondo le disposizioni della Conferenza Episcopale, siano formati a condurre una vita evangelica e siano preparati a compiere nel debito modo i doveri propri dell’ordine: 1° se sono giovani, dimorando almeno per tre anni in una casa specifica, a meno che per gravi ragioni il Vescovo diocesano non abbia disposto diversamente; 2° se sono uomini di età più matura, sia celibi sia coniugati, mediante un progetto formativo della durata di tre anni , determinato dalla Conferenza Episcopale”.

San Giovanni Paolo II. Ha promulgato il Codice di Diritto Canonico ed il Catechismo della Chiesa Cattolica

I canoni n. 265 e seguenti stabiliscono l’ascrizione (l’incardinazione) dei chierici o in una Chiesa particolare (diocesi) o in una prelatura personale o istituto di vita consacrata o società. “Uno diviene chierico con l’ordinazione diaconale e viene incardinato nella Chiesa particolare o nella prelatura personale al cui servizio è stato ammesso”.

Il candidato al diaconato transeunte deve essere celibe e può essere ammesso all’ordinazione solo dopo aver compiuto i 23 anni di età.

I diaconi permanenti, invece, possono essere ordinati sia tra i battezzati celibi, sia tra coloro che sono già sposati; se però sono celibi, dopo l’ordinazione non possono più sposarsi. Similmente non si può più risposare il diacono rimasto vedovo.

Per diventare diacono l’età minima è di 25 anni per i celibi e di 35 per le persone sposate, previo consenso della moglie, in ottemperanza alle disposizioni determinate dalle Conferenze Episcopali. Il diacono è abilitato a servire il popolo di Dio nel ministero dell’altare, della parola e della carità. Ha la facoltà di presiedere la celebrazione di alcuni sacramenti.

Così “partecipa alla celebrazione del culto divino”, ad esempio nel Sacramento del Battesimo, è ministro della santa comunione, esercita il ministero della parola, con la proclamazione del Vangelo e, in assenza del sacerdote, tiene anche l’omelia; è ministro particolare del Calice, celebra il matrimonio su delega del parroco, fino alla manifestazione del consenso degli sposi ed allo scambio delle fedi nuziali, anche nei matrimoni misti fra una parte cattolica (in quanto battezzata), e una parte battezzanda o non cristiana.

Inoltre, il diacono può impartire benedizioni di persone, luoghi e oggetti, benedizioni eucaristiche e presiedere il Rito delle Esequie e altre liturgie al di fuori  della Messa.

Il diacono non può però celebrare la Consacrazione Eucaristica, che è il momento fondamentale della Messe, sia Ordinaria che Sacramentale (di Battesimo, Confermazione, Matrimonio, Funebre).

Dunque chi sceglie di diventare militare, ovvero di servire la Patria in armi, dovrebbe sapere che fa una scelta di vita non comune. Essa è una scelta di vita speciale, non è una professione vera e propria, non è da considerare neppure un lavoro in senso tecnico (10), è molto di più: è una missione per la quale ci si impegna solennemente anche a sacrificare la propria vita e, se serve, a spegnere quella degli altri!

Appunto, è una “opzione fondamentale”(11), esattamente come quella di chi sceglie di diventare sacerdote o comunque religioso.

Solo queste pochissime, ultime righe evidenziano come la scelta di chi è militare di carriera di divenire Diacono permanente denunci o una scarsa coscienza civica e dei doveri propri dello status militare, o un pericoloso allentamento dei valori che si erano abbracciati con l’ingresso nelle Forze armate.

In tutti i casi siamo di fronte a soggetti che potrebbero non essere più pienamente affidabili per i compiti loro devoluti, oltre che causa di disorientamento di colleghi o sottoposti. Lo stesso matrimonio del familiare e gli impegni connessi con la gestione della propria famiglia sono già di per sé un nocumento per il prioritario interesse del servizio che il militare dovrebbe anteporre a tutto.

E la stessa cosa, ma assai più aggravata, è la condizione del militare che vuole essere allo stesso tempo anche Diacono permanente! Non deve poi sfuggire, e qui si intravede il “vulnus” più rilevante per il militare diacono, che il militare – che si è impegnato con un giuramento solenne di fedeltà alla Repubblica, con tutto quanto ne consegue – nel momento dell’ordinazione presta pure solenne promessa di obbedienza al suo Vescovo.

Forse non tutti coloro che mi leggono sanno che nell’ordinamento canonico il cristiano, di fronte ad un contrasto tra la legge civile e quella canonica, deve obbedire a quella canonica! Solo questo costituisce, ad avviso di chi scrive, un impedimento insormontabile, per il militare, di poter divenire in attività di servizio “ministro sacro”!

Spetterebbe ai comandanti diffidare i militari dall’intraprendere la strada per ottenere gli ordini sacri, a meno che questi non abbiano deciso di collocarsi in congedo. Spetta, in particolare modo, al Vescovo – cui il militare in servizio chiede di essere avviato alla formazione e all’ordinazione diaconale – dissuaderlo! Discorso a parte merita la questione degli allievi cappellani, se prescelti tra i militari in servizio.

Nel 1986 San Giovanni Paolo II, con la ricordata Costituzione Apostolica “Spirituali Militum Curae”, elevò le “organizzazioni castrensi” (12) a peculiari circoscrizioni ecclesiastiche con statuti propri, assimilandole alle diocesi con potestà di dotarsi di propri seminari.

Nel 1987 la Santa Sede ha approvato i nuovi statuti dell’Ordinariato Militare Italiano e, sempre nello stesso anno, con decreto del Ministro dell’Interno, l’Ordinariato consegue la qualifica di ente ecclesiastico civilmente riconosciuto.

Infine, nel 1998, l’Arcivescovo Ordinario Militare Mons Giuseppe Mani, mentre era in corso il primo sinodo della Chiesa Ordinariato Militare, determina l’istituzione del Seminario castrense, denominato “Scuola Allievi Cappellani Militari”, ubicato nella città militare della Cecchignola, a Roma.

Questo Seminario Maggiore si prefigge lo scopo della preparazione al sacerdozio di giovani da destinare a servizio pieno dell’Ordinariato, incardinati in esso.

Si vennero così a creare, ma con poca fortuna, due categorie di cappellani militari: quelli che sono parte organica e stabile dell’Ordinariato e quelli che prestano servizio nell’Ordinariato, restando però legati alle proprie diocesi di appartenenza o agli istituti religiosi di cui fanno parte.

Ovviamente già allora vi era in Italia una sempre più evidente crisi delle vocazioni e non sempre l’Ordinariato riusciva agevolmente ad ottenere i sacerdoti necessari dalle diocesi o da dagli ordini religiosi. Si pensò, pertanto, di poter individuare candidati al sacerdozio per l’Ordinariato anche tra i militari in servizio o tra i figli dei militari.

Ma sia in questi ambiti che al di fuori di essi i risultati sono sempre stati e sono numericamente modesti. Per quanto attiene la ricerca di candidati allievi cappellani tra i militari in servizio spiace dover considerare la assoluta inopportunità di questa opzione.

Cappellani militari

Come si può mai pensare che un giovane che ha scelto la vita delle armi possa all’improvviso essere colto da vocazione e, lasciato il fervore del combattente, cada nel misticismo orante. Si, forse il volontario o il giovane sottufficiale può valutare la felice opportunità di lasciare la rude vita del soldato per guadagnare in quattro o cinque anni uno status che ai suoi occhi può apparire privilegiato e fregiarsi di un grado da ufficiale e conseguirne il trattamento economico.

Però, difficilmente vedrei in questo tipo di candidato una sincera vocazione. Ovviamente, possono esserci le eccezioni, ma non è sulle eccezioni che l’Ordinariato Militare possa fare affidamento.

NOTE

(1) In tema di “opzione fondamentale“ cfr. l’Autore in “Prolegomeni sull’etica nell’Arma dei Carabinieri – dall’opzione fondamentale al comportamento nella vita di relazione pubblica e privata”, Laurus-Robuffo, Roma, 2001, ristampa della 2^ edizione.

(2) Precisa, inoltre, l’estensore dell’articolo, incomprensibilmente e arditamente, che “. . . Anche per i diaconi permanenti è prevista una progressione di carriera. I sottufficiali raggiungono, per anzianità, il grado di maresciallo maggiore. Per gli ufficiali il top è fissato al grado di tenente colonnello e, a scelta, fino a quello di generale di brigata o equivalente. Il trattamento economico segue, per effetto, quello della equiparazione gerarchica. Ai diaconi spetta quindi, integralmente, il trattamento economico degli ufficiali o dei sottufficiali, eccetto l’indennità militare e l’indennità di alloggio. È in dubbio se la pensione di vecchiaia dei diaconi permanenti, in virtù dello stesso Ordine ricevuto, debba rispettare la normativa speciale in vigore per i cappellani: a 62 anni congedo assoluto, a 65 anni pensione di vecchiaia se hanno maturato almeno 20 anni di servizio utile oppure, se il numero degli anni è inferiore, una pensione proporzionata al periodo di servizio svolto. Alle stesse condizioni si matura un’eventuale pensione di invalidità. . . . “.

(3) Scrive Andrea Galli su “Avvenire.it” il 30 marzo 2019 : Ufficiale nel Regio Esercito, medaglia al valor militare a 21 anni per la campagna di Russia, dopo aver aderito alla RSI salvò partigiani ed ebrei, come i torinesi Giulio Segre e suo padre, da una fine che pareva scritta. Dopo la guerra divenne Generale di Brigata dei Granatieri di Sardegna e rivestì incarichi di primo piano nelle scuole militari e in alti comandi fra cui lo Stato Maggiore dell’Esercito. Quindi, congedatosi nel 1978, si fece cappuccino. Restaurò il convento di Orvieto, semi abbandonato, rendendolo un’oasi di spiritualità e di conforto per tanti. Una vita, la sua, che dalla prima giovinezza fino alla vecchiaia ha lasciato dietro di sé un profumo di virtù, anzi di vera e propria santità, testimoniato da innumerevoli voci. Per questo il 13 aprile 2015 il Vescovo di Orvieto-Todi Benedetto Tuzia ha aperto l’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione.

(4) Ai sensi del CIC can. n. 134 para. 1: “Col nome di Ordinario nel diritto si intendono, oltre il Romano Pontefice, i Vescovi diocesani e gli altri che, anche se soltanto interinalmente, sono preposti ad una chiesa particolare”. Dunque, l’ “Arcivescono castrense” è senz’altro Ordinario a norma di questo canone.

(5) Documento con il quale il Pontefice emanò nuove disposizioni relative agli ordinariati militari di tutto il mondo cattolico in sostituzione della precedente normativa, contenuta nell’istruzione “Solemne semper” della Congregazione Concistoriale del 23 aprile 1951.

(6) Ovviamente, solo i militari cattolici sono soggetti ad essa giurisdizione.

(7) La giurisdizione dell’Ordinario militare è “cumulativa” rispetto quella dei Vescovi diocesani ma non “concorrente”, perché la missione dell’Ordinario militare non è quella di sostituire il Vescovo diocesano ma quella di svolgere una pastorale speciale che le Diocesi non sono abitualmente in grado di svolgere.

(8) Che può essere ovviamente sia celibe che sposato e si distingue dal “Diacono Transeunte”, cioè di passaggio, destinato al sacerdozio.

(9) CIC can. n. 230 para. 1 e 3.

(10) Ne è riprova anche il fatto che i militari non possono essere insigniti dalla onorificenza di “Cavaliere del lavoro” né delle “stelle al merito del lavoro”.

(11) Il concetto appartiene alla teologia morale, e in particolare all’analisi dell’atto morale: si riferisce al rapporto tra la persona e i suoi atti, tra l’identità dinamica del soggetto che agisce e le sue singole scelte in situazioni particolari. Ampl. cfr. l’Autore in op. cit.; Klaus Demmer, Opzione fondamentale, in Nuovo dizionario di Teologia Morale, ed. Paoline, Cinisello balsamo, 1990; Ambrogio Valsecchi, Leandro Rossi (a cura di), Dizionario Enciclopedico di teologia morale, EP, Roma, 1993, pagg. 645-655.

(12) Organizzazioni castrensi, dal latino “castra-castrorum” , accampamenti.

(*) Generale di Brigata dei Carabinieri (Riserva)

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