L’interesse nazionale italiano? In politica estera una mentalità mutilata

Di Marco Pugliese

Roma. La Turchia è diventata il quarto Paese che ha aperto una base militare in Africa (in Somalia) seguendo USA, Francia, Inghilterra e Giappone. L’ Italia non ha proferito parola nonostante Paesi competitor abbiamo impiantato basi ed installazioni in aree a forte interesse di Roma.

La Somalia, ex colonia italiana, è solo l’emblema di questo manifesto che, purtroppo per l’Italia, è scritto a suo sfavore. L’Italia, nonostante l’impegno in teatri caldissimi come Iraq, Afghanistan e Libano non ha saputo ritagliarsi un ruolo nei paesi geopoliticamente più vicini. La Libia è uno di questi. Roma subisce immigrazione incontrollata, non ha del tutto chiaro il futuro dei propri interessi economici in loco( che valgono 1,5 punti di pil e sono frutto dei risparmi dei contribuenti). La situazione è paradossale. L’ Italia rischia i propri militari in zone strategiche lontane e lascia in mano ad altri scenari che in contorsione si sviluppano e ripercuotono sul proprio territorio nazionale.

Il nostro Paese sembra paralizzato, incapace di dettarsi degli obiettivi a medio e lungo termine. Debole nel farsi sentire perfino con le Organizzazioni non governative, le famose ONG. Premessa la stima per chi svolge certi compiti a fini umanitari, va invece controllato a tappeto chiunque operi in certi teatri, soprattutto in condizioni ambigue di sicurezza. L’Italia non può e non deve farsi dettare l’ agenda geopolitica dalle ONG, deve pretendere controlli e polizia a bordo, pena la non licenza portuale d’attracco.

Il discorso riguardante la Libia è più complesso. Il nostro Paese, per motivazioni storiche, ha da quasi cento anni un legame abbastanza forte con Tripoli. Nel 2011 invece abbiamo assistito ad un completo inserimento di Gran Bretagna e Francia in uno Stato in cui era Roma ad aver accordi bilaterali, strutture industriali e molto altro. L’Italia tra India e Kuwait ha risposto alle intrusioni francesi in termini geoeconomici. Con il Kuwait la commessa è andata a buon fine, con l’ India (il Paese che al mondo acquista più armi) meno. Il caso Marò – in cui l’Italia ha giocato male le sue carte – ha giovato a Parigi, Londra e Pechino. I Governi di Roma, da Monti in poi almeno, non hanno fissato traguardi a livello di politica estera, han pensato più a “vivacchiare” alla giornata ed ha rifugiarsi nel politicamente inconcludente : “Siamo in Europa”. Europa unita a parole, ma divisissima a livello d’interesse geoeconomico, ogni stato Ue infatti diventa competitor appena si esce dal continente.

Con la Grecia ormai ridotta ad un cumulo di macerie, nel Mediterraneo è rimasta l’Italia ad occuparsi della delicata questione immigrazione. Francia, ma anche Spagna, hanno accolto sul proprio territorio rispettivamente 8.600 e 8.000 migranti, contro i 180 mila sbarcati sul suolo italico dell’ultimo anno. Nessuna quota Ue rispettata e Roma bacchettata a livello internazionale per le indagini riguardanti le navi ONG

Viviamo in una sorta d’incubo. Presenti militarmente in Afghanistan, quasi assenti in Libia, addestriamo militari di mezzo mondo tranne nelle aree a noi strettamente vicine. Siamo giustamente rimasti fuori dal teatro siriano, ma in Iraq la nostra presenza a Mosul a difesa della diga rappresenta un deterrente strategico che non facciamo pesare sui tavoli che contano.

La situazione africana ci è sfuggita di mano, in Somalia hanno basi svariati Paesi ( il Giappone ad esempio)  tranne noi. Roma indecisa eterna? Pare di si. La mentalità italiana fu mutilata dopo il 1945. Da quel momento in politica estera fummo ambigui ma spesso efficaci. Andreotti e Craxi collezionarono buone figure, fummo presenti in Libano, ci facemmo sentire a Sigonella e nel 1993 in Somalia non mancammo (anche se la situazione, per colpe altrui degenerò). Anche nel 1997, con Prodi, in Albania facemmo bene. La guerra nella ex- Jugoslavia ci vide protagonisti della normalizzazione, anche se, nel 1999, ci schierammo con gli Usa per bombardare la Serbia. Qualche pasticcio ma una linea precisa anche con i Governi Berlusconi, buoni accordi con Mosca, da salvare anche quelli con Tripoli, oltre la retorica politica.

L’involuzione pare sia iniziata nel 2011. L’attuale premier Gentiloni, nel 2015, si lasciò scappare, da ministro degli esteri un “siamo pronti a combattere” in riferimento alle minacce che provenivano dall’Is. Il ministro fece intendere che fossimo pronti alla campagna libica. Vi fu poi una telefonata tra Renzi ed Obama, che irritò molto il Presidente Usa, che ormai dava per scontato l’intervento italiano. Renzi non se la senti di rischiare la vita dei nostri militari. Lodevole e probabilmente anche giusto, ma pagammo quella scelta con una sorta di “solitudine mediterranea”. Fummo ritenuti poco affidabili dagli alleati occidentali, che di fatto ci lasciarono soli a gestire la situazione. Il Governo Renzi fu poi travolto dal referendum, ove stravinse il “No”. Un “No” più che altro che proveniva dalle scellerate capovolte in politica estera che hanno portato Roma alla difficoltosa gestione di migliaia di persone. Come al solito in Italia la politica estera è marginale nell’agenda politica, da destra a sinistra si è convinti che siano “altri” a doversene occupare. Questa sorta di “mentalità mutilata” ci porta ad avere militari italiani che rischiano la vita per l’interesse nazionale altrui, un vero ossimoro, che da sedici anni ci affligge.

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