Muslim Ban, un provvedimento amato dall’America profonda

Washington. Il Muslim Ban, il divieto per i cittadini provenienti da sei Paesi islamici di entrare negli Stati Uniti, dopo un periodo in cui sembrava definitivamente messo da parte, è tornato e di sicuro monteranno nuove infuocate polemiche.

I Paesi toccati dal divieto sono Iran, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen e la scelta fatta da Donald Trump non è affatto casuale, ma frutto di accorate analisi geopolitiche e di una strategia ben precisa.

Donald Trump mostra il documento sul Muslin Ban firmato

I rapporti tra Stati Uniti e Iran, dopo il riavvicinamento voluto dall’ex Presidente americano, Barack Obama, sono tornati ai minimi storici. I due Paesi hanno ingaggiato una vera e propria lotta a colpi di sanzioni e contro sanzioni accompagnate da dichiarazioni al veleno. L’accordo sul nucleare firmato da Obama solamente l’anno scorso è stato sconfessato dall’amministrazione Trump che non crede alle rassicurazioni iraniane sull’uso solamente pacifico della tecnologia atomica e accusa il Governo di Teheran di finanziare e fiancheggiare il sedicente Stato islamico.

La Libia ha il Governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale che non riesce ad imporsi e a mettere d’accordo tutti i gruppi etnici del Paese. Il mancato controllo dei confini e il grande potere dei trafficanti di armi ed esseri umani sono altri due punti deboli di questo Stato del Nord Africa.

Il fatto che in Libia si siano installate parecchie cellule del sedicente Stato islamico ha fatto risuonare a Washington l’allarme sicurezza e per questo ai cittadini libici è ora vietato l’ingresso negli Stati Uniti.

Anche la Siria è stata classificata come pericolosa per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e anche in questo caso la presenza di parecchi militanti jihadisti, installati prevalentemente nella roccaforte di Raqqa, ha fatto sì che questo Paese fosse inserito nel bando voluto dal Presidente Donald Trump.

Gli altri tre Paesi inseriti nel divieto, Sudan, Somalia e Yemen, sono in preda ad una guerra civile e a conflitti etnici che hanno lacerato in profondità il tessuto sociale e hanno lasciato tanti spazi aperti alla propaganda islamista.

Subito dopo l’annuncio del provvedimento restrittivo nei confronti dell’immigrazione illegale si sono registrati scontri tra sostenitori e detrattori in tutte le principali città statunitensi ed anche europee. L’establishment, i giudici e in generale gli appartenenti alle elite culturali delle grandi metropoli hanno accusato l’amministrazione Trump di razzismo e di discriminazione, mentre quella parte degli Stati Uniti lontana dai riflettori e dal glamour delle grandi città ha sin da subito appoggiato pienamente il provvedimento.

Una manifestazione di protesta contro il provvedimento di Trump

La società statunitense si è spaccata tra chi vuole mantenere le porte aperte in nome di una mentalità cosmopolita e chi vede gli stranieri come degli estranei che niente hanno a che fare con lo stile di vita e la cultura americana.

Nonostante i cortei e le proteste delle l’America profonda, autentica, fatta di simboli come i blue jeans sempre addosso e stivali da cowboy portati in tutte le occasioni, approva il Muslim Ban e pensa che sia più che giusto limitare l’afflusso di stranieri in territorio statunitense. La pancia degli Stati Uniti, tutti coloro che vivono nelle cittadine più piccole ben lontane dal glamour e dal multiculturalismo delle grandi metropoli come New York e Los Angeles sentono una crescente diffidenza nei confronti degli stranieri e sentono l’immigrazione musulmana come una ingerenza indebita nelle loro vite.

La prima versione del divieto di ingresso per i musulmani presentata a gennaio era stata accolta con soddisfazione dai cittadini statunitensi che vivono in quegli Stati conservatori come il Texas in cui gli stranieri sono da sempre visti con sospetto, come minacce ai valori e allo stile di vita tipicamente americano. Quando i giudici delle Corti Supreme di alcuni Stati come le Hawaii avevano tentato di boicottare il bando se le elite metropolitane avevano gioito, i più conservatori avevano protestato gridando l’allarme invasione e lamentando la perdita di quella identità culturale che da sempre contraddistingue lo stile di vita del sud degli Stati Uniti.

Ora che il bando stato reintrodotto i conservatori lamentano eccessive aperture agli stranieri e precisano che per loro anche i possessori di carta verde non saranno mai davvero cittadini statunitensi. In Texas, a gennaio scorso, una moschea era stata data alle fiamme e anche in altri Stati del sud si erano registrati episodi di intolleranza nei confronti dei musulmani; è evidente che in questi Stati non c’è e non ci sarà mai spazio per quella tolleranza e quell’accoglienza tipiche delle metropoli più chic.

Nell’America della Route 66 e delle Harley Davidson, dei motel in mezzo al nulla, dei vari miti e dei simboli che ancora contano, chi è straniero lo sarà per sempre e i discorsi dei politici a Washington sull’integrazione lasciano il tempo che trovano.

La forza di Trump deriva proprio dalla sua grandissima capacità di parlare a questa America, lontana dall’establishment cosmopolita e culturalmente aperto, ancora devota ai valori tradizionali degli Stati Uniti. La capacità di Trump di intercettare e capire le paure di questa parte degli Stati Uniti lo ha portato alla Casa Bianca e sta garantendo il successo delle sue riforme. Il Presidente Usa ha capito che i cortei e le proteste non rappresentano davvero l’opinione comune, ma solo una piccola parte e sa bene che il dissenso è sempre più vistoso e rumoroso del consenso, ma alla fine la stragrande maggioranza degli americani sono con lui.

Secondo gli ultimi sondaggi condotti dal magazine Politico circa l’84% dei repubblicani approva il bando per i musulmani voluto dal Presidente, mentre solo il 9% è in disaccordo. Leggere differenze tra gli elettori che si proclamano indipendenti: 56% a favore e 30% contrari; per quanto riguarda i democratici i pro e i contro sono quasi in parità con 41% degli elettori a favore e 46% contrari. Questi numeri danno pienamente ragione a Trump: alla fine sono solo i desideri dell’America profonda che contano e che fanno vincere le elezioni.

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