Iran, nel giorno del compleanno del Generale Qassem Suleiman il Paese alza la voce

Di Giusy Criscuolo

Taji. Dietro all’attacco della base aerea di Taji sembra ci siano due chiavi di lettura. Ciò che non è stato dimenticato ha trovato la sua rivendicazione il giorno successivo alla memoria di quello che sarebbe stato il 63esimo compleanno del Generale Qassem Suleimani.

L’ex gen shiita Qassem Suleimani

Si perché l’11 marzo 1957 nasceva il Generale shiita, venerato e rispettato in vita come nella morte, e che martedì scorso avrebbe compiuto 63 anni.

La prima chiave di lettura, vedrebbe dunque nell’attacco lanciato dalle brigate PMF (Popular Mobilization Force a lui strettamente legate e affiliate ai Kata’ib Hezbollah – KH) il desiderio di omaggiare il generale attraverso un gesto mosso da vendetta e rabbia.

Queste Forze Popolari sembra abbiano una trentina di milizie a cui sono associate circa una cinquantina di Brigate sparpagliate per tutto l’Iraq, ognuna delle quali consterebbe di 2000/3000 miliziani. Supportate dall’Iran, sono delle forze di sicurezza irachene che dipendono direttamente dal Primo Ministro Iracheno a partire dal 2014 per combattere la presenza dello Stato Islamico in Iraq.  Le milizie shiite Kata’ib alle dipendenze delle PMF, operano all’interno del territorio iracheno, in particolare nell’ area centrale della capitale e a Sud dell’Iraq e sono supportate e influenzate dalle ‘’Brigate Quds’’ iraniane dell’allora Generale Suleimani.

L’attacco perpetrato mercoledì scorso nei riguardi della base internazionale di Taji, a circa 36 km a nord di Baghdad, di chiara matrice shiita, ha causato la morte di tre militari di cui 2 americani e 1 britannico, oltre al ferimento grave di altri 12 militari.

PMF – Combattenti delle Forze di Mobilitazione Popolare

Relativamente al munizionamento utilizzato, esso non sarebbe tra i più avanzati, ma sembrerebbe essere riconducibile ai classici munizionamenti disponibili nei depositi di circostanza di Da’ash, razzi da 107 mm (molto più rozzi, ma simili ai Katyusha utilizzati durante la seconda guerra mondiale dai russi) autopropulsi (circa una 30ina quelli indirizzati alla base di cui 25 andati a segno).

La tecnica utilizzata prevedrebbe il lancio degli stessi da rampe di fortuna approntate in maniera “artigianale” attraverso delle guide montate su pick-up o poste a terra. Generalmente si tratta di tubi di ferro saldati tra loro con una barra trasversale in modo da formare un pod (rettangolo di lanciatori) per il lancio multiplo formato da più file e colonne, e collegato ad un semplice martinetto d’auto necessario a fornire la corretta inclinazione per avere maggiore gittata.

I razzi sono dotati di un booster di alimentazione che, una volta innescato, fornisce la necessaria spinta al razzo che percorrerà una traiettoria balistica di circa 6 km.

Al contempo sarebbe il loro potenziale distruttivo, che ha consentito di colpire la base internazionale di Taji con grande precisione. Ne consegue che chi ha perpetrato l’attacco si sarebbe trovato a pochi chilometri dalla base stessa.

Scene del funerale di Qassem Suleimani

A dare conferma sull’ipotesi avanzata, la stessa dichiarazione rilasciata dalla cellula della sicurezza dell’esercito iracheno ai media locali: “è stata trovata un’auto Kia che trasportava una piattaforma missilistica, con 3 missili rimasti a sud di Al-Rashidiya (la periferia di Baghdad sul lato nord-est) situata a sud del distretto di Taji”

Quest’ultimo assalto, a detta dell’Esercito iracheno, sarebbe il ventiduesimo del suo genere dalla fine dell’ottobre 2019 e indirizzato agli americani.

Chiarita dunque la prima chiave di lettura, che vedrebbe la scelta del giorno dell’attacco, legato ad una data importante per le Brigate shiite, la concausa legata allo stesso, potrebbe essere trovata nella dichiarazione rilasciata martedì 10 marzo dal Generale Kenneth F. McKenzie Jr, comandante del comando centrale degli Stati Uniti davanti al comitato dei servizi armati della Camera a Capitol Hill a Washington.

Lo stesso, secondo “Stars and Stripes”, avrebbe dichiarato: “Siamo in procinto di portare sistemi di difesa aerea, sistemi di difesa antimissile balistica in Iraq – in particolare per proteggerci da un altro potenziale attacco iraniano”. Questa ipotesi sembra essere nata subito dopo l’attacco missilistico dell’8 gennaio alla base aerea di Asad nell’Iraq occidentale. Sulla scia di quell’offensiva, gli Stati Uniti avrebbero negoziato con il governo iracheno, la possibilità di portare nel paese sistemi di difesa aerea e missilistica come il sistema missilistico Patriot.

Il Generale Kenneth F. McKenzie Jr., comandante del comando centrale degli Stati Uniti

Qui si lega la seconda chiave di lettura, che potrebbe vedere il lancio dei 107 mm, come un aut aut agli americani da parte dell’Iran, che non gradirebbe lo schieramento di una batteria contraerea Patriot per la difesa balistica proveniente dall’antica Persia. Il messaggio lanciato dalle milizie shiite sarebbe chiaro, se l’America schiera le batterie contraeree Patriot le milizie sostenute dall’Iran e sempre fedeli all’ex gen Suleimani, metterebbero l’Iraq a fuoco. Poiché piazzando le batterie contraerei, l’America diminuirebbe il potere di dissuasione dell’Iran nei confronti della coalizione.

Ma le stesse PMF non si aspettavano una controffensiva così dura, che a detta dei media e di alcune fonti locali che preferiscono rimanere anonime, subito dopo l’attacco sferrato alla base aerea di Taji a nord di Baghdad, le Brigate shiite operanti in Iraq, sembrerebbero aver abbandonato le loro posizioni site nelle zone di Jurf al-Sakhr, al-Qaim, in altre aree ad ovest di Anbar e all’interno del territorio siriano.

Poco dopo l’attacco, 26 combattenti della mobilitazione popolare sono stati uccisi in un raid  aereo “probabilmente” guidato dalla coalizione internazionale. I media iracheni e siriani parlano di un bombardamento effettuato da 3 aerei che hanno preso di mira Imam Ali e Al-Hassyan nella regione di Albukamal vicino al confine con l’Iraq, zone utilizzate come quartier generale dalle milizie fedeli all’Iran.

Militari della Coalizione in Iraq

Lo stesso Osservatorio siriano per i diritti umani, diventato ormai una certezza sulle informazioni riguardanti i diversi conflitti in essere in Medio Oriente, ha affermato che gli uomini armati uccisi appartenevano alla “milizia di mobilitazione popolare irachena”. Sempre secondo i media locali come Al-Hurra, i morti apparterrebbero alla milizia di Al-Nujaba e Zaynabion.

Ma la milizia PMF non avrebbe dato conferma della provenienza dei deceduti, creando all’interno dei media locali dei dubbi. Dubbi che porterebbero ad ipotizzare un ritiro degli stessi dal campo di battaglia per risparmiarli dalle ritorsioni militari americane, sacrificando alcuni dei militanti lasciati sul campo.

A detta dell’analista Youssef Ismail ad Al-Hurra: “Ciò significa che l’Iran, che guida tutte queste milizie, potrebbe preferire una milizia rispetto ad un’altra che reputa sacrificabile”.

Forze dell’Esercito iracheno in osservazione

Al coro degli analisti si aggiunge in fine la voce del giornalista Ali al-Shammari, che avrebbe dichiarato che: “A causa della crisi economica che affligge l’Iraq e l’Iran, della minaccia dettata dal Coronavirus, delle differenze oggettive tra le milizie sostenute dall’Iran e delle fazioni sostenute dalle stesse autorità religiose all’interno del PMF, i battaglioni potrebbero non essere in grado di resistere ad un forte attacco americano o da un attacco prolungato”.

Ed è probabile che grazie a queste ragioni legate alla geoeconomia dei paesi interessati e al timore dettato dal Covid-19 ad oggi gli Stati Uniti potrebbero evitare il conflitto. Conflitto che neppure gli iraniani desiderano e che non potrebbero permettersi, poiché economicamente in difficoltà a causa delle sanzioni poste in essere e a causa della nuova minaccia del Coronavirus, che vede al giorno d’oggi centinaia di persone decedute abbandonate davanti agli ospedali.

“Potrebbe essere una decisione unilaterale”, quella di non andare in guerra, ha detto il giornalista Ali al-Shammari, aggiungendo: “Le brigate avevano promesso di colpire le forze americane e potrebbero aver voluto lanciare un certo numero di missili alla base per mantenere il loro impegno…”

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