Niger, un Paese estremamente povero e del tutto dipendente dalla Francia

Di Andrea Gaspardo

Roma. L’annuncio dato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, riguardante un futuro impegno delle Forze Armate italiane in una missione militare a sfondo umanitario nel territorio del Niger ci impone di dare uno sguardo d’insieme al Paese in modo da capire per tempo le sfide e le opportunità che un impegno nel teatro nigerino possono offrire all’Italia.

il capo del Governo, Paolo Gentiloni ed il Presidente francese Emmanuel Macron

Sebbene, sulla carta, il Niger sia molto vasto – la sua superficie territoriale è grande più di quattro volte l’Italia-  oltre l’80% del suo territorio è costituito dall’inospitale deserto del Sahara e solo il 20%, corrispondente alla parte più meridionale, confinante con il Burkina Faso, il Benin e la Nigeria, è caratterizzato da condizioni climatiche favorevoli allo sviluppo di un’agricoltura di sussistenza che impegna oltre il 90% della forza lavoro attiva del Paese.

E’ necessario però ricordare, che lo “spicchio” di territorio coltivabile in questione é costituito dal cosiddetto “Sahel”, ovvero una fascia di terra costituente una sorta di “area di passaggio climatico” tra l’area arida del deserto del Sahara e quella fertile della savana arborata. Come tutte le aree climatiche di passaggio, il Sahel è caratterizzato da una intrinseca instabilità, che i cambiamenti climatici intercorsi nell’ultimo secolo hanno contribuito ad accentuare. A partire dal 1972, infatti, l’area é stata interessata da periodiche carestie che hanno accentuato la condizione di vita di estremo disagio in cui versa la popolazione locale e hanno messo a nudo le carenze organizzative di uno Stato che, per il 45% del suo bilancio, dipende da generose donazioni provenienti da altri Paesi e da organizzazioni internazionali.

Principale donatore, nonché partner commerciale del Niger è la Francia, la quale controlla inoltre, attraverso i consorzi SOMINAIR e COMINAK, le due grandi miniere per l’estrazione dell’uranio che, da sole, forniscono il 72% dell’export. L’influenza transalpina, retaggio del passato coloniale esauritosi formalmente solo nel 1960, è pervasiva a tutti i livelli di Governo, dell’economia e dell’istruzione.

Sebbene la costituzione del Niger riconosca e promuova 10 lingue nazionali autoctone, esse sono largamente concentrate all’interno dei rispettivi gruppi etnici, spesse volte in lotta tra loro, tanto che il francese rappresenta ancora oggi l’unico vero strumento di unificazione nazionale.

La Francia ha, inoltre, continuato a mantenere una presenza militare stabile nel Paese (ad eccezione di un breve intervallo tra il 1974 ed il 1979). Attualmente, Parigi è attiva nell’area del Sahel con l’operazione Barkhane, composta da 4 mila uomini supportati da oltre 500 veicoli e mezzi corazzati e 30 velivoli ad ala fissa e rotante, avente come scopo il contenimento della diffusione del fondamentalismo islamico.

Il fronte da controllare, comprendente i territori di Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, è però troppo vasto e Parigi ha preteso che il suo sforzo anti-terrorismo venisse internazionalizzato. Ecco spiegato perché, presto, contingenti militari tedeschi, belgi, spagnoli ed, appunto, italiani, andranno a rimpolpare il dispositivo francese mentre i costi verranno ulteriormente diluiti grazie al sostegno di attori quali gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e gli stessi Paesi africani coinvolti. Non deve poi essere ignorato il problema del contrasto all’immigrazione illegale che sta particolarmente a cuore al nostro Paese. E’ lecito tuttavia chiedersi se l’iniziativa europea, e quindi anche italiana, possa davvero rivelarsi risolutiva oppure corra il rischio di rimanere invischiata in qualcosa che in futuro potrebbe assumere contorni ancora peggiori?

Il Niger é, da tutti i punti di vista, un Paese molto fragile e sottosviluppato; lo provano non solo i dati economici sopra citati, ma anche quelli sociali e demografici. Con circa 7,6 figli per donna, il Niger presenta il tasso di fertilità totale più alto della Terra, così come la più alta mortalità infantile tra i bambini compresi tra 1 e 4 anni (271 per 1.000) e la più alta percentuale di popolazione al di sotto dei 15 anni (oltre la metà della popolazione totale del Paese).

Secondo i dati dell’ONU, solamente il 19,1% della popolazione è alfabetizzato (27,3% di quella maschile e 11% di quella femminile) e ciò dimostra come la transizione demografica non sia nemmeno iniziata. Una conseguenza di tutto ciò è che nei prossimi 10-20 anni la popolazione nigerina, già forte di 21 milioni di persone, tenderà a moltiplicarsi in maniera geometrica portando ad una pressione semplicemente insostenibile sulle già magre risorse del Paese.

Una delle più importanti città nigerine, Agadez, situata esattamente nel centro geografico del Paese, è balzata agli onori della cronaca internazionale per essersi trasformata in una sorta di grande suk di traffico di esseri umani (http://www.reportdifesa.it/niger-agadez-la-citta-dove-in-moltissimi-commerciano-in-esseri-umani-litalia-pronta-contrastare-il-traffico-con-quali-risultati/).

 

E sembrerebbe pure che gli abitanti locali partecipino attivamente a tale commercio ricavandone sostanziosi guadagni economici. Sebbene tali notizie provochino, giustamente, nel pubblico occidentale un’ondata di sdegno, è necessario avere la lungimiranza di destrutturare il fenomeno al di là della notizia.

Agadez si trova in un area che, dal punto di vista geografico-climatico, aveva costituito il cuore della pastorizia nigerina. Gli abitanti locali, in prevalenza di etnia Tuareg, hanno vissuto per secoli di allevamento e di commerci lungo le grandi vie carovaniere attraverso il “Mare di Sabbia”. Costantemente marginalizzati e con un’economia tradizionale devastata dai cambiamenti climatici che, negli ultimi decenni, hanno fatto sparire le aree di pascolo a tutto vantaggio del deserto, i Tuareg hanno dato vita a due rivolte contro il Governo centrale, nel 1990-1995 e nel 2007-2009, entrambe represse a stento e solo grazie al sostegno francese. Non deve sorprendere dunque che, per una popolazione povera e disperata come gli ormai ex-“Signori del Deserto”, i poveri migranti provenienti da tutto il continente africano, e transitanti nel loro territorio, rappresentino un’autentica manna ed un’insperata occasione di lucro.

Ribelli Tuareg

Alla luce di questi fatti, rendendoci conto di come le sfide siano tante e le opportunità assai poche, e dovendo le nostre forze contribuire a breve alla stabilizzazione di un Paese che ha fatto dell’instabilità una sua caratteristica costante, é necessario chiederci quali siano gli interessi nazionali che andiamo difendendo e ricercando laggiù e se siamo pronti, di fronte alla nostra opinione pubblica, a sobbarcarci i costi di tale impresa.

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