Nuova Zelanda, Utrecht e Milano, sulle tracce del terrorismo e della xenofobia. Parla Claudio Bertolotti, analista dell’ISPI e direttore di START InSight

Di Giusy Criscuolo

Roma. Sulla scia dei recenti e tragici avvenimenti accaduti in Nuova Zelanda, ad Utrecht ed, in ultimo, a Milano, Report Difesa ha intervistato l’analista dell’ISPI e direttore di START InSight, Claudio Bertolotti, per un breve viaggio nel mondo del terrorismo, della xenofobia della radicalizzazione e del fondamentalismo.

Claudio Bertolotti, analista ISPI e Direttore di START InSight

Dottor Bertolotti, quello che è accaduto in Nuova Zelanda ed ad Utrecht, possono definirsi entrambi attacchi terroristici?

Da un punto di vista tattico possiamo dire di sì. La manifestazione tattica di tipo terroristico si palesa attraverso la tecnica, l’utilizzo di armi, un obiettivo da colpire e la possibilità di una fuga. Da un punto di vista strategico, no!

No per quanto riguarda l’attacco in Nuova Zelanda. Mancando degli elementi essenziali, come l’appartenenza a un gruppo strutturato e l’obiettivo di raggiungere un fine politico definito, toglie all’atto avvenuto in Nuova Zelanda la connotazione tipica del terrorismo.

Terrorismo concepito nella sua essenza più ampia, cioè quello di diffondere il terrore per indurre uno Stato od un’organizzazione a prendere una decisione che diversamente non avrebbe preso.  Nel caso dell’attacco ad Utrecht, sulla base dei dati che sono stati resi noti e che abbiamo a disposizione in questo momento, si potrebbe parlare di reazione o attacco emulativo in reazione all’evento in Nuova Zelanda, che può essere collocato all’interno della categoria di atto terroristico, perché si inserisce in un più ampio disegno politico dello Stato islamico. Realtà che ordina ai suoi adepti, ai suoi seguaci di colpire ovunque si trovino, con qualunque mezzo e contro qualunque obiettivo. In occidente chiunque è obiettivo dello Stato Islamico, chiunque è nemico.

Nel caso di Milano, dove un senegalese integrato e cittadino italiano da 15 anni con un posto di lavoro regolare, che ha dirottato e messo a fuoco un autobus pieno di ragazzini, si può parlare di terrorismo?

Anche nel caso di Milano, inizialmente, si è tirata in ballo l’ipotesi di un evento di tipo terroristico. In realtà, se noi analizziamo l’ultima direttiva del Parlamento e del Consiglio europeo (numero 541 del 2017), vengono indicati quelli che sono reati di terrorismo, quelli riconducibili a un gruppo o connessi ad attività affini. E’ interessante notare come, il gruppo terroristico, venga indicato come un’associazione strutturata di più di almeno due persone, stabile nel tempo e che agisca in modo concertato allo scopo di commettere atti di terrorismo.

Poi c’è l’associazione strutturata, che non si è costituita casualmente per la commissione estemporanea del reato e che non deve necessariamente prevedere ruoli formali definiti per i suoi componenti, ne continuità per una composizione o una struttura articolata. Per finire, nel documento, vengono descritti quelli che sono i reati di terrorismo.

Parliamo di atti intenzionali che sono definiti reati in base al diritto nazionale, che varia Paese per Paese e che per la loro natura o per il contesto in cui si situano, posso recare un grave danno a un Paese o ad un’organizzazione internazionale. Questo quando gli atti operati, sono commessi con specifici scopi, come intimidire gravemente la popolazione, costringere i poteri pubblici o le organizzazioni internazionali a compiere un qualsiasi atto.

Nello specifico, vengono indicati quelli che sono i reati di terrorismo, ossia attentati alla vita di una persona che possono causarne il decesso, ma sempre da parte di gruppi. Parliamo di attentati all’integrità fisica di una persona e ancora il sequestro di persone e la cattura di ostaggi. In questo caso, Milano potrebbe rientrare nella casistica su citata, ma anche nel caso specifico, il soggetto è uno solo. Non fa parte di un’organizzazione.

Infine. si parla delle distruzioni di vasta ed ampia portata nei confronti di strutture governative o pubbliche con sistemi di trasporto. Anche questo elemento, potrebbe ricondurre il caso specifico di Milano nella casistica, ma ci viene sempre a mancare l’organizzazione di fondo. Bisogna fare molta attenzione ad attribuire la natura di terrorismo ad un evento.

Passando da un piano teorico normativo, ad uno sostanziale, quale è la riflessione da fare?

I cosiddetti atti di terrorismo o il terrorismo, sono spesso manifestazioni tattiche, condotte da attori specifici quali Stati, soggetti non statali, protostatali o addirittura gruppi, come i movimenti insurrezionali, l’opposizione armata, la guerriglia, ma anche individui. In questo caso parliamo di individui che partono da un minimo di due persone a salire.

Il tutto all’interno di una più ampia agenda geopolitica o strategica o militare o politica, ma la tattica come l’atto violento in se, va considerato come una specifica tecnica non convenzionale e non terrorismo tout court. Questa dovrebbe essere la questione sulla quale concentrarsi oggi.

Alcune sequenze dell’attacco alla moschea in Nuova Zelanda

Che differenza c’è tra un attacco terroristico ed uno dettato dalla xenofobia o di natura neonazista?

Anche qui si parla di livelli differenti. L’attacco terroristico vero e proprio, come abbiamo visto prima, è diretto ad un obiettivo Statale o ad un organizzazione con una finalità specifica che ha una finalità politica.

Questo tipo di attacco è strutturato e si inserisce in una strategia ampia in cui il singolo atto terroristico è parte di un più ampio progetto che comprende altri attacchi terroristici.

L’attacco xenofobo, se non inserito all’interno di un’organizzazione strutturata come quella terroristica è un atto isolato, o può far parte di atti isolati tra di loro legati da un’ideologia di fondo, ma senza un’organizzazione, senza un fine comune, senza un obiettivo politico definito.

Hanno entrambi la stessa radice?

L’ideologia è una radice comune. L’ideologia di fondo, la giustificazione che viene utilizzata è la religione. Non è la religione intesa come religione legata a un movimento religioso, ma una religione intesa come bandiera, come ideologia alla quale ci si sottomette e per la quale si è disposti a compiere qualsiasi sacrificio. E’ una forma estrema di partecipazione.

Ma l’atto terroristico portato a compimento con la religione ha una base di consenso più ampia, quando manca la religione, la semplice ideologia, specialmente quando non rappresenta un’ideologia globale, ma che si diffonde in livelli sociali molto bassi e molto limitati da un punto di vista quantitativo allora questo fa la differenza e lo colloca su un piano meno pericoloso, anche se sempre meritevole di attenzione e studio. Quando dico meno pericoloso, lo intendo anche in termini quantitativi. Gli attacchi dell’estrema destra, almeno per quanto riguarda il continente europeo, sono percentualmente inferiori agli attacchi dei gruppi di estrema sinistra, che a loro volta sono inferiori agli attacchi di tipo nazionalistico o indipendentistico.

La direttrice del SITE (Intelligence Group), Rita Katzneonazismop ha parlato di un atto non solo di odio, ma del risultato di un’ideologia specifica a livello globale. Secondo lei, parla di neonazismo, etno-nazionalismo o di islamofobia?

In questo caso credo che si siano già create delle sottocategorie rispetto a quello che è lo spaccato del mondo nel quale ci troviamo. La contrapposizione non è tra diversi gruppi, ma è fra l’appartenenza a un gruppo e la non appartenenza ad altro gruppo. La ricerca di un nemico, di un antagonista o lo scarico della responsabilità verso un soggetto esterno rispetto al gruppo al quale si appartiene è un modo per rafforzare se stessi all’interno del gruppo, giustificare qualunque tipo di fallimento attribuendo la responsabilità a un soggetto esterno, e sostanzialmente trovare una base di consenso elettorale, politico, sociale comunitario, che garantisce alla comunità stessa di mantenersi su posizione estremamente rigide e di chiusura che consentono la sopravvivenza del gruppo stesso. E’ un po’ una caratteristica tipica delle sette, anche se in questo caso parliamo di comunità molto più ampie. Quindi mettere un’etichetta e catalogare questi gruppi è già un lavoro ulteriore. La contrapposizione è sempre su base ideologica e si basa sostanzialmente sempre sulle differenze.

Una parata del Ku Klux Klan  a Muncie (Indiana) nel 1922

Esistono 180 definizioni di terrorismo, nello specifico, quale è addebitabile allo jihadismo e quale agli atti di xenofobia?

Il terrorismo è un qualcosa di strutturato e organizzato. Partiamo dal presupposto che la NATO non ha una definizione di terrorismo e neppure l’Unione Europea. Entrambe hanno una definizione di atto di terrorismo, cioè la definizione di tutto ciò che può essere considerata un’azione violenta che rientri all’interno dei parametri di una definizione blandamente condivisa a livello globale che comprende sostanzialmente azioni violente o soltanto la minaccia delle azioni violente per fini politici.

Di contro, la xenofobia, non è terrorismo. E’ un atto che nella maggior parte delle nazioni viene sanzionato come reato specifico. Un caso emblematico è quello italiano.

Oltre ad avere una costituzione che lo sancisce, abbiamo anche una legge che punisce gli atti di discriminazione raziale o di violenza con aggravante raziale. Su questo argomento, una grande responsabilità appartiene agli Stati, che hanno una grande responsabilità sullo sviluppo del fenomeno della xenofobia, perché è la conseguenza di una non azione. Il non aver saputo spiegare, il non aver saputo gestire un fenomeno come quello dell’Immigrazione, che è un fenomeno strutturale e che va avanti dall’inizio dell’umanità, crea dei disagi in chi si aspetta delle risposte. Il fenomeno viene gestito come un fenomeno emergenziale. Il lavoro viene effettuato sull’arrivo annuale di chi arriva, senza lavorare sugli anni successivi.

Una nota immagine di un atto di terrorismo compiuto dall’ISIS e pubblicato su Internet

Quando si può parlare di atti di xenofobia, in Italia?

Se all’opinione pubblica, non spieghi che stai gestendo il problema, come lo stai gestendo e non sei in grado di creare una narrativa positiva, attorno al tuo operato di governo, vuol dire che hai sostanzialmente fallito e il risultato si manifesta anche attraverso la xenofobia, (intolleranza, chiusura, xenofobia, la manifestazione violenta).

I pochi casi italiani di manifestazione violenta, hanno attirato una elevatissima eco mediatica che si è concentrata su quei singoli fatti e invece ha tralasciato alcuni episodi di violenza, anche numericamente superiori, che invece hanno interessato soggetti stranieri. L’opinione pubblica, ha recepito questa mancata informazione come un tentativo di nascondere una realtà, amplificandone gli effetti. L’opinione pubblica, ha amplificato una paura, ha amplificato un fenomeno che in realtà è a livelli di gestibilità, ma che a livello di percezione sembra qualcosa che è sfuggito di mano.

Quindi, in alcuni soggetti, particolarmente influenzabili, nasce una reazione di difesa. Quando si parla di “resistenza alla sostituzione etnica” è questo che si intende. Cioè, il volersi sacrificare, il volersi immolare a martire, testimone di un messaggio di resistenza della propria cultura e non di opposizione a una cultura altrui. Di opposizione a un fenomeno migratorio, di accoglienza, inclusione o integrazione.

Che differenza c’è tra fondamentalismo e radicalismo?

Sono due fenomeni completamente diversi. Quello della radicalizzazione, potremmo definirlo un fenomeno veloce. In grado di coinvolgere soggetti e d individui in numero più o meno limitato e collocati anche geograficamente in maniera puntiforme. Questo perché l’utilizzo dei social network e della rete web, consente di raggiungere chiunque e ovunque si trovi, trasmettendo un messaggio anche in maniera estremamente efficace e veloce, perché veicolato attraverso il web e che necessita di estrema sintesi. E la sintesi è un qualcosa che ti agevola nella trasmissione del messaggio stesso. La radicalizzazione avviene in tempi relativamente brevi e ha in se una via di uscita. Che consiste nel convincere un soggetto che ha aderito da una scelta violenta o di violenza in un certo periodo della sua vita, portandolo alla rinuncia della manifestazione della violenza. Per gli addetti ai lavori parliamo di deradicalizzazione.

Il fondamentalismo, al contrario, è un qualcosa che ha basi genetiche. Genetiche, non in senso di trasmissione attraverso il DNA, ma di tradizione attraverso l’appartenenza alla gens, alla famiglia, al gruppo, alla comunità. Comunità sempre più chiuse, che vivono attorno all’idea costruita di una propria identità che è l’identità di un soggetto che si deve difendere o crede di doversi difendere da minacce esterne, da ingiustizie esterne, da violenze contro le quali non ci si può opporre, perché in condizioni di minorità. Questo porta ad un aumento sempre crescente del senso di appartenenza al gruppo e della volontà di difendere il gruppo stesso anche attraverso il sacrificio. Fondamentalismo e radicalismo possono essere accomunati da una manifestazione di reazione violenta, ma le radici sono completamente diverse.

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