Percezione della corruzione, il CPI 2018 fotografa la situazione in Europa. La Danimarca leader mondiale nella lotta alle “bustarelle”

Di Annalisa Triggiano* 

Roma. Ben 14 dei 20 Paesi in cima alla lista del Corruption Perception Index (CPI) del 2018 sono parte dell’Europa occidentale.

Il sistema delle “bustarelle” coinvolge anche molti Paesi europei

Dal 1995, Transparency International presenta questi dati con cadenza annuale offrendo, così, uno spaccato della situazione a livello globale. Il grado di corruzione viene espresso tramite un indice, denominato appunto “Indice di Percezione della Corruzione” (Corruption Perception Index, CPI), calcolato incrociando i dati ufficiali provenienti da varie istituzioni indipendenti ed attinenti a diversi aspetti legati9 al fenomeno. 

Tra gli altri: l’uso dei fondi pubblici e la loro diversione, l’esistenza di leggi sul conflitto di interessi, la lotta alla corruzione, il livello di burocratizzazione, l’autonomia dei media ed altri ancora.

Il CPI è espresso su una scala da 0 a 100, dove 0 indica il massimo grado di corruzione e 100 la sua completa assenza. Con 88 punti, la Danimarca torna leader mondiale del CPI, sebbene con un punteggio invariato rispetto al 2017.

A stretto giro seguono Finlandia, Svezia e Svizzera con 85 punti ciascuna. Fanalino di coda della zona è la Bulgaria, con 42 punti (uno in meno dell’anno precedente).

Questo Paese è preceduto dalla Grecia (45 punti, 3 in meno del 2017) e dall’Ungheria, che con 46 punti ha perso 8 posizioni rispetto agli ultimi cinque anni.

L’Europa Occidentale, con un punteggio medio regionale complessivo di 66 su 100, è la zona con migliori risultati al mondo. Tuttavia, pur potendo vantare un sistema democratico ed economico complessivamente molto stabile, non mancano regioni problematiche sotto il profilo della percezione della corruzione (e non solo) per le quali il lavoro da fare è ancora moltissimo.

Lo schema della corruzione in Europa

Anche il rapporto regionale di Transparency si divide in tre categorie di risultati: Paesi in via di miglioramento, quelli degni di osservazione e Stati in declino.

Con riferimento ai primi – come ho già scritto per Report Difesa del 13 febbraio scorso (http://www.reportdifesa.it/26933-2/)  – la Danimarca paga lo scotto dello scandalo Danske Bank. Miglioramenti si registrano anche per il Regno Unito, che pur cedendo due punti rispetto al 2017, migliora di ben 6 punti rispetto al 2012, passando da 74 ad 80, ma al contempo conseguendo il peggior punteggio dal 2016, per causa anche dei numerosi scandali interni.

Tra i Paesi in declino, viceversa, ci sono Malta e l’Ungheria, che hanno peggiorato negli ultimi anni i loro punteggi e così pure Romania e Bulgaria, i quali pure negli ultimi anni avevano registrato qualche progresso.

Anche la Polonia – sotto procedura di infrazione per le sistematiche violazioni dello Stato di Diritto – si è fermata.

Tornando all’Ungheria, si tratta di una nazione che ha perso nove punti negli ultimi 7 anni, passando dal 55° posto del 2012 al 46°del 2018. I ricercatori di Transparency riconducono il cambiamento al deteriorarsi del sistema democratico (emblematici, secondo le stime, i casi di Open Society Foundation e della Central European University, fondati dal magnate George Soros e banditi recentemente dal territorio ungherese).

Con un punteggio di 54 punti, Malta negli ultimi tre anni ha perso 6 punti, passando dal 60° posto del 2015 al 54° del 2018.

Il tonfo non sorprende, se si richiamano alla mente gli eventi tragici che hanno portato, lo scorso anno, all’assassinio della giornalista di inchiesta Daphne Caruana Galizia, che indagava proprio su scandali nazionali legati a episodi di corruzione governativa.

Ancora, sia la Romania (47 punti) che la Bulgaria (42 punti), che hanno perso un punto ciascuno nel CPI rispetto allo scorso anno, sono sotto osservazione del Cooperation Verification Mechanism (CVM) europeo. Un organismo deputato a monitorare se ognuno di questi Paesi si sta muovendo nelle direzioni pattuite per entrare nell’Unione Europea, soprattutto per gli impegni presi in tema di riforme giudiziarie e normative sulla corruzione.

Ed, a dispetto degli impegni assunti, Transparency ha rilevato che nessuno dei due Paesi ha raggiunto risultati soddisfacenti negli ambiti menzionati. Vi è anzi un malcontento popolare e sono molto preoccupanti i venti di sovranismo e antieuropeismo che iniziano a soffiare nella zona.

Tra gli Stati da osservare, in questa edizione del Rapporto CPI europeo, figurano Paesi come la Grecia, la Repubblica Ceca e l’Italia (questi ultimi due Paesi governati da forze dichiaratamente populiste).

Con un punteggio di 59, e nonostante un miglioramento di due punti rispetto al 2017 e di ben 8 rispetto al 2014, la Repubblica Ceca ha comunque fronteggiato una serie di scandali che ne hanno in parte minato la reputazione.

La Grecia ha perso tre punti, passando da 48 del 2017 a 45 del 2018, ma migliorando di 9 punti rispetto al 2012. Non va dimenticato che il Paese ha intrapreso molte riforme strutturali, dopo la crisi del 2008. La burocrazia non efficiente non premia del tutto gli sforzi del Paese e non sono mancati scandali negli anni recenti.

Con un punteggio di 52, l’Italia ha migliorato di due punti la posizione del 2017, continuando il trend costantemente positivo inaugurato nel 2012 (da allora, 10 punti in più).

I ricercatori attribuiscono il merito di questa crescita lieve, ma costante, soprattutto alla approvazione della legge 190 del 2012, recante disposizioni “per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella P.A.”.

In prospettiva, bisognerà verificare che impatto avrà sul CPI italiano l’approvazione, recentissima, della cosiddetta “Legge Spazzacorrotti”, entrata in vigore a fine gennaio.

Ma,  direi giustamente, i ricercatori di Transparency pongono anche l’accento sulle nuove sfide che attendono l’Italia: si rileva un indebolimento (weakening) del sistema democratico e della cultura politica1, soprattutto legato al proliferare delle fake news.

La situazione dei Paesi balcanici è, invece, di gran lunga la peggiore. Tutti gli Stati dell’area occupano posizioni medio basse nel ranking generale.

In ragione di un CPI medio di soli 41 punti, Serbia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia e Albania gravitano tra l’88° e il 100° posto della classifica. Solo Croazia (60) e Montenegro (68) appaiono in una migliore condizione.

A dare una connotazione ulteriormente negativa ai dati forniti da Transparency International contribuisce l’analisi del trend di questi stati: dal 2012 (al 2018 non si rileva alcun segnale di miglioramento e, rispetto allo scorso anno, tutti i Paesi dei Balcani occidentali hanno, viceversa, peggiorato il proprio punteggio, con la sola eccezione della Macedonia.

Nonostante la lotta alla corruzione sia una delle condizioni imposte dalle istituzioni europee per l’ingresso nell’UE, nessuno degli stati candidati o aspiranti tali ha fatto, dunque, sforzi apprezzabili in questo campo.

In Serbia, ad esempio, il tentativo di porre sotto il proprio controllo le istituzioni pubbliche preposte al mantenimento dello Stato di Diritto è stato evidenziato dall’associazione dei giudici serbi che, con un ha definito la bozza di riforma costituzionale presentata dal governo un tentativo di ampliare la possibilità di influenza politica sul sistema giudiziario.

In altri contesti il problema si origina da lacune normative e, più in generale, dalla debolezza delle istituzioni. E’ il caso, ad esempio, del Kosovo dove, a fronte dell’esistenza di ben quattro organi preposti alla vigilanza, la poca chiarezza nella suddivisione di ruoli e di compiti ha creato caos e inefficiente, che ne vanificano  di fatto l’operato2.

Attraverso il meccanismo del finanziamento pubblico dei partiti, inoltre, la corruzione può persino insinuarsi nelle elezioni politiche: ad avvalorare l’idea è quanto riportato da Transparency International, circa le ultime tornate elettorali in Montenegro e in Bosnia Erzegovina3.

Ultima tra i Paesi balcanici con il suo 100° posto, l’Albania soffre di gran parte delle problematiche succintamente qui descritte: è di pochissimi giorni fa la raccomandazione con la quale il Fondo Monetario Internazionale esorta Tirana ad attuare più restrittive misure anti-corruzione, le quali appaiono una condizione indispensabile per il rilancio economico del Paese per rimettere in moto il mercato del lavoro consentendo, così, un più efficace contrasto al fenomeno preoccupantissimo e recrudescente dell’emigrazione4.

1 http://country.eiu.com/Italy

2 https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2018/kosovo

3https://www.transparency.org/news/feature/weak_checks_and_balances_threaten_anti_corruption_efforts_across_eastern_eu

4 https://www.albanianews.it/statistiche/fmi-albania-emigrazione

 

*Docente a contratto Università degli Studi Roma Tre, ex Ricercatrice CEMISS

 

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