Perché la Turchia difende al Qaeda?

Di Francesco Ippoliti*

Ankara. L’intervento della Turchia nel Nord della Siria è sempre stato sostenuto dal vertice turco come difesa dei confini contro la minaccia terroristica curda.

Invece, i fatti dimostrano, al momento, che si tratta di una invasione della Siria e di uno spostamento di etnie al fine di favorire la sicurezza dei confini turchi.

Infatti, sotto la veste di lotta al terrorismo, è stato giustificato l’intervento nella regione di Afrin che ha comportato la capitolazione delle forze curde di YPG e YPJ presenti ed un esodo di circa centomila persone della stessa etnia verso dei campi profughi nell’area di Aleppo, sotto un vago controllo governativo siriano.

Miliziani dell’YPG

Nell’invasione della regione di Afrin, le principali forze schierate contro i curdi erano quelle regolari turche che hanno supportato, per il lavoro “sporco”, quelle jihadiste, quali le FSA (Free Syrian Army), le milizie legate ad al Qaeda (HTS – Hayat Tahrir al Sham) ed ulteriori gruppi armati sunniti integralisti.

Nell’operazione, denominata “Olive Branch” (ramoscello d’ulivo), le forze jihadiste erano state schierate in territorio turco, lungo l’asse Kirikhan e Akbez, e da lì sono entrate nel territorio curdo con direzione Afrin, milizie ben equipaggiate e con palese dimostrazione del supporto tecnico, finanziario e logistico fornito da Ankara.

Da fonti locali e da fonti ufficiali turche, la maggior parte delle famiglie curde ivi presenti sono state rimpiazzate da quelle di religione sunnita; oltre 162 mila siriani sono arrivati sia dai vari campi profughi presenti in Turchia che da veri e propri spostamenti etnici come quelli delle aree di Ghouta e Douma.

Ma il solo controllo dell’area di Afrin, spogliata dalla presenza curda, non è ancora sufficiente per eliminare quella minaccia che i turchi continuano a considerare: cioè la continua presenza delle ben addestrate milizie curde ai loro confini meridionali.

Per il raggiungimento di questo obiettivo, Ankara pone in secondo piano ogni altro aspetto e considerazione di minaccia; fornisce il supporto quotidiano alle milizie estremiste islamiche che si riconoscono sotto la bandiera di al Qaeda, esaltate dall’alleanza turca ma destabilizzanti e inaffidabili per il loro credo e per gli obiettivi territoriali e fondamentalisti che si prefiggono.

Con le recenti dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump sul il ritiro delle forze USA dalla Siria, il governo di Ankara ha sicuramente visto la possibilità di porre in essere i più volte paventati piani per la conquista dei territori settentrionali della Siria, lungo la direttrice Manbij, Ain Issa e Al Hasakah, e la cacciata definitiva delle forze curde dai confini turchi.

Ankara non ha mai nascosto le mire di volere un territorio-cuscinetto al confine meridionale profondo almeno una quarantina di chilometri, retto da milizie fedeli e da una popolazione pro turca che possa un domani essere annessa.

Per una immediata azione al pensiero del Presidente Trump, le Forze Armate turche hanno ammassato nell’area di Gaziantep numerose unità meccanizzate e corazzate, di provenienza anche dalle forze schierate nella Turchia europea.

Parimenti, anche le forze ribelli sunnite hanno ammassato in area Qabasin, (area sotto controllo turco nel dispositivo Euphrates Shield) e Kobane numerose unità legate al Free Syrian Army, gruppi armati dai nomi incutono timore e minaccia, ma che in realtà sono solo un insieme di raggruppamenti più o meno numerosi di milizie dotate di mezzi leggeri per il movimento e di armi pesante montate.

In particolare, sono state schierate le unità come: la 1^ Legion, 3^ Legion, Samarkan Brigade, al-Hamza Brigade, Ahrar al- Shariqiya, 9^ Brigade, al-Rahamn Corps, 13^ Division, 132^ Brigade, Muntasir Billah Brigade, Sullyman Shah Brigade, Fatih Sultan Mohmet, Jaysh al Sharqiyah ed altre minori.

Molti di essi hanno ricevuto, mediante numerosi convogli ferroviari, nuovi mezzi come SUV, pickup dotati di cannoni binati, equipaggiamento, supporto logistico ed anche armi pesanti.

Di contro, lo spostamento di numerosi miliziani legati a FSA ha lasciato alquanto sguarnito l’area di Idlib, in mano alle forze alqaediste di HTS.

L’area di Idlib è una zona ove convivono le forze FSA e HTS, con i confini garantiti da vere e proprie FOB (Foward Operational Base) di forze regolari turche che si fronteggiano contro parimenti FOB russe ed iraniane, poste in territorio controllato dalle forze governative di Assad.

La mappa di FOB russe e turche

Quindi la sicurezza delle forze jihadiste è, di fatto, garantita dall’apparato governativo turco.

Nello scorso settembre, quando veniva paventata un’azione governativa siriana per la conquista di Idlib, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan ebbero un meeting in Sochi per stabilire le condizioni per evitare un bagno di sangue. Una delle condizioni era la creazione di una buffer zone di 15-20 km tra le forze ribelli e quelle governative, ove era vietata la presenza di armi pesanti e di forze estremiste (proprio ad esempio HTS).

Un attacco ad Idlib  in Siria

Condizioni che la Turchia non è mai riuscita ad assicurare o per mancanza di volontà o per incapacità di imporsi sulle forze islamiche estremiste.

Per evidenziare la totale non affidabilità delle forze jihadiste viene da sottolineare le recenti azioni delle milizie di al Qaeda di HTS che, a seguito del succitato spostamento delle unità del FSA, hanno condotto azioni per avere il controllo dell’area di Idlib.

In particolare HTS ha rafforzato la sua presenza prendendo il controllo di numerose località, considerate strategiche nella regione di Idlib.

HTS ha colpito con forza un altro gruppo/coalizione di ribelli , il NFL (National Front for Liberation), formato da oltre 10 fazioni e da forze di altri gruppi jihadisti, tra cui Nur al-Din al-Zanki (o Zenki) e Ahrar al-Sham, riducendogli il controllo sul territorio (specie nella regione di Hama) e facendoli capitolare in numerosi villaggi. Il NFL è una formazione che si avvale del supporto diretto da parte dell’apparato governativo e difensivo turco.

HTS ha ora un considerevole controllo della regione di Idlib, tale da poter influire sulle decisioni del Governo di Salvezza che amministra l’area.

Infatti, con la conquista di dozzine di villaggi, ora si valuta che HTS abbia il controllo di oltre il 80% della regione di Idlib, tale da essere l’ago della bilancia nelle decisioni governative.

Di recente HTS ha di fatto sciolto la polizia locale, istituita dal vecchio apparato governativo Governo Siriano ad Interim, costituito a Gaziantep (Turchia) nel 2012. La polizia è stata sostituita dalle milizie armate di HTS.

Inoltre, sempre nella regione di Idlib, sono sorti altri gruppi legati ad HTS ed al Qaeda, in particolare i “Guardiani della Religione”, gruppo che impone le legge coranica della sharia ed incita i “credenti” a combattere.

In sintesi, le milizie ben organizzate di HTS hanno ormai preso il controllo dell’area di Idlib, area garantita dall’apparto governativo turco. HTS è guidato da Abu Muhammad al –Juliani (anche al-Jawlani), il primo ed unico emiro di al-Nusrah (con una taglia di 10 mln di dollari), che ha giurato fedeltà ad al Qaeda nel 2016. Al-Nusrah cambiò nome in Jabhat Fath al-Sham e, con altri gruppi, formò HTS agli inizi del 2017.

E’ nelle liste dei gruppi terroristi sia dal Dipartimento di Stato USA che dalla Turchia che dalla Russia. Ed ha dimostrato il proprio credo integralista islamico e destabilizzante nella regione siriana di Idlib, un credo che non potrà mai portare a colloqui di pace per il consolidamento della Siria.

La Turchia ha il potere di incidere sulle decisioni della regione di idlib, in quanto sta agendo in essa come protettorato e come garante.

La questione è capire fino a quando Ankara potrà sopportare questo rapporto ambiguo con le milizie sunnite fedeli e quelle integraliste opportuniste. Fino a quando la Turchia potrà “non vedere” quello che accade alla popolazione di Idlib, sottomessa alla sharia, fino a quando “deve” provvedere al supporto logistico e finanziario delle milizie locali che inevitabilmente si rifanno ad al Queda e fino a quando potrà difendere l’indifendibile credo terroristico di HTS.

Solo la Turchia, Stato membro della NATO, dotato di principi democratici, potrà uscire da quel fango che è il supporto diretto ed indiretto di al Qaeda, organizzazione terroristica internazionale che ha le mani sporche di sangue innocente e minaccia sia l’occidente che la stessa Turchia.

E non vi è rimasto molto tempo, dopodiché anche Ankara dovrà sottomettersi alle milizie di al Qaeda o combatterle in un bagno di sangue.

*Generale di Brigata (aus) Esercito Italiano

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