PESCO, i dubbi su una futura Difesa europea. I primi risultati li potremmo avere tra cinque anni

Di Francesco Ippoliti*

Nasce la PESCO (Permanent Structured Cooperation) cioè la cooperazione strutturata permanente dell’Unione Europea.

Ma è un Comando? Una struttura? Una capacità?

Secondo il Trattato dell’Unione Europea, Titolo V, la Common Security and Defence Policy (CSDP) è parte integrale della Comune Politica di Sicurezza ed Estera dell’Unione (CFSP) e definisce le strutture politiche e militari per le operazioni civili e militari all’estero.

Quanto sopra è l’applicazione del Trattato dell’Unione Europea agli articoli 41 (e 42), 43 e 46 nonché dei Protocolli di intesa 1, 10 e 11.

Quindi, sotto le normative previste dal Trattato dell’Unione Europea e da altri protocolli nasce la PESCO, che punta a rafforzare la cooperazione tra gli stati ed i loro interessi internazionali su due temi particolarmente delicati, la sicurezza e la difesa.

Gli ambiti di collaborazione tra gli Stati partecipanti saranno tre: investimenti della Difesa, sviluppo di nuove capacità e preparazione a partecipare insieme ad azioni militari.

La PESCO sarà su due livelli, uno a livello Consiglio per prendere le decisioni dettate dalla politica della sicurezza europea ed uno a livello di progetti tecnici, dei quali il Servizio Europeo per l’Azione Esterna ne sta già analizzando una cinquantina.

La PESCO potrà, ancora, applicare la revisione coordinata annuale della Difesa (CARD) che serve ad analizzare efficienze ed inefficienze nelle spese nazionali e quindi con risvolti nell’efficienza europea.

Con l’avvio della PESCO nasce anche il Fondo Europeo per la Difesa, proposto dalla Commissione europea e dal 2021 l’Ue potrà stanziare ogni anno 500 milioni di euro per finanziare i progetti comuni per lo sviluppo delle tecnologie avanzate nel settore specifico e oltre 1 miliardo l’anno per cofinanziare l’acquisizione di capacità operative.

E forse il primo passo per una Difesa Comune Europea, verso delle Forze Armate Europee?

Vi sono alcuni dubbi che necessitano di risposte.

Innanzitutto è un contributo volontario, con decisioni all’unanimità e senza quattro Stati importanti (lasciando fuori la Gran Bretagna) che sono Malta, Danimarca, Irlanda e Portogallo. Tralasciando Malta e Irlanda le altre due nazioni hanno delle Forze Armate efficienti, preparate e tecnologicamente dotate. Sono due pilastri della NATO. Lasciarle fuori dalla struttura europea significa già partire zoppi. Certo potrebbero siglare l’accordo nei prossimi giorni (11 dicembre) ma potrebbero anche rimanere alla finestra come spettatori.

Questa PESCO significa anche capacità operative? L’Europa, nella sua Strategia di Sicurezza ha affermato la capacità di intervento in tutte le zone del mondo, potendo schierare unità anche livello Battlegroup per la sicurezza e la salvaguardia degli interessi europei. Per fare ciò servono strutture di Comando e Controllo predisposte, con livelli di sicurezza certificati ed approvati e rodati nel tempo. Impiegare unità e uomini non è un’improvvisazione ma una complessa macchina affidabile e credibile. La PESCO lascia troppo al contributo volontario ed alle decisioni unanime, che difficilmente daranno credibilità e forza.

Serve concedere maggior potere all’Unione Europea in termini di strutture decisionali per ricevere l’attenzione sufficiente e guadagnarsi il rispetto che ora ha solo la NATO e riesce a mantenerselo a fatica.

E poi c’è il tema delle risorse.

Vi sono sul tavolo troppi milioni di euro da suddividersi per progetti comuni, soldi che potrebbero essere importanti per ogni Forza Armata, viste le solite ristrettezze. Ed ancora, in una lista di venti impegni “comuni e vincolanti” figurerebbe un aumento delle spese militari con investimenti e ricerca e sviluppo. E’ un tema delicato, che anche il Presidente americano Donald Trump ha affrontato richiamando anche l’Italia ad un maggior investimento economico nelle Forze Armate. Non sarà semplice aumentare il budget della Difesa, raggiungere l’auspicato 2% richiesto dalla NATO e quindi salvaguardare il requisito dell’Unione Europea. Se non interverranno ulteriori fattori il bilancio della Difesa sarà destinato a rimanere quello attuale con alcuni aggiustamenti o piccoli “magheggi” che potrebbero aiutare le casse.

In sintesi la PESCO fonda le basi su delle norme già in vigore ma su una volontà dubbiosa e con traguardi a medio e lungo termine. I primi passi li potremmo vedere dal 2022 (e quante cose potrebbero cambiare fino ad allora?) ma intanto ora le Forze Armate Europee hanno bisogno di essere consolidate, di aver una struttura comune ed una capacità adeguata ad affrontare le sfide quotidiane. Al momento queste capacità rimangono ben salde nella NATO, che piaccia o meno, in una struttura ben stabilizzata e credibile.

L’Unione Europea deve dotarsi di uno strumento militare comune dotato di potere decisionale, non una alternativa alla NATO o una sua complementarietà, ma con obiettivi diversi per interessi legati alla sicurezza del vecchio continente al fine di avere il suo vero spazio con la difesa dei propri interessi.

Al momento questi traguardi sono nella lista della spesa del’Unione Europea, serve forse una più decisa pianificazione e realizzazione delle strutture.

* Gen. B. (aus)

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