Proteste in Iran, non è come nel 1979

Di The Hawk.

Tehran. Da cinque giorni vi sono forti scontri nelle piazze delle maggiori città iraniane per il chiaro malessere della popolazione. I giovani sono i più arrabbiati, delusi ed in collera con il sistema che non li tutela. E la repressione non si fa mancare.

Ma cosa succede esattamente nel grande paese degli Ayatollah?

Negli scorsi anni le sanzioni imposte dalla comunità internazionale per il tema nucleare hanno forgiato il morale ed il carattere dei persiani; essi hanno resistito a forti pressioni economiche, hanno subito privazioni dolorose, anche in campo medico, delle cure, quando anche le importazioni di farmaci per i tumori erano impossibili.

Ed hanno reagito.

Si sono adeguati, cercando soluzioni più o meno ingegnose per poter sopravvivere dignitosamente e guardare con fiducia al futuro.

L’inflazione è sempre stata altissima, nell’ultimo decennio il suo valore è variato dal 25 al 35%, nonostante i dati ufficiali abbiano sempre dichiarato un valore intorno al 10-15%. Ovvio, dipende sempre cosa si considera nel paniere dell’esame. Il cambio dei rial con dollaro ed euro è sempre incrementato, solo forti iniezioni di valuta pregiata abbassavano il tasso che era arrivato anche ad oltre 50 mila rial per euro (per fare un termine di paragone il pane a Tehran ha un costo dai 5 mila ai 10 mila rial a pezzo, in altre zone del paese sta intorno ai 3-4 mila rial).

Però il Governo, le autorità religiose ed il Parlamento sono sempre stati vicini al popolo, facendo iniezioni di sussidi per i generi di prima necessità, calmierando i prezzi a favore delle categorie più bisognose. Quando con Ahmadineijad nella sua ultima parte del mandato ha cominciato a eliminare qualche sussidio, come il latte e la farina, per far quadrare un budget difficile da gestire, la popolazione cominciò a rumoreggiare, a minacciare di scendere in piazza, erano consci dei loro sacrifici per non sottostare alle pressioni internazionali, ma il Governo doveva restare con il popolo, non contro il popolo.

I sospirati accordi JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action; iran_joint-comprehensive-plan-of-action_en), gli accordi sul nucleare fortemente voluti e vinti dal Presidente Rohani, con il considerevole supporto del compianto Rafsanjani, hanno aperto i cuori e le speranze dei giovani, hanno urlato la vittoria per le strade, hanno osannato Rohani ed hanno finalmente visto la luce al termine del tunnel, l’Iran poteva ripartire con nuovi venti e nuove aperture.

Finalmente si poteva rimpinguare le casse dello Stato a supporto del popolo, tolte le sanzioni si cominciava a poter rifar risorgere il Paese, un mondo nuovo. L’inflazione ha cominciato a diminuire, il cambio con dollaro e euro aveva invertito la rotta, era sceso anche del 50% e la vita ha cominciato a riprendere.

Ma come si sa, a volte l’imprevisto più subdolo è dietro l’angolo.

La guerra in Siria contro l’ISIS è stata un obbligo da parte di Tehran a supporto di Damasco e contro un nemico sunnita, che rischiava di monopolizzare un corridoio indispensabile ai progetti dell’Iran, una concreta minaccia all’Iran sciita.

La guerra ha richiesto uno sforzo considerevole ai vertici militari iraniani, alle Guardie della Rivoluzione e di conseguenza al fiero popolo persiano.

L’intervento è stato pagato un prezzo altissimo, in termini di vite umane e di risorse, specialmente quelle economiche. Fiumi di dollari sono stati iniettati nella guerra, una voragine di denaro. Il sogno di poter finalmente cominciare una vita decorosa e limitando i sacrifici si è infranto sulle bombe dell’ISIS. Così anni di guerra hanno di nuovo impoverito le risorse economiche del paese ed hanno richiesto ancora sacrifici alla fragile tolleranza degli iraniani.

Ora, con la fine della guerra il popolo vuole tornare alla vita serena. Ma l’inflazione è tornata a salire, siamo oltre il 35%, il cambio con le principali valute pure,. Un euro è ufficialmente ad oltre 40 mila rial ma nelle agenzie di cambio si arriva ad oltre i 60-70 mila rial e gli stipendi statali sono rimasti pressoché fermi. Inoltre, anche la disoccupazione ha incrementato il suo valore, riducendo le speranze per il futuro.

Quindi li costo della vita è alle stelle, è difficile vivere con il solo stipendio, ne servono due, forse tre.

Non è spiegabile come il primo paese di risorse energetiche del Golfo Persico, con una forte esportazione, in particolare di cemento e acciaio, possa essere in queste condizioni e senza la scusante delle sanzioni, ormai tolte.

Quindi l’esplosione del malcontento era inevitabile, la rabbia di dover ancor sottostare a sacrifici è diventata collera contro la gestione del paese da parte degli Ayatollah.

E’ partita con una velocità impressionante via social Instagram e Telegram, specie quest’ultimo che è difficilmente controllabile dal Comando Cyber presente in Tehran.

Le Università, cuore pulsante del pensiero del confronto, hanno cominciato a chiamare alla protesta ed hanno fatto scendere in piazza il popolo, i giovani, le speranze dell’Iran.

I giovani hanno sfidato le minacce della polizia, delle IRGC e le paure di Evin, il temuto carcere di Tehran. Ed alcuni hanno perso la vita in questo scontro tra futuro e realtà.

Ma molte testate internazionali e molti leader occidentali non hanno capito la volontà ed il pensiero dei dimostranti. Non si vuole rovesciare il sistema, non si vuole rifare una rivoluzione, si vuole vivere e vedere un futuro sereno, e si può fare, si deve fare.

Il presidente Trump potrà anche dire di voler rovesciare il regime, ma al momento non ne ha la forza e forse nemmeno la capacità, lo stesso dicasi degli Arabi, solo il popolo persiano potrà rovesciare se stesso, quando lo riterrà opportuno.

Le manifestazioni potranno continuare, con meno forza (Instagram e Telegram hanno smesso di funzionare, anche via VoIP), ma il Governo è consapevole che la rotta intrapresa deve essere modificata. Meno soldi agli alleati Hezbollah, a Damasco, agli al-Shaab, in Yemen, in Qatar, in Arabia Saudita a supporto degli sciiti locali, e più interesse verso il popolo persiano, almeno per ora.

Quindi servono risposte immediate, subito diminuire il prezzo dei beni comuni anche con forti iniezioni di sussidi, aumentare gli stipendi, una quota minima ma un messaggio chiaro di rispetto del popolo e soprattutto dimostrare che gli Ayatollah non sono una casta ma le vere guide del popolo persiano. 

L’alternativa sarà un elevato numero di proteste e di scontri di piazza contro l’orgoglio persiano che vuole un governo ed una leadership capace e che rispetti la volontà e la fiducia accordata.

Quello che deve apparire chiaro, dunque, è che quanto sta accadendo nel Paese non è assolutamente paragonabile alle proteste del 1979 contro lo scià.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Autore