Questione palestinese, Hamas ha perso

Di Francesco Ippoliti*

Gerusalemme. Un’altra marcia di protesta contro Israele è naufragata nell’assenza più totale dei palestinesi.

L’attacco di Israele

Un’altra serie di azioni violente contro il popolo di Israele finite con la morte di alcuni facinorosi palestinesi, guidati da un ideale finito, surclassato e utopistico, quale la distruzione del Paese medio orientale, che porta solo morte e distruzione.

Hamas, acronimo arabo che significa “Movimento di resistenza arabo”  ha perso, ha perso il suo carisma, l’ideologia e la sete di rivendicazione che lo ha animato per anni. Questo gruppo deve deporre le armi e deve pensare al popolo di palestinese di Gaza che soffre per la cieca visione illusoria di poter combattere Israele fino alla sua distruzione.

La Striscia di Gaza è un’area di 365 chilometri quadrati che conta oltre 2.2 milioni di persone, di queste il 42% sono disoccupati o vivono di espedienti, circa il 40% vive in un regime di povertà, non che gli altri stiano molto meglio, e vi è carenza di alimenti e di acqua.

Gli aiuti provengono principalmente dall’assistenza umanitaria ed in particolare dalle Agenzie delle Nazioni Unite che fanno transitare ogni giorno dal valico di Rafah ben 250 camion di beni primari. Tali aiuti sarebbero gestiti da Hamas, al dispetto degli accordi che ne prevedevano il controllo da parte dell’Agenzia dell’ONU per i palestinesi UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East; https://www.unrwa.org).

Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza nel 2007, quando si scontrò violentemente contro il partito al-Fatah del presidente Mohamud Abbas, sostenendo di incrementare l’economia e debellare la corruzione e l’inefficienza fin ora viste.

Ha un’ala armata, violenta e di matrice terroristica, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Queste sono le principali protagoniste delle minacce e delle violenze contro Israele. In tali brigate esiste la componente operativa, quella addestrativa ma soprattutto quella tecnologica, in grado di sviluppare e migliorare la componente missilistica, il maggior pericolo per Tel Aviv.

Il 30 marzo scorso, il Land Day dei palestinesi, Hamas ha decretato alla popolazione palestinese di ribellarsi ad Israele mediante la “Marcia del Ritorno”.

Ogni venerdì, al termine della preghiera la popolazione in massa sarebbe dovuta andare ai confini con Israele e protestare fino al giorno 15 maggio, giorno della “Nakba”, la catastrofe, ove i palestinesi avrebbero dovuto attraversare i confini di Israele e tornare nelle proprie abitazioni, lasciate nel maggio del 1948. I palestinesi si sarebbero dovuto ribellare e “cacciare” gli ebrei dalla Palestina.

Il risultato è stato un penoso scontro di poche centinaia di persone, talvolta qualche migliaio che venivano respinti dai gas lacrimogeni delle truppe di sicurezza israeliane. Molti i feriti, i pochi morti che ci sono stati o hanno tentato di assalire le barriere del confine oppure avrebbero avuto scontri a fuoco con i soldati di Tel Aviv, quindi sono principalmente attivisti di Hamas.

Alcuni elementi delle Brigate Qassam avrebbero anche tentato di entrare in Israele mediante i tunnel scavati al di sotto del confine. Ampiamente respinti.

Una ingloriosa manifestazione di mera debolezza, assunta anche con minacce alla popolazione se non si fosse piegata alla volontà di Hamas.

Quindi, alle manifestazioni al confine con Israele sono state notate persone animate da spirito di rivendicazione, terroristi, ed elementi costretti dalla forza, ma comunque una minima percentuale del popolo palestinese.

E gli atti non si sono fermati. Hamas ha continuato con le provocazioni e con le minacce.

Hamas è stato incolpato dalla propria gente di non pensare al popolo palestinese, di non seguire un piano di sviluppo economico e sociale, di non essere vicino alla popolazione ma di seguire i propri scopi terroristici anche a costo di vedere tra le sue fila vittime innocenti che li giustifica considerandoli mariti della jihad.

Questo gruppo rivendica gli aiuti internazionali per continuare la lotta contro Israele e chiede il più ampio supporto degli amici arabi.

Per parlare degli aiuti ricevuti giova ricordare che vari progetti sono stati accolti per aiutare il popolo palestinese.

Dopo il conflitto del 2014, scatenato dalla cieca visione di Hamas di colpire insistentemente Israele, da ricordare il rapimento dei tre soldati israeliani, e ricevendo una sonora sconfitta e che ha ridotto a macerie il proprio paese, prezzo pagato esclusivamente dai palestinesi (2 mila morti e 10 mila feriti), la comunità internazionale ha stanziato 3.5 mld di dollari per la ricostruzione (di cui immediati 450 milioni di euro dall’Unione Europea). Al 1 marzo scorso la Banca Mondiale ha dichiarato che di tale somma stanziata, sono stati erogati ben 2 miliardi di dollari.

Ancora, nello scorso marzo per il progetto di desalinizzazione e quindi per fornire acqua potabile a tutta la Striscia di Gaza, sono stati raccolti ulteriori 456 milioni di euro (560 milioni di dollari) dei quali 77 milioni di euro dalla sola Unione europa.

In merito, il ministro della Difesa israeliano ha dichiarato che mai il suo Paese si è opposto ai progetti internazionali per la Striscia di Gaza ma ha richiamato la comunità internazionale al dovere di controllare l’utilizzo dei fondi, visto che Hamas, secondo fonti intelligence, ha recentemente investito 260 mln di dollari per la realizzazione di razzi e tunnel contro il popolo israeliano. Inoltre, Hamas avrebbe l’energia elettrica a completa disposizione per le proprie strutture terroristiche, relegando invece a poche ore tale beneficio per il proprio popolo.

Interessante è la relazione di Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale per il processo di pace nel Medio Oriente che ragguaglia il Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 23 maggio scorso sulla situazione in Gaza.

Comincia con il dichiarare che Gaza è sull’orlo del collasso e che la popolazione è disperata. Sottolinea che bisogna evitare un’altra guerra ed alleviare le sofferenze alla gente rimandando al Governo Palestinese le proprie responsabilità.

Inoltre, dichiara che Hamas, che ha il controllo di Gaza, non deve usare le proteste per coprire le proprie azioni di piazzare esplosivi sulle barriere di confine e creare provocazioni, le sue azioni non devono essere nascoste dietro pacifiche proteste e porre a rischio la vita dei civili.

Conferma che le strutture di Gaza sono al collasso, per principale carenza di luce e acqua, che potrebbe portare a epidemie.

Sottolinea che IDF (Israel Defence Force) le Forze israeliane, hanno distrutto da ottobre 10 tunnel che da Gaza avrebbero portato azioni terroristiche in Israele.

Alla fine però non condanna esplicitamente Hamas per gli errori di governo, in 11 anni di potere ha distrutto Gaza portando la propria gente alla disperazione.

Infine, il 1° giugno scorso, gli USA hanno posto il veto su una risoluzione del Kuwait che chiamava ad una protezione internazionale per i palestinesi di Gaza ma declinava di menzionare il ruolo di Hamas che attualmente governa la Striscia.

Hamas avrebbe dovuto essere parimenti condannato per il ruolo svolto e per la suo fisionomia terroristica. La risoluzione avrebbe minato la credibilità del Consiglio di Sicurezza, come giustamente ha affermato l’ambasciatore USA Haley.

In sintesi, Hamas dovrebbe avere il coraggio di deporre le armi ed arrendersi, arrendersi ai fatti che hanno portato il popolo palestinese al collasso.

I morti, le epidemie, le sofferenze dei palestinesi hanno un indirizzo solo, la gestione ipocrita di un gruppo di persone che non hanno a cuore il proprio popolo. E non vi saranno ulteriori vie, non vi saranno ulteriori soluzioni, ogni compromesso sarà destinato a fallire se Hamas non si ritira, sconfitto e colpevole di numerose vite perse per un ideale estinto, utopistico e presumibilmente solo una scusante per giustificare il proprio ego, nascosto anche da una dubbia visione della religione.

Solo la fuoriuscita di Hamas potrebbe portare un barlume di speranza per il popolo palestinese, un nuovo orizzonte, di contro, il collasso poterà indubbiamente a nuovi sanguinosi scontri contro le IDF e nuove distruzioni, ma fino a quando la comunità internazionale sarà disposta a sopportare (e finanziare) gli errori evidenti di un’organizzazione criminale?

*Gen.B. (aus)

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