Rapporti Russia-Turchia: Il graffio della tigre, Putin contro Erdogan

Di Francesco Ippoliti*

Mosca. L’incontro tra Putin e Erdogan si è concluso con una frastornante vittoria politica e militare russa verso un presidente turco in chiara e manifestata difficoltà.

Putin accarezza una tigre

In un ambiente scomodo e sconfortante come il Cremlino a Mosca, con un’aria piena di tensione, la delegazione turca ha dovuto accettare delle condizioni alquanto capestro dettate, dopo sei ore di colloquio bilaterale tra i due presidenti, da una tigre della geopolitica, un uomo intelligence che analizza nel minimo dettaglio ogni azione della Russia nel contesto internazionale.

L’area siriana di Idlib, insignificante dal punto di vista territoriale, è stata invece il key point per assestare un duro colpo alla politica turca e responsabilizzarla verso quella che dovrà essere, in teoria, una decisiva opera contro alcuni gruppi terroristi contrari al regime di Assad.

Erdogan sarà il responsabile, con le sue prossime azioni, della stabilità tra le forze governative e le forze ribelli al regime di Bashar Al Assad.

Nel periodo scorso, le forze governative siriane, sempre appoggiate da consiglieri iraniani, unità Hezbollah, Wagner Brigade russa ed altre entità minori, hanno ripreso il controllo dell’intera provincia di Aleppo, dell’autostrada M5 Aleppo-Hama, l’abitato di Saraqib, e avevano intrapreso nuove operazioni per giungere ad un altro significativo obiettivo che sarebbe stato l’autostrada M4 Latakia-Saraqib.

Un carro armato turco colpito

Al fine di fermare le suddette operazioni nella provincia di Idlib, la Turchia ha inviato, a supporto delle forze ribelli, unità meccanizzate e corazzate di presumibile livello Brigata/Divisione, insistendo come supporto aereo solo con droni armati.

Lo spazio aereo siriano, sotto il controllo russo con i propri velivoli e delle sue unità dotate di sistema S-400, è stato interdetto ad ogni velivolo straniero, se non autorizzato da Mosca. Quindi gli F16 turchi possono volare esclusivamente dentro il proprio spazio aereo.

Durante le succitate operazioni, lungo le direttrici delle clamorose avanzate delle forze governative, l’esercito turco, con ingenti forze, ha più volte creato, in base agli accordi di Astana, degli OP (Observation Post) al fine di far desistere Damasco nel continuare l’offensiva intrapresa.

Il risultato è stato nullo e spesso questi OP sono stati tranquillamente accerchiati dalle forze governative facendo ritirare le forze turche. In uno scenario di incertezza delle unità sul terreno le unità di Ankara sono state oggetto, con o meno l’intenzionalità, di numerosi interventi da parte delle forze governative sia terrestri che aeree. Il risultato è stato di 59 soldati turchi uccisi e numerosi feriti.

La reazione turca non si è fatta attendere con risposte mirate, precise che hanno inferto significative perdite alle forze governative.

Il susseguirsi degli scontri ha portato un elevato grado di insicurezza nella provincia tale da creare un esodo di persone verso il confine turco; oltre seicentomila individui hanno cercato, senza successo, rifugio nella provincia turca di Hatay riuscendo solo ad accamparsi a ridosso del confine. Un mare di persone che continuano a rendere indispensabile un adeguato supporto internazionale che risulterebbe alquanto assente.

In questo scenario, composto da un emblematico confronto turco-russo, Erdogan ha chiesto più volte l’intervento di organismi internazionali quali ONU, NATO e EU agendo principalmente sulla carta dei profughi, minacciando di lasciarli passare verso l’Europa e spingendone una parte verso il confine greco.

Da sottolineare che in Turchia, dall’inizio delle ostilità nel 2011, sono rifugiati oltre 3.5 milioni di profughi siriani, una infinità umana che richiede di un territorio sicuro per poter rinascere.

In tale contesto politico-militare e strategico si sono aperti i colloqui russo-turchi per dirimere lo scontro in corso in Idlib. Al termine Putin ed Erdogan hanno acconsentito ad un immediato cessate il fuoco e rilasciato due dichiarazioni che indicherebbero le chiare posizioni tra le due nazioni.

Putin ha rimarcato che:

  • Questo è il terzo incontro tra i due presidenti, forse sottolineando che i due precedenti non hanno portato a soluzioni credibili oppure che qualcuno non ha rispettato gli accordi firmati
  • Le bande criminali presenti in Idlib hanno regolarmente attaccato le posizioni governative siriane ed i civili residenti nell’area. Tali bande avrebbero dovuto essere disarmate da tempo
  • La base aerea di Khmeimim, ove sono dislocate le unità russe in Siria, è stata attaccata 15 volte dall’inizio dell’anno
  • Che i gruppi terroristici presenti in Idlib hanno più volte effettuato azioni per la ripresa delle ostilità
  • Si continua la cooperazione con Ankara sotto il format di Astana.

Unità turche in marcia

Di contro, Erdogan ha detto, tra l’altro, che:

  • Rinnova la cooperazione con la Russia;
  • L’obiettivo delle operazioni nella provincia di Idlib da parte delle forze governative (forse russe??) era quello di mettere in difficoltà la Turchia creando un mare di rifugiati da spingere oltre il confine turco;
  • La Turchia, se ancora attaccata, si riserva il diritto di usare la forza contro il regime siriano;
  • Continuerà a lavorare per l’integrità territoriale siriana in base agli accordi di Sochi.

Come di denota le due posizioni rimangono distanti. Mosca punta chiaramente il dito contro le organizzazioni terroristiche presenti ad Idlib e riconosciute sia da Washington che dall’ONU che dall’Unione europea;.

Dichiara un palese attacco e una seria minaccia contro le sue unità e sottolinea la ripartenza degli accordi di Astana che prevedevano, tra l’altro, che ogni organizzazione terroristica venisse disarmata (e forse era responsabilità di Ankara?).

Ankara, invece, ammette la sconfitta sul terreno (le forze ribelli hanno perso quasi 1.800 chilometri quadrati), l’incapacità di gestire il flusso umano che si è accalcato presso i propri confini della provincia di Hatay, minaccia un ulteriore intervento se le sue unità saranno ancora oggetto di offese, vorrebbe ripartire dagli accordi di Sochi, forse per togliersi la responsabilità verso i gruppi terroristici.

Ora tocca alle rispettive delegazioni trovare le soluzioni per rispettare l’accordo del cessate il fuoco, delegazioni guidate dai rispettivi ministri degli esteri ove la seconda tigre russa si chiama Lavrov, uno dei più preparati ministri in campo internazionale e fedele uomo di Putin.

Un Lavrov che sarà capace di redigere verosimilmente un memorandum vittorioso per Mosca e debitorio per Ankara.

Il Presidente Erdogan ne esce in palese difficoltà, in poco tempo ha perso la superiorità in Siria. Con l’operazione “Olive Branch” ha tolto i curdi dalla provincia di Afrin ma li ha concentrati a nord di Aleppo, creando una ulteriore minaccia; con l’operazione “Spring Peace” nell’area di Kobane non ha acquisito gli obiettivi preposti consegnando invece il territorio curdo in mano ai russi; con l’operazione “Spring Shield” a difesa di Idlib ha perso circa 1.800 chilometri quadrati di fatto consegnando gli obiettivi strategici alle forze governative siriane, in particolare il controllo delle due autostrade M4 e M5 ed una zona smilitarizzata di 6 km.

Inoltre, ad Erdogan rimane ancora il compito di smilitarizzare le forze terroristiche presenti con i ribelli che sarebbero, tra l’altro, l’organizzazione HTS (Hayat Tahrir al-Sham), il TIP (Turkistan Islamic Party) in Siria e le forze di Jabhat Fatah al-Sham cioè le forze legate ad al-Qaeda. Compito arduo se non impossibile.

Il Presidente Putin, invece, raccoglie il successo desiderato: acquisisce il controllo delle due arterie principali tra Aleppo e Latakia e Hama, incrementa il controllo militare dell’area giocando ancora la carta delle polizia russa per il pattugliamento congiunto, mette in difficoltà la Turchia e sotto pressione le forze jihadiste, ribadendo che queste rimangono fuori dal cessate il fuoco, e fa impegnare Ankara per una soluzione politica al conflitto.

Da sottolineare che una soluzione politica al conflitto non si può ottenere con i gruppi terroristi presenti nella provincia di Idlib.

Per gli altri attori presenti nello scacchiere siriano si nota che:

  • I curdi del Nord della Siria considerano la politica e la strategia russa come un ombrello per il loro confronto contro Ankara e sottolineano il debito di riconoscimento verso Putin che li ha salvati nella recente operazione “Spring Peace”. I curdi siriani del sud, invece, continuano a costruire le basi per una regione stabile sotto il controllo delle forze della Coalizione
  • La NATO non può supportare pienamente la Turchia, nonostante Erdogan abbia invocato l’art. 5 del Trattato. E’ un intervento di Ankara in Siria non una minaccia all’Alleanza. Inoltre, non è ancora chiaro per quale motivo siano ancora schierate unità di difesa aerea NATO in Turchia, spazio aereo mai minacciato dalla Russia e dalla Siria. L’Italia partecipa con una batteria SAMP/T dal 2013. Quindi sembra che l’Alleanza atlantica abbia una certa difficoltà nel prendere decisioni nei riguardi della Turchia
  • Gli USA hanno un ruolo poco definito, sicuramente strategicamente valido ma hanno formalmente dichiarato che Idlib è una “calamita” di terroristi e che, di contro, Erdogan necessita di adeguato supporto logistico. In questa ambiguità l’intervento russo risulta alquanto vincente
  • L’Unione Europea non condivide la politica turca ma non riesce a condannare Putin e quindi non si sta ritagliando un ruolo idoneo nel conflitto siriano. Al momento l’EU è ingaggiata dal flusso di profughi spinti al confine con la Grecia, dal ricatto di aiuti economici per il supporto dei profughi siriani in Turchia (Ankara ha chiesto “solo” 30 miliardi di euro….) e dalla indecisa linea d’azione europea nella politica estera;
  • L’Iran supporta pienamente la linea russa da buon e fedele alleato. Intanto continua a costruire le forze Hezbollah siriane supportate da quelle libanesi per il controllo della regione. In silenzio prosegue nella ricostruzione dell’apparato governativo e militare siriano investendo in infrastrutture e basi per le proprie forze Quds.

In sintesi, il Presidente Putin ha saputo dirigere un’operazione rischiosa ma che è risultata vincente contro la seconda forza armata della NATO, raggiungendo risultati significativi e ponendo le basi per una ulteriore vittoria politica.

Ankara, di contro, non ha saputo sfruttare il proprio potenziale per contenere le forze governative siriane ma soprattutto non ha avuto lo spessore politico per affrontare la lungimiranza di Putin ed i suoi obiettivi strategici.

La partita non è chiusa, Erdogan dovrà dimostrare al consesso internazionale la sua autorevolezza nella provincia di Idlib, dovrà provare di essere in grado di gestire le forze ribelli ma particolarmente quelle jihadiste, con molti dubbi da parte degli analisti internazionali.

La sfida è aperta ma il risultato non è scontato. E il presidente Putin è alla finestra.

*Generale di Brigata Esercito (AUS)

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