Referendum, il Kurdistan vuole un territorio ed una Patria. Perché non concederle?

Di Francesco Ippoliti

Siamo arrivati alla resa dei conti, il Kurdistan vuole il suo territorio, la sua terra, la sua Patria.

E lo avevamo già detto all’inizio della missione in Iraq “Prima Parthica”, a guida di un generale italiano, anche l’intelligence nella sua analisi aveva valutato questa ferrea volontà curda al termine del conflitto contro l’ISIS; solo la volontà politica ha voluto continuare il suo percorso di ingaggio del popolo curdo per la stabilità dell’area ed ora è impossibile immaginare un finale diverso.

Ma cos’è il Kurdistan e chi sono i curdi?

Dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, e ci fermiamo un secolo fa quando al termine della Prima Guerra Mondiale si assiste alla caduta definitiva dell’Impero Ottomano. Due grandi potenze, con forte influenza nell’area, si accordano nella spartizione del Medio Oriente attraverso fantomatiche linee che metteranno in secondo piano le culture, le etnie, le religioni dei gruppi sociali che ivi stanziano e vivono.

Verrà definito ufficialmente Accordo sull’Asia Minore. E’ un’intesa stabilita tra il novembre 1915 e il marzo 1916 da due diplomatici, l’inglese Mark Sykes e il francese Francois Picot, in base alle rispettive sfere di influenza nel Medio Oriente.

Tra queste linee vengono raggruppati popoli che faranno parte di Nazioni eterogenee, in conflitto tra loro, con odi atavici, in un grande pentolone che verrà chiamato Medio Oriente, il quale giustamente Renzo Paternoster lo definisce una mina vagante fabbricata in Europa nel 1900.

Alcune popolazioni vengono considerate ed altre dimenticate o non volutamente esaminate e tra queste vi furono i curdi, esclusi dalla possibilità di diventare uno Stato. Questo popolo lo troviamo sparso tra Turchia, Siria, Irak ed Iran. Se fosse un’unica entità sarebbe un territorio di quasi 400 mila chilometri quadrati, con una popolazione stimata in circa 40 milioni di persone e con una lingua propria più numerose varianti dialettali. Le religioni principali sarebbero l’Islam sunnita e sciita, nonché cristianesimo e varie minoranze.

Solo per un breve periodo, nel gennaio 1946, il partito curdo, con l’appoggio dell’Unione Sovietica, fondò la Repubblica Popolare curda in territorio iraniano, con capitale Mahabad. Con il ritiro delle Forze sovietiche, l’Iran si riappropriò del suo territorio e condannò a morte i vertici politici.

Fine della storia dell’unica Nazione curda.

I curdi nel tempo cercarono una loro identità ma furono sempre osteggiati con la forza dai rispettivi governanti. Da ricordare l’uso di gas da parte di Saddam Hussein.

Il 16 marzo 1988, nella città di Halabja, in piena guerra Iran-Irak, Saddam ordinò un attacco con gas al cianuro per rappresaglia contro la popolazione curda che non aveva frapposto sufficiente resistenza contro il nemico iraniano.

Il vento cominciò a cambiare con la guerra all’ISIS, ove le forze irachene persero grosse entità di territorio a favore dei combattenti di Al Baghdadi e lo spiraglio di resistenza venne intravisto anche sulle forze curde.

I curdi si dimostrarono formidabili guerrieri, motivati dalla difesa della loro terra, che meravigliarono i governi occidentali. Combattevano veramente con le unghie e con i denti, implorando un rifornimento adeguato di armi e supporto logistico. Molti Paesi, tra cui l’Italia, fornirono gli aiuti necessari (armi e munizioni) per consentire di creare un adeguato baluardo di difesa dall’ISIS dell’ultimo lembo di terra irachena prima del confine turco ed iraniano.

L’Italia ha fornito, inoltre, numeroso personale per aiutare sia le forze irachene e curde nella lotta a DAESH. Tra le posizioni di vertice, ha coperto l’incarico di Deputy Commander for Training presso il Combined Joint Forces Land Component Command (CJFLCC), incarico a livello Generale di Brigata.

Il Generale è a capo di una struttura della coalizione deputata all’addestramento delle Forze di Sicurezza irachene (ISF) e curde (KSF) nonché delle Forze di polizia federali e locali fondamentali per la costituzione delle cosiddette Hold Forces necessarie per garantire la cornice di sicurezza nei territori liberati dallo Stato Islamico.

La Coalizione di cui si parla comprende circa 60 nazioni.

Centri di addestramento sono stati dislocati in varie località, tra cui Training Center in Sulimania e Atrush, dove addestratori italiani, ungheresi e olandesi hanno condotto corsi di addestramento del tipo Preparation Wide Area Security (WAS) a favore delle unità Peshmerga.

Il Kurdish Training Coordination Center (KTCC) è stato elogiato anche da autorità politiche e diplomatiche, tra cui l’Ambasciatore d’Italia a Baghdad, Marco Carnelos. In sei mesi furono addestrati oltre 20.000 Peshmerga. Successivamente sono stati impiantati altri corsi specifici del tipo allestimento e tenuta di check point, controllo aree urbane, EOD ed altri. Tutt’ora i centri sono in funzione e continuano il loro operato.

Insomma, da quanto sopra, l’impegno sia dell’Italia e di numerose altre nazioni verso i curdi è stato considerevole, un aiuto politico, economico, logistico e militare.

Ed i curdi, dopo il notevole tributo di sangue versato per la propria terra, il 25 settembre hanno chiesto al proprio popolo di rivendicare il diritto di avere una propria identità internazionale.

Dalle ore 8 del mattino sino alle ore 19 si sono aperti i seggi per un referendum consultivo sull’indipendenza dall’Irak. Sono stati aperti seggi nelle regioni di Kirkuk, Ninive e Diyala, per un bacino di circa 5 milioni di elettori.

Il referendum consultivo è stato osteggiato e non riconosciuto dal Governo centrale dove il premier al-Abadi ha lanciato un durissimo ultimatum a quello del Kurdistan, intimando alle autorità di Erbil di cedere il controllo degli aeroporti e dei confini ed ha inviato unità di Polizia e dell’Esercito nella regione curda.

Inoltre, la Turchia ha chiuso i confini inviando unità dell’Esercito e l’Iran avrebbe mobilitato le forze di sicurezza al confine per prevenire eventuali disordini.

Il presidente curdo Massoud Barzani, dal canto suo, sta mantenendo una velata tranquillità in attesa del responso (scontato) delle urne. Con tale risultato dovrebbe iniziare un tavolo internazionale di trattative.

I risultati (ovviamente scontati) li avremo presumibilmente domani, il popolo curdo vuole la sua terra e la sua Patria.

Quello che preoccupa sono le reazioni internazionali e quali scenari si potranno ipotizzare.

Partiamo dal fatto che i curdi ora sono un Esercito ben addestrato (da noi) e ben equipaggiato (sempre da noi, anche con armi pesanti). Hanno una struttura politica, militare e cominciano ad averne anche una economica. Nell’area del Kurdistan vi sono poche risorse naturali ma vi sono numerosi giacimenti petroliferi e di gas, con gasdotti e oleodotti in via di crescita.

Un giacimento petrolifero, definito super giacimento, è proprio nella zona tra Erbil e Kirkuk ove si stima una riserva di almeno 15 miliardi di barili.

Il Governo centrale iracheno non ha nessuna intenzione di perdere un pezzo di territorio a favore di una nuova Nazione. Ma ha anche evidenziato di non aver la forza e la volontà di iniziare una nuova guerra in casa.

L’Irak sta uscendo da un spaventoso conflitto contro l’ISIS che ha portato enormi devastazioni e sofferenze nell’area sunnita, salvaguardando solo la parte sciita del territorio.

Il premier al-Abadi deve ricostruire un terzo del Paese e lo potrà fare solo con cospicui aiuti internazionali. Un conflitto interno contro i curdi porterebbe ulteriori sofferenze interne che forse non se può più permettere. Quindi il Governo di Baghdad dovrà negoziare, con il supporto internazionale per raggiungere un compromesso con Erbil, anche alzando i toni, ma al momento non vi sarebbero intenzioni di agire con le armi.

I Paesi confinanti destano qualche preoccupazione

L’Iran ha supportato il Governo sciita di Baghdad nella guerra contro l’ISIS ed è presente con i suoi consiglieri militari in tutto il territorio iracheno. La parte curda nel territorio persiano è stata in passato oggetto di scontri a fuoco contro le Forze di Sicurezza iraniane. Vi operavano i militanti del PJAK, l’Iran-Kurdistan Free Life Party, e numerosi pasdaran hanno perso la vita per difendere il territorio curdo in Iran.

Quindi l’Iran potrebbe vedere la nascita della Nazione curda come una minaccia all’integrità del suo territorio e sarebbe fonte di preoccupazione per la popolazione iraniana che vive in queste aree di confine.

L’Iran quindi è impensierito ma non è stolto e non vi sarebbero, al momento, elementi di ipotetiche azioni militari contro il Kurdistan. Tehran sa agire con l’esperienza e con le carte diplomatiche che possiede al fine di ottenere i risultati voluti.

La Turchia, è la nazione che desta maggiori apprensioni. La nascita di uno Stato curdo potrebbe far esplodere i sentimentalismi nazionalistici curdi nella regione turca.

Ankara ha schierato unità militari al confine con l’Irak ed ha minacciato di intervenire. Però lo scenario è cambiato. Un intervento turco ora sarebbe una violata sovranità del Governo iracheno, al-Abadi ha già fatto capire ad Erdogan di non ipotizzare uno scenario di guerra nel proprio territorio.

E poi, stavolta, i turchi dovrebbero affrontare unità preparate ed equipaggiate, non come negli anni passati ove le incursioni di Ankara in territorio iracheno erano contro piccoli gruppi di ribelli curdi disorganizzati ed impreparati. Stavolta sarebbe un vero bagno di sangue. E Ankara, già alle prese con i suoi interni problemi economici e sociali, se lo può permettere?

E gli altri Stati internazionali, per quale motivo ora non dovrebbero riconoscere il Kurdistan come nazione? Lo hanno equipaggiato, aiutato economicamente, moltissime autorità politiche internazionali sono state ad Erbil ad incontrare e stringere la mano a Barzani, lo hanno ringraziato per l’elevato e determinante impegno contro l’ISIS, hanno elogiato le sofferenze curde ed il loro coraggio ed hanno aperto uffici politici in Erbil, e quindi? Quali sarebbero ora i motivi ostativi per non riconoscere il Kurdistan? Il Kurdistan è tanto differente dallo scenario internazionale del Kosovo? Quindi se è stato riconosciuto il Kosovo come Nazione, separandolo dalla Serbia – che non era contemplato nella risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, anzi ne riaffermava la sovranità di Belgrado – perché non dovrebbe essere riconosciuto il Kurdistan?

Barzani da domani inizierà un percorso politico internazionale forte del mandato popolare, della volontà della sua gente che ha combattuto e sofferto per il suo territorio, per raggiungere il proprio traguardo. Sarà un percorso difficilissimo e pieno di insidie ed ostacoli, ma solo con la fermezza e la determinazione potrà sperare in una vittoria popolare.

Al momento, in base agli attuali indicatori, alle altre Nazioni, contermini o meno, l’arduo compito di contrastare la nascita della Nazione curda, ma con in mano ben pochi elementi ostativi e poco significativi. Il ricorso alla forza sembra al momento distante anche perché sarebbe un immenso conflitto fratricida.

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