ESCLUSIVA: Con i Carabinieri “falchi di Aspromonte” sulle tracce delle ‘ndrine

Di Giusy Criscuolo

Da Vibo Valentia: La giornata è calda e anche se il periodo non è tra i migliori, causa le temperature elevate, mi predispongo per fare la vita degli uomini dello Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori Calabria.  Arrivo all’aeroporto Luigi Razza, Vibo Valentia, la sede che ospita lo Squadrone Eliportato Carabinieri  Cacciatori Calabria, il Nucleo Cinofili (alle dipendenze dello Squadrone), 8° Nucleo Elicotteri Carabinieri Vibo Valentia e il 14° Battaglione Carabinieri Calabria.

Panoramica Aspromonte – Foto Giusy Criscuolo

Ad accogliermi il Comandante dello Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori Calabria, il Magg. C. Aveni, che mi fa strada e mi presenta ai militari addetti alla base Operativa.

Appena entrata nell’ufficio, egregiamente gestito da alcuni uomini dello Squadrone, sotto l’attento occhio del Comandante, la mia attenzione cade su una parete, interamente fatta di foto e volti. Sono tutti i latitanti arrestati dal 1992 ad oggi. Tra di loro spicca la foto di una sola donna, il numero è impressionante, 287 i latitanti incarcerati.

Dopo un approfondito briefing, che mi aiuta ad avere un quadro più chiaro sull’organigramma e sull’operatività degli Squadroni, mi viene prospettato il programma.

Chiedo al Magg. Aveni, di non risparmiarmi sull’assegnazione dei lavori e di essere trattata, li ove possibile, come un “Cacciatore”. Non voglio sconti sugli orari e specifico di impegnarmi a non rallentare l’operato dei militari. Per conoscerli bene, voglio vivere e vedere con i loro occhi, provando sulla mia pelle la fatica e la stanchezza.

Latitanti Catturati

Falco 25 la prima squadriglia in uscita. Sono in squadra con due degli operatori più “anziani” del Reparto, sono a contatto con “la storia dei Cacciatori di Calabria” gli uomini che conosco la “leggenda” di questa terra e di queste ‘ndrine. Facciamo un passaggio obbligato in Armeria. Il capo Squadriglia il Brigadiere M.P., assieme al Brigadiere G.M., e il Vice Brigadiere S.R. si approvvigionano del materiale utile per affrontare il POA (Posto di Osservazione Allarmato o Avanzato in base alla necessità del momento). Gli zaini iniziano a riempirsi di tutta la strumentazione necessaria all’osservazione avanzata. Non possono mancare le pistole di ordinanza e qualche arma lunga. Non perché ce ne sia necessità, ma è sempre bene essere previdenti. Viene fatto il rifornimento di acqua, barrette e frutta, visto che ci aspetta una lunga appiedata sui crinali ripidi dell’Aspromonte e un POA sotto il caldo di luglio.

La strada per arrivare al punto di osservazione è lunga. Gli operatori mi studiano silenziosi e dopo qualche domanda, che mi serve per capire come si muovono sul territorio e che serve a loro per analizzare le mie intenzioni, inizia una sorta di reciproca fiducia. Mi preme sapere il loro operato e conoscere la storia delle ‘ndrine. Quello che si evince è la passione con cui questi carabinieri sono dediti al loro lavoro. Non sono i soldi e non è per la mera gloria che scelgono di fare questo lavoro. Certe cose sono insite nel DNA e la voglia di giustizia, di abnegazione e sacrificio o le possiedi o le coltivi. Ma senza queste peculiarità, che ti portano allo stremo delle forze fisiche e mentali, non puoi fare il “Cacciatore”. Così, grazie alla passione con cui raccontano la fatica, capisco che con gli occhi di falco, ci nasci!

Passaggio dall’Armeria per l’attrezzatura utile al POA – Foto Giusy Criscuolo

Dietro ad ogni operazione ci sono giornate insonni, turni estenuanti, tanto studio e tanta fatica. Operazioni che a volte durano anni e che trovano il loro compimento, nel lavoro capillare, territoriale e congiunto tra tutte le forze della Benemerita e delle altre Forze di Polizia, lì dove esiste un lavoro unificato, chiamate ad intervenire sulle singole operazioni.

Tra pini, pioppi, rigogliose felci, sottobosco variopinto e crinali scoscesi, arriviamo al punto di inserzione. Nel silenzio più totale e così in alto che sembra di toccare il cielo, mi fermo a riflettere sulla bellezza di questa terra. Sono finite le chiacchiere, giù dall’Isuzu senza fiatare. Il Capo Squadriglia M.P. e il falco S.R. preparano il materiale, controllano più e più volte e alla fine mi fanno delle raccomandazioni preparandomi alla salita. A restare di guardia il Brigadiere G.M. pronto a comunicare qualsiasi movimento di disturbo. Loro con zaini pesantissimi aprono l’appiedata e io li seguo senza proferire parola. Mi spiegano a bassa voce cosa ci appresteremo a fare e mi allertano nel caso in cui la camminata si fa più difficoltosa. Rimango rapita da tanto incanto e penso che una terra così bella non si merita un cancro così brutto come quello della ‘ndrangheta.

La roccia in alcuni punti e solida e in altri e friabile, sembra quasi che ti scivoli sotto i piedi. Bisogna fare molta attenzione a dove mettere gli scarponi. Mi raccontano che la sensazione che mi suscita questa roccia, è la stessa sensazione descritta e ricordata dalla Sgarella, subito dopo il suo rilascio a Locri il 4 settembre 1998. Il Caposquadriglia M.P. “La roccia di questi crinali è particolare e devi saperti muovere. Per evitare di scivolare devi imparare a camminare in diagonale, mai dritto per dritto…”.

I militari del SECC durante l’appiedata – Foto Giusy Criscuolo

Bisogna essere concentrati per percorrere strade nascoste e non battute, bisogna avere il materiale giusto e, anche l’equipaggiamento deve essere adatto alla tipologia di lavoro. Stiamo salendo sempre più in alto e i “falchi” che aprono la strada portano con loro zaini che superano i 25/30 chili. Ogni giorno, dall’alba al tramonto e in base ai turni, studiano a menadito il territorio. Non si risparmiano e il logorio di questa professione sembra non scalfirli.

Il Capo Squadriglia fa presente, che con le attrezzature moderne, la difficoltà si è “leggermente” affievolita, ma se ricorda i primi periodi, quando ancora il territorio era da mappare, quando gli scarponi non erano in goretex e quando le mimetiche non erano fatte di materiale adatto alle basse temperature, tutto era impraticabile. Le notti fredde, passate in osservazione continua senza mai perdere il punto e con pochi cambi, sotto “i meno gradi” dell’Aspromonte, li costringevano a lavorare in condizioni critiche. “A volte le temperature erano talmente basse, che arrivavamo a mettere più strati di guanti. Anche poggiarsi a terra in osservazione era un dramma, non esistevano tappetini tecnici. Costretti per ore ed ore su rocce che ti entravano nel costato. Anche i teli mimetici che usavamo per coprirci, non servivano a bloccare il freddo e i denti battevano senza sosta… A volte ci dovevamo sistemare vicini per attutire il freddo e passare la notte senza mai perdere di vista l’obiettivo”.

Una delle cime più elevate e che da una nuova visuale dell’Aspromonte – Foto Giusy Criscuolo

Arriviamo a circa 1012 metri di altitudine, la salita è stata ardua. Penso di essere arrivata, ma leggo sul volto dei “Baschi Rossi di Aspromonte” un sorriso quasi divertito che mi fa capire che dopo una salita, c’è anche una discesa da affrontare. Scavalliamo la vetta e ci approntiamo per la calata. Qui il lavoro di gambe è fondamentale e se non hai una buona preparazione fisica è meglio che ti fermi. Addome, glutei, gambe devono saper lavorare in stretta sinergia per evitare traumi alle giunture, soprattutto se sulle spalle porti pesi non indifferenti. Affrontiamo altri 900 metri sul crinale e mentre mi fermo a prendere appunti e fare qualche foto, gli operatori individuano il punto di osservazione.

Ben nascosto tra rocce e alberi ci offre l’opportunità di osservare in completa autonomia e sicurezza. Gli zaini vengono svuotati, i tappetini tecnici sistemati per evitare fastidiosi strofinamenti sulle rocce. Viene montata l’attrezzatura e sistemato il telo (per motivi di riservatezza ho deciso di non elencare il materiale e di omettere le foto del POA).  Adesso toccherà aspettare, osservare per ore e ore fino al calare della notte. Ci vuole molta, moltissima pazienza e preparazione. Serve una capacità di osservazione tale, da permettere di leggere ogni minimo movimento, classificandolo come consueto o inconsueto. E’ solo grazie a queste due parole di classificazione, che si fa la differenza e si da la svolta all’operazione.

Durante l’ingresso nel bunker del forno

E’ sera ed è arrivata l’ora di appiedarsi nuovamente al contrario per raggiungere il punto di esfiltrazione. Ricomponiamo gli zaini, gli occhi hanno bisogno di riprendere contato con la realtà, il corpo è intorpidito dallo stare fermo. Con il buio è più complicato camminare tra le rocce, ma si fa anche questo con l’aiuto dei visori notturni. Si cammina in “carovana” senza perdere mai il contatto con gli altri. Risaliamo il costone e di nuovo giù per raggiungere l’Isuzu. Ad aspettarci il Br. G.M. che ci aiuta a scaricare gli zaini. Beviamo un po’ d’acqua, mangiamo una mela e siamo pronti in direzione di uno dei bunker più conosciuti della zona, il bunker del forno.

Non possiamo creare disagi, per questo motivo, gli operatori si muovono con cautela, cercando di non destare fastidi agli abitanti del posto. Attendiamo il momento giusto e ci dirigiamo verso l’obiettivo. Il bunker utilizzato dal latitante era stato costruito all’interno di un forno a legna. Sulla parete di destra, dopo accurate ricerche, i Baschi Rossi dell’Aspromonte, hanno individuato all’interno dello stesso una feritoia, scoprendo un carrello. Questo, scorrendo in dietro, apriva una botola che introduceva in un corridoio lungo, nel quale erano sistemati materassi per gli “ospiti”, contenitori in plastica che contenevano denaro e cocaina e numerose buste che sarebbero servite allo smercio della droga.

Il Caposquadriglia mentre mi illustra il contenitore in plastica dove tenevano centinaia di mila euro e cocaina… Le buste a terra servivano per confezionarla – in alto a sinistra uno dei materassi per i “fedelissimi” – Foto di Giusy Criscuolo

Alla fine del corridoio mi trovo in una stanza da letto, che all’epoca dei fatti era perfettamente funzionante, dotata di aria condizionata e riciclo dell’aria con TV, uno stereo e un bagno. La particolarità di questo nascondiglio era il bunker nel bunker. Accanto al lavabo del bagno, in basso a destra, l’ennesimo carrello che apriva la strada in un cunicolo della lunghezza di 200 metri, che sfociava sulla fiumara di Platì attraverso una botola nascosta tra le sterpaglie. Bisogna essere degli “ingegneri del male” per arrivare a concepire tali macchinazioni, ma la storia non finisce qui e usciti dal bunker ci dirigiamo verso un POA notturno.

Appena passiamo nella città, vengo colpita dai numerosi fischi di avvertimento che si scambiano le “sentinelle” del posto. Saliamo sulla strada statale che porta alla montagna. E’ buia e tutta franata.

“Purtroppo devo fare una constatazione amara, che mi porta a pensare, che se non fosse per l’Arma territoriale e per gli operatori del SECC, in questa parte della regione Calabria, lo Stato sarebbe del tutto assente. Questa strada statale, che collega un versante all’altro e che dovrebbe essere praticabile tutti i giorni è bloccata e chiusa da anni, causa una frana”…

Il tunnel di 200 metri che porta alla fiumara – Foto Giusy Criscuolo

Arriviamo fin dove ci è permesso arrivare e gli operatori mi fanno provare la strumentazione in dotazione al loro Reparto. Provo il visore notturno e la camera termica, il risultato è impressionante. La definizione del visore all’esposizione con fonti di luce e l’utilizzo sullo stesso degli infrarossi, mi aiuta a capire come lavorano in notturna. Ognuno di loro ne possiede uno, ma solo un operatore lo utilizza durante il rastrellamento o l’appiedata. Si muovono in sincronia tra gli alberi e la fitta vegetazione senza proferire parola e creare il benché minimo rumore. Scosto il visore dopo un discreto tempo di osservazione e provo un forte fastidio agli occhi. Mi spiegano che è normale e che l’iride, dopo l’utilizzo del visore, ha bisogno di riabituarsi alla normalità. Stiamo per risalire sul mezzo per avvicinarci ad alcuni bunker nel centro città e mentre giriamo l’Isuzu per scendere, vediamo arrivare una macchina.

Le sentinelle di giù sono salite a controllare chi si trovava nel “loro territorio”. Appena appurano che sono i “Cacciatori”, salutano in modo rispettoso e ritornano a valle.

Sono le 3 di notte e nel massimo del silenzio mi trovo a scendere nella città sotterranea fatta di cunicoli e collegamenti intricati. Dalla casa del Capo ‘ndrina a quella dei suoi affiliati, ogni incastro, ogni scavo, ogni botola è un mondo nel mondo. Uomini di statura corpulenta che riescono a passare come topi in “feritoie” così strette da creare il panico in chi soffre di claustrofobia. Nulla sembrava impossibile a questi ‘ndranghetisti senza paura, disposti a vivere una vita sotterranea pur di mantenere il controllo sul territorio.

Mi butto, senza pensare, in questi luoghi angusti, stretti, bassi, cilindrici e senza aria. Entriamo in una casa ormai disabitata e appena giungiamo all’ingresso, di quello che una volta era il salone, il Caposquadriglia M.P. mi racconta come vedevano sparire le persone al loro arrivo. Se non fosse per la torcia puntata sul punto di apertura del bunker, approntato su un gradino che introduceva in un’altra stanza, non ci sarei mai arrivata. Vedo scendere questo militare in una fessura minuscola e penso: “come fa a non rimanere incastrato?”.

Mi fa cenno di seguirlo e da quel momento mi sento come Gulliver nel paese di Lilliput. Inizio la discesa nei cunicoli pieni di animali di ogni genere, ragnatele piene di ragni cicciottelli, piccoli millepiedi veloci e attraverso un “geniale” meccanismo fatto di carrelli a scomparsa e incastrati in più sotto stanze, arriviamo all’ingresso di alcuni cunicoli. Qui, come nel tunnel del “forno” l’ingresso è stretto e cilindrico ed è possibile camminare solo con il passo del leopardo. Attrezzati con torce decidiamo di scendere. M.P. fa da apri pista e alla fine del percorso, sbuchiamo nelle fogne, da dove era possibile fuggire o risalire attraverso altre aperture nei muri per raggiungere altre case e altre stanze.

La giornata è stata lunga, estenuante e senza tregua come da loro consuetudine. Raggiungiamo l’Isuzu e ripartiamo verso la base. Scarichiamo il mezzo e riportiamo l’attrezzatura in Armeria. Saluto gli operatori e penso al letto. Mentre pregusto il riposo, l’occhio mi cade sull’orologio e mi accorgo che, a distanza di poche ore, sarò di nuovo in movimento per una ricognizione in montagna. Inizio a farmi un’idea di cosa significhi avere le loro tempistiche, la loro forza d’animo e la loro passione.

Fare parte dello Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori Calabria, non significa solo sfondare porte, arrestare latitanti, fare rastrellamenti, tutte peculiarità che appartengono anche ad altri reparti e tutte operazioni che fanno parte di un atto finale di un lungo lavoro.

Essere un “falco di Aspromonte” richiede sacrificio, vera abnegazione al lavoro, difficoltà di gestire una vita privata, a causa degli orari e della continua necessità degli operatori sul territorio. Significa allenarsi duramente, studiare costantemente le persone, la storia e la geografia dei versanti Jonico e Tirrenico. Significa saper fare ciò che altri in ambito “nazionale” non sono in grado di fare e cioè attività di ricognizione e acquisizione obiettivi.

Aspromonte

Comprendo che il SECC, interviene in quei casi delicati, dove non c’è il tempo per il GIS di intervenire  o dove la compagnia competente o il nucleo investigativo competente, che hanno svolto le attività di ricerca su un particolare soggetto di interesse criminoso, non possono intervenire .

Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori Calabria – Falco 25 – Foto Giusy Criscuolo

E’ proprio grazie a questi racconti che comprendo che il POA, per gli operatori del SECC, è ed è stato uno dei punti di forza del Reparto. Senza l’acquisizione degli obiettivi da un minimo di 2/2 chilometri e mezzo o senza l’acquisizione di un POA ravvicinato, addirittura a pochi metri dall’obiettivo, dove, davvero ti era e ti è vietato anche solo respirare, il Reparto non avrebbe quel valore aggiunto che ha acquisito con il tempo. Una peculiarità, la loro, di cui le Forze di Polizia e di PG usufruiscono per il raggiungimento di alcuni obiettivi. Si evince che l’attività di cattura avviene dopo una pregressa e lunga investigazione. La stessa attività può durare anche anni e, senza la professionalità di osservazione del reparto del SECC su POA (Posto di Osservazione Allarmato o Avanzato se ravvicinato), rivolto al covo del latitante, o alla cerchia dei fiancheggiatori o dei familiari, non sarebbe possibile la cattura del ricercato.

La forza dello Squadrone e delle Squadriglie è la territorialità e la capillarità con cui si muovono sul territorio. Quest’ultima è base fondante e necessaria per il raggiungimento dell’obiettivo.

L’esperienza con il SECC sarà ancora lunga e questo è solo l’inizio di questa intrigante storia che racconta la lotta di chi combatte quotidianamente contro le ‘ndrine.

Reportage prima parte

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