Scontro Israele-Iran, il Presidente russo Vladimir Putin potrebbe essere l’arbitro per dirimere gli scontri tra i due Paesi

Di Rebecca Mieli

Damasco.  In Siria ci sono, attualmente, quattro grandi fazioni ancora attive contro Bashar al-Assad. Ognuna di queste si ramifica in altre decine di organizzazioni minori, creando un mosaico di forze che tengono in piedi l’opposizione violenta nei confronti del regime.

Il presidente siriano, Assad in un incontro con il suo omologo russo, Putin.

La situazione – affrontata durante la Conferenza annuale dell’International Institute for Counter Terrorism in Israele – non permette, attualmente, alcun tipo di opposizione moderata, nonostante non si sia trovata soluzione ai problemi che hanno portato allo scatenarsi della prima crisi siriana.

Tra questi problemi, oltre a quelli di natura interna, si somma l’influenza di attori quali Iran e Russia che vogliono fare di Damasco un protettorato. In attesa che Mosca promuova un processo di stabilizzazione nel lungo periodo, nel breve periodo ci si aspettano fenomeni di “warlordismo” (bande armate guidate dai cosiddetti signori della guerra), violenza settaria e jihadismo, che certamente – hanno spiegato gli esperti intervenuti – non verranno mitigati dall’approvazione di una carta costituzionale.

IL PUNTO DI VISTA DI MOSCA

La Siria rappresenta per Mosca un’opportunità unica. In primo luogo, la percezione di aver vinto la guerra avendo “distrutto” l’ISIS e ciò che ha rappresentato il drappo nero, ha avuto un duplice effetto.

La percezione russa che la difesa del cristianesimo, dell’Occidente e del mondo “libero” siano state compiti nelle mani dei russi ne ha aumentato il prestigio in politica estera, ma ha anche allontanando l’attenzione dai problemi di politica interna.

L’ingiustizia sociale, l’inegualità e l’economia debole sono stati, dunque, oscurati nel breve periodo dall’accrescimento del peso geopolitico della Russia in Medio Oriente. Come una delle prime grandi manovre geopolitiche russe dalla caduta dell’Unione Sovietica, sembrava necessaria agli occhi di Mosca una dimostrazione di forza che avrebbe condotto al contenimento delle altre potenze nonché alla messa in discussione del ruolo americano nella regione.

Sicurezza regionale, lotta al terrorismo transnazionale, contenimento dei sentimenti di rivolta delle primavere arabe, dimostrazione delle capacità militari nonché la possibilità di trovare nuovi mercati energetici e per l’export di materie prime sono solo alcune delle ragioni che stanno alla base della volontà russa di allargare la propria sfera di influenza dall’Iran alla Siria. Seguendo questo trend, sarà fondamentale per Israele riuscire a trovare un accordo geopolitico con la Russia per limitare la presenza iraniana in Siria; per ottenere questo, però, la Russia deve essere pronta ad elaborare la “Pax Russica” e a pagare i costi economici e diplomatici del disegno senza perdere l’alleanza dell’Iran.

L’EGEMONIA DI TEHRAN

L’Iran ha intenzione di mantenere una serie di roccaforti militari in Siria, per mantenere una contiguità territoriale che permetta un continuo scambio economico e logistico tra le milizie sciite da Tehran a Beirut via Damasco.

Questo fattore è preoccupante per Israele, poiché sebbene l’Iran non abbia alcuna intenzione di iniziare un confronto militare con Gerusalemme, è altrettanto intenzionato a scatenare una guerra per procura tramite Hezbollah che percepisce fondi economici e sistemi d’arma di ultima generazione da Tehran proprio a questo scopo.

Milizie di Hezbollah

Quel che è certo è che la presenza ideologica, intellettuale e soprattutto demografica dell’Iran resterà in Siria per diversi decenni. Negli ultimi anni, infatti, oltre al trasferimento di alcune cellule militari, Tehran ha attentamente creato un corridoio “safe” per le milizie sciite che hanno messo radici diffondendo la cultura iraniana e il messaggio dell’Ayatollah.

La proiezione geopolitica dell’Iran, come nel caso russo allontana l’opinione pubblica e della comunità internazionale dai problemi di politica interna e si accompagna a un senso di “dovere” storico percepito dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie che credono fermamente di avere il dovere religioso e culturale di difendere le popolazioni musulmane oppresse.

I ribelli Houthi in Yemen, così come i palestinesi, beneficiano del sostegno iraniano – anche economico – per ragione puramente ideologiche, che iniziano ad incontrare un forte ostacolo nell’opinione pubblica.

L’idea nel lungo periodo è quella di farsi strada tra i conflitti “proxy” creando un corridoio che connetta l’Iran al Mediterraneo e al Nord Africa attraverso il Libano. Già adesso l’establishment iraniano si riferisce a Beirut e Damasco come “capitali” iraniane e considera la capitale siriana come il confine da difendere per la protezione dell’Iran.

Il Governo Rohani, nonostante i tentativi di riforma, non ha sufficiente potere per contrastare il clero e questa visione della regione, soprattutto dopo che l’accordo sul nucleare così fortemente sostenuto dal governo ha incontrato il ritiro americano.

La popolazione ha manifestato in numerose occasioni nell’ultimo anno il dissenso verso il regime. Corruzione, burocrazia e ingiustizia sociale, nonché il mancato rispetto di molti diritti fondamentali, rendono la cittadinanza insofferente, nonché ribelle verso tutto il peso economico che ha avuto la guerra siriana sulle casse pubbliche. Nè Israele né Iran hanno interesse ad iniziare uno scontro convenzionale e la crescita del prestigio e della capacità militare, nonché dell’influenza di Hezbollah in Libano rendono anche questo attore meno propenso ad una “northern war”.

Ciononostante l’Iran non sembra voler rallentare la corsa verso il Mediterraneo: in un contesto simile, solo un accordo condiviso da tutte le alleanze in campo renderebbe possibile un ridimensionamento delle tensioni.

Se gli Stati Uniti hanno, per certi versi, allentato la presa sul Medio Oriente, Israele potrebbe doversi affidare al principale alleato dell’Iran, ovvero la Russia, per scongiurare qualsiasi opzione militare.

La “patata bollente” nelle mani di Mosca si rivelerà decisiva, poiché non solo l’Iran non accetterà con facilità l’idea di dover diminuire la sua presenza in Siria,ma Ie relazioni economiche e diplomatiche con Israele – che conta entro i suoi confini quasi un milione di cittadini russi (con tutti gli investimenti che ne conseguono) – sembrano talmente radicate da rendere difficile una spaccatura geopolitica di tale peso. Spetterà a Putin, dunque, scongiurare una guerra tra Israele e Iran?

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