Sicurezza internazionale, un’eccellenza italo-svizzera: ReaCT. Nasce l’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo

Di Giusy Criscuolo

Roma. Il Ministro delle Difesa, Elisabetta Trenta ha battezzato la nascita di ReaCT, l’Osservatorio sul radicalismo, presentato la scorsa settimana in occasione del convegno dedicato alla Difesa e alla Sicurezza, tenutosi a Roma, nella Camera dei Deputati. E di cui Report Difesa è media partner.

Il ministro della Difesa Elisabetta Trenta durante i saluti iniziali per l’apertura dei lavori del c convegno su Difesa e Sicurezza

Professionisti della sicurezza, analisti, ricercatori, studiosi e giuristi di comprovata professionalità e preparazione si sono succeduti in eloquenti ed approfondite tematiche sulle cause e sugli effetti del terrorismo, su come decifrare la radicalizzazione e su come questo, possa essere contrastato tra Difesa e Sicurezza.

Le tre sessioni di lavoro sono state condotte da Claudio Bertolotti (Ce.Mi.S.S.); Paola Giannetakis (Università Link Campus), Andrea Carteny (CEMAS), Marco Lombardi (ITSTIME), Andrea Manciulli (Europa Atlantica); Matteo Bressan (SIOI), Chiara Sulmoni (START InSight), Luigi Iovino (deputato componente della Commissione Difesa), Alberto Pagani (deputato, componente della Commissione Difesa), Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno – DCPP/UCIGOS), Roberto Piscitello (Direttore generale del DAP), Stefano Dambruoso, magistrato.

La chiusura dei lavori è stata presieduta dal sottosegretario di Stato alla Difesa, Angelo Tofalo. I moderatori delle tre sessioni sono stati: Romina Rapisarda (Università La Sapienza), Frediano Finucci (giornalista de La7), Domitilla Savignoni (giornalista del TG5).

In un periodo storico come il nostro, in cui le sfide e i pericoli sono molteplici e multidisciplinari, la lotta al terrorismo e lo studio sul radicalismo risultano essere oggi, più che mai, temi di elevata sensibilità e inconfutabile rilevanza.

Anche se Baghuz, la roccaforte di DAESH è stata liberata, questo non significa che sia tutto finito e che l’organizzazione sia stata sconfitta. Tutt’altro. Come la storia insegna, sono proprio i momenti di “calma” a preannunciare la grande tempesta e il compito di ReaCT – Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo sarà proprio quello di monitorare, studiare, analizzare, contrastare, combattere e prevenire questa crescente minaccia.

Da sinistra Paola Giannetakis (Università Link Campus). Claudio Bertolotti (Ce.Mi.S.S.). la moderatrice Romina Rapisarda (Università La Sapienza), Andrea Manciulli (presidente di Europa Atlantica)

“L’approccio al tema, oggetto di studio, è multidisciplinare – ci spiega Claudio Bertolotti, Ce.Mi.S.S. e direttore di START InSight -, con specifico sforzo nel campo delle discipline di studi strategici, difesa e sicurezza, relazioni internazionali, scienza politica, sociologia, psicologia, psichiatria, comunicazione”.

L’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (ReaCT) è un tavolo tecnico-accademico che unisce la competenza professionale e operativa con la ricerca accademica e lo studio sul campo: una realtà non a scopo di lucro finalizzata a sviluppare, promuovere e condividere gli studi e le ricerche sul tema della radicalizzazione e del terrorismo.

“L’Osservatorio – aggiunge Bertolotti – nasce dall’esigenza e dalla volontà estera e istituzionale di condividere la competenza, l’expertise e condividere studi, analisi e valutazioni su due fenomeni strettamente correlati tra di loro. Parliamo di radicalizzazione religiosa con specifico focus, ma non esclusivo, sulla radicalizzazione jihadista e la sua manifestazione violenta con il fenomeno del terrorismo contemporaneo. Un Osservatorio che nasce dall’esigenza di coniugare e le competenze e la voglia di condividere di istituzioni pubbliche e private, nazionali e straniere, ai fini della sicurezza collettiva attraverso la condivisione della conoscenza. Sicurezza che va estesa ben al di là dei confini nazionali”.

Continua Bertolotti: “Il terrorismo nella sua manifestazione violenta ha registrato numeri importanti e significativi, la cui somma da la misura del fenomeno. Gli attacchi violenti di matrice jihadista in Europa intesi come attacchi veri e propri sono stati 102. L’anno più significativo è stato il 2016, che coincide con l’anno della massima capacità comunicativa del fenomeno dello Stato Islamico”.

La cosa interessate che è emersa dai dati è la capacità del fenomeno terroristico nel manifestare la propria aggressività attraverso tre gradazioni di violenza quali: bassa, media ed alta intensità. “Benché il timore dell’opinione pubblica – evidenzia ancora Claudio Bertolotti – sia concentrato sugli attacchi altamente strutturati e che attirano l’attenzione mediatica, in realtà gli attacchi che hanno dato i maggiori dati sono quelli a bassa intensità”.

Il direttore di START InSight parla di quegli attacchi compiuti con armi non convenzionali e spesso condotti da singoli soggetti e non da team strutturati: “Un altro dato interessante è quello degli attacchi di tipo emulativo, che sono quegli attacchi che seguono a quelli di tipo coordinato e ad alto impatto mediatico e che spesso non vengono neppure riportati dalla stampa internazionale e che trovano spazio all’interno di quella locale. Quindi nei giorni successivi agli attacchi principali seguono altri attacchi non mediatici”.

Ciò che si evince è che i media, dovrebbero dare più risalto ad un dato emerso dagli studi e che Bertolotti definisce: “Blocco Funzionale o stop operativo. Cioè la capacità di un attacco o di un’azione, anche fallimentare, di riuscire ad ottenere un risultato importante, come può essere il blocco di un’intera area urbana, o come il blocco del traffico aereo come negli attacchi di Bruxelles ed altri”.

L’altro punto su cui si focalizzerà l’Osservatorio sarà la radicalizzazione veloce, da non confondere con il fondamentalismo. La radicalizzazione veloce, anche attraverso l’utilizzo spropositato dei social media e dei social network riesce a dimostrare di avere una capacità di reclutamento estremamente efficace ed è in aumento tra le fasce giovani ed è a margine della società. Tra i luoghi più a rischio si evidenziano le carceri dove è stato registrato un aumento. Questo da un lato ci suggerisce che il fenomeno della radicalizzazione è in aumento, dall’altro lato ci dimostra che gli operatori sono sempre più capaci di recepire e raccogliere quegli indicatori che all’interno delle carceri caratterizzano i soggetti che sono vittime o attori primari di quel fenomeno che è la radicalizzazione.

Sempre sulle cause e gli effetti del terrorismo Andrea Carteny, direttore del CEMAS (Centro di Ricerca Cooperazione con l’Eurasia, il Mediterraneo e l’Africa Subsahariana) sostiene che “i fenomeni di radicalizzazione emergono spesso in ambienti di osservanza religiosa: nella cultura islamica questo tipo di contesto familiare e comunitario può dare spazio ad elementi sensibili al richiamo della radicalizzazione. Tuttavia questo non significa che i fondamenti delle religione rivelate, tra cui l’Islam, non siano originariamente inclusivi e capaci di sincera solidarietà verso l’altro. La sottile linea che divide un buon praticante da un fondamentalista deve rimanere ben presente agli studiosi, anche e soprattutto attraverso un approccio socio-antropologico capace di provvedere le chiavi di lettura necessarie alla comprensione del fenomeno terrorismo”.

Ma oggetto degli interventi, non sono solo le statistiche, la Professoressa Paola Giannetakis parla di mutamenti di scenari e nuove criticità, soffermandosi su alcune tipologie di informazione che gli studiosi sono stati in grado di esfiltrare tutta una serie di attacchi, con particolare riferimento al modus operandi utilizzato dai terroristi. Si è fatto accenno a delle ipotetiche linee evolutive dell’organizzazione, che posso essere definite adattive rispetto ad un cambiamento di scenario e di condizioni: La dinamica evolutiva del fenomeno stesso avrà risposte efficaci laddove noi saremo in grado di pensare fuori dagli schemi, fuori da quello che è noto. Approfondire gli elementi di analisi, da essere in grado di farci trovare pronti alle dinamiche evolutive. Aumentare la nostra competenza e conoscenza e non rispondere soltanto nel momento in cui i fenomeni si manifestano”.

Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica ha espressamente evitato un intervento formale, offrendo il suo punto di vista su questa fase del terrorismo e sui rischi che corriamo: “Stiamo correndo il rischio di sottovalutare questa fase di relativo silenzio, su questa annunciata sconfitta di DAESH. Sconfitta non totale sulla quale permangono molte criticità, che se non affrontate in maniera adeguata posso riverberare e rafforzare il fenomeno del terrorismo jihadista…Quello che è accaduto in questi anni, ha profondamente cambiato la natura della minaccia. DAESH non è più considerata un’entità che faceva e che fa solo terrorismo, ma si è trovata a fare tre cose insieme: ha inaugurato una stagione di guerra convenzionale o semi convenzionale, conquistando con maestria quel territorio indebolito e reso fragile dalla faccenda irachena e siriana. Ha saputo creare un sedicente Stato Islamico con tanto di ideologia, di bandiera, di simboli della patria ed ha finito per creare il principale carburante di una seconda forma di aggressività e di conflitto, diventando tremendamente nuovo e più potente”.

Stiamo parlando del cosiddetto jihad mediatico. “Questa tematica – prosegue Manciulli – ha creato e ha fatto lievitare la minaccia molto più delle altre. Ha diffuso in una maniera occidentale e massificata il virus jihadista ed ha creato una nuova tipologia di obiettivo strategico, che si è esteso non hai radicalizzati, ma che ha creato una vasta fascia di simpatizzanti ed ha finito di essere la minaccia più seria, perché imprevedibile, più difficile da raggiungere e non si sa ne quando ne come possa diventare una minaccia reale… gli attori solitari, sono finiti per essere la maggior parte degli attentati degli ultimi anni”.

Da sinistra Alberto Pagani (deputato, Commissione Difesa); Luigi Iovino (deputato, Commissione Difesa); Moderatore Frediano Finucci (giornalista de La7); Chiara Sulmoni (START InSight); Matteo Bressan (SIOI)

Sulla decifrazione della radicalizzazione e l’individuazione dei foreign fighters, gli interventi succedutisi nel secondo panel, sono stati illuminanti.

Dice Matteo Bressan, analista e componente del SIOI: “Il problema è emerso in tutta la sua drammaticità, con l’annuncio di Trump, il Presidente americano, poco più di un mese fa dicendo che ci sono più di 800 prigionieri europei e che dobbiamo gestirli noi. Il ritorno, la gestione dei prigionieri e il problema della de-radicalizzazione sono un serio problema. La difficoltà di questa fase, in cui lo Stato Islamico ha perso la sua dimensione territoriale è la partenza sul concetto di foreign fighters… Una definizione un po’ più precisa, ce la da la risoluzione 2178 delle Nazioni Unite, secondo la quale i foreign fighters sono cittadini e altri individui che viaggiano o tentano di recarsi in uno Stato diverso da quello di residenza o cittadinanza ai fini del compimento, pianificazione, preparazione o partecipazione ad atti terroristici, al ricevimento o alla fornitura di addestramento di attività terroristiche anche in relazione a un conflitto armato”.

Continua l’analista: “Tuttavia restano ad oggi esclusi, da questa definizione importante, alcuni soggetti… ciò vuol dire che settorializzare tutto ad un solo ambito, nello specifico quello religioso, è errato, perché quello religioso, copre solo una parte di questo grande flusso. Restano anche problemi che si evidenziano sul ruolo delle mogli e dei figli dei combattenti. La riflessione va fatta anche, per comprendere meglio le motivazioni che spingono al fenomeno… non tutti quelli che sono andati in Siria e in Iraq hanno avuto le stesse motivazioni…Non tutti sono aderenti all’Isis e ad Al-Qaeda, perché parte di loro sono andati in periodi in cui l’Isis non c’era…”

L’analista fa accenno a quel numero importante di foreign fighter, di cui non si è parlato abbastanza e che sono partiti dall’Europa per motivazioni politiche differenti e per i quali il numero è stato più difficile da identificare. “…L’assenza della definizione giuridicamente riconosciuta di terrorismo, rende difficile inquadrare questi soggetti. La categoria che ci riguarda più da vicino è quella del Battaglione internazionale delle milizie curde operanti nel nord della Siria. Qui l’accezione religiosa del foreign fighters salta. Qui abbiamo una motivazione politica, ideologica differente…”, francesi, tedeschi, britannici, spagnoli, irlandesi e italiani dall’estrema sinistra all’estrema destra si uniscono ai combattenti mossi da ideologie differenti.

Sull’argomento Chiara Sulmoni, giornalista e presidente di START InSight, ha sottolineato l’importanza della prospettiva di uno sguardo internazionale ed europeo sullo studio e sulla condivisione delle conoscenze sui vari aspetti della radicalizzazione. “Un fenomeno subdolo, sottotraccia ma dinamico, come dimostrano i numerosi attentati sventati, le reti smantellate o gli individui espulsi per ragioni di sicurezza.  La Svizzera – la parte italiana nello specifico – si trova in una situazione di continuità territoriale con la Lombardia e il Piemonte. Le ramificazioni di alcuni casi hanno, in passato, attraversato la frontiera e da qui l’interesse a stabilire un collegamento in materia di studio lungo l’asse Italia-Svizzera. Di fondamentale importanza, indagare sui meccanismi e le strade che portano all’estremismo, ascoltando le opinioni di chi lavora sul territorio o di chi è entrato in contatto con questa realtà. Risulta essere necessaria la raccolta di prospettive, non solo attraverso le analisi ma anche attraverso un lavoro di approfondimento sulle tematiche legate alla prevenzione, che potrebbero diventare informazioni utili e usufruibili dal mondo politico che deve legiferare…”.

Da sinistra Claudio Galzerano (Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Esterno – DCPP/UCIGOS), Stefano Dambruoso, magistrato; Domitilla Savignoni (giornalista TG5), Roberto Piscitello (Direttore generale del DAP), Marco Lombardi (ITSTIME).

Nel panel finale si evince la necessita di una piattaforma unita, nella quale la magistratura, le forze di polizia, l’intelligence e tutti quegli apparati che si occupano di sicurezza e difesa esigono una sempre più approfondita comunicazione congiunta. Una comunicazione che porti gli enti e gli studiosi a condividere le informazioni sensibili per il raggiungimento di un obiettivo comune, il Contrasto al Terrorismo. Scuole, carceri e web, saranno alcuni dei protagonisti a cui si rivolgeranno gli interventi di contrasto alla radicalizzazione e alla prevenzione e che attenzioneranno gli studi di React.

Il magistrato Stefano Dambruoso dice: “React è un osservatorio importante nel quale ripongo considerevoli aspettative, per lo sviluppo di riflessioni finalizzate a suggerire proposte per la politica di miglioramento delle norme, per il contrasto alla Radicalizzazione islamista. Riflettere sul risultato finale dei progetti di De-radicalizzazione avviati in Italia ed in Europa, che prevedono lavori di recupero lungo il periodo detentivo portato avanti da team multidisciplinari, senza però esser certi di poter assicurare un lavoro a terroristi De-radicalizzati una volta rimessi in libertà. Questo sarà uno dei temi che React seguirà da vicino.  Bisognerà riflettere sui limiti legislativi praticabili alle nostre libertà in nome di una maggiore sicurezza. Questo sarà un altro tema sempre presente nel retroscena delle approvazioni di nuove leggi”.

Sul problema delle carceri il Direttore del DAP, il magistrato Roberto Piscitello, parla della radicalizzazione che avviene all’interno delle stesse e che tocca anche soggetti deboli e che non sono radicalizzati: “…I detenuti terroristi islamici nelle nostre carceri sono 42. Questo numero per spiegare che nelle nostre carceri, cerchiamo di evitare proselitismo e fenomeni di sopraffazione… dall’esperienza abbiamo imparato a separare i detenuti e noi ci occupiamo di impedire a quei 42 detenuti di attuare del proselitismo, separandoli da tutti gli altri detenuti, tipo 41bis. (più che un modello repressivo, in Italia si utilizza un modello preventivo, che risulta essere a livello Europeo il più apprezzato). 8 mila di questi detenuti esercitano o pretendono di esercitare la loro religione all’interno delle carceri come è giusto che sia…abbiamo ritenuto opportuno evitare in soggetti già privati della libertà personale, che non parlano la nostra lingua e completamente soli, ulteriori frustrazioni, che possono portare all’auto-radicalismo… sulla base di queste conoscenze stiamo cercando di garantire a tutti questi soggetti il loro culto, aprendo delle piccole sale per la preghiera. L’Amministrazione penitenziaria con il contributo del Ministero dell’Interno, attraverso una presentazione di protocolli, permette a degli Imam e a dei mediatori culturali di poter entrare e gestire il rapporto con questi soggetti…”.

Rimanendo sullo stesso filone delle Sicurezza, il Direttore del DCPP/UCIGOS, Claudio Galzerano, spiega cosa è il Comitato dell’Analisi Strategica contro il terrorismo: “…Sugli errori si formano anche delle buone pratiche che dovrebbero ispirare e orientare le azioni del comparto sicurezza che agisce in funzione di prevenzione antiterrorismo. La parole chiavi nel contrasto del terrorismo sono: insieme, condivisione e dimensione territoriale. Non ci possiamo più permettere di combattere il terrorismo in ordine sparso… Il Comitato Strategico di Analisi sul Terrorismo, nasce grazie al volere di un Ministro molto attento a queste problematiche, Giuseppe Pisano, che all’indomani dei fatti di Nassiria, pensò di fare gruppo tra diverse componenti del settore della sicurezza che fino ad allora avevano dialogato in maniera formale, burocratica. Una rivoluzione copernicana che ha messo insieme i vertici di ciascuna Forza di Polizia, di ciascun servizio di intelligence che si occupasse di antiterrorismo, per incentivare il dialogo garantendo l’osmosi comunicativa che fino a quel momento era stata ingessata dalla burocrazia…Un sistema che da 15 anni da continuità e che ci è invidiato da molti.”.

L’argomento trattato è vasto e parlando anche della diffusione mediatica utilizzata da DAESH, possiamo comprendere quali siano gli effetti di questa comunicazione. La forza del terrorismo sta anche nelle parole e il Prof. Marco Lombardi, direttore di ITSTIME, non utilizza mezzi termini e va dritto al punto: “Le parole uccidono da sempre e il terrorismo ha imparato ad utilizzarle meglio di molti altri… Una riflessione metodologica che induce alla condivisione e rimanda a ciò che si può fare insieme. Vi è un contesto perdurante di guerra ibrida in cui c’è un’accelerazione del cambiamento che rende la minaccia costantemente diversa… Non c’è più nulla di stabile… Che cosa non fare? Non affezioniamoci più alle nostre idee. Le nostre idee servono solo a confortarci sul fatto di aver trovato una soluzione che non necessariamente è collegata alla realtà. Le nostre idee sono sempre in discussione e devono essere abbandonate. Anche le definizioni di terrorismo non funzionano più e devono essere superate… Il terrorismo per gli effetti che ha, ha percorsi di radicalizzazioni plurali che non necessariamente rimandano ad una forte ideologia”.

“Non tutto è prevedibile – continua Lombardi -. Basta con la comprensione empatica alla Weber. Il terrorismo serve a far paura, quindi la minaccia ottiene gli effetti prima ancora che l’evento si verifichi. Confrontiamoci con le dimensioni strutturali del mondo in cui viviamo, per esempio la reticolarità. I lupi solitari non esistono più nel nostro mondo, la rete oggi è fatta di singolarità in connessione con altri…Dobbiamo pensare ad un nuovo modo reticolare di comunicazione. L’eredità di DAESH e il nuovo terrorismo sono assolutamente trasversali. Non è più solo jihad, dobbiamo tenerlo a mente, ma questo non significa che il jihad è superato… Le forme di radicalizzazione violenta sono più rapide, perché mancano quei corpi intermedi che facevano da mediatori…”.

Il Sottosegretario di Stato alla Difesa Angelo Tofalo alla fine dei lavori.

Un grande lavoro attende questi professionisti, che hanno deciso di unire le proprie capacità per un bene comune. Oltre i confini, oltre il monopolio dell’informazione, ReaCt sarà in prima linea per il contrasto al terrorismo. Condivisione e collaborazione il cardine del loro meritevole operato.

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