Somalia, dal processo di pace di Gibuti al futuro dell’AMISOM

Mogadiscio. Il cosiddetto “Processo di pace” di Gibuti viene avviato nel 2008 dopo la firma di un accordo, nella capitale dell’omonimo Stato africano, tra i rappresentanti del Governo federale di transizione (Transitional Federal Government, TFG) con l’Alleanza per la liberazione della Somalia (Alliance for the Re-liberation of Somalia ARS) .

L’intesa doveva far cessare il conflitto armato durato oltre un decennio. Negli 11 punti dell’accordo vengono stabilite le regole per attivare nuove forme di vita democratica, tra i quali includere tra i rappresentanti parlamentari anche quelli delle opposizioni e delle società civile.

La prima fase del processo democratico è la costituzione di un Governo federale di transizione per la fine del 2009. Il numero dei parlamentari passa dai 275 precedenti ai 550.

Si chiede alle Nazioni Unite di dispiegare una forza internazionale di stabilizzazione dai Paesi “amici della Somalia”, escludendo quelli vicini.

Il processo di Gibuti riceve l’appoggio dell’ONU, dell’Unione africana, dell’Unione europea e degli Stati Uniti.

Con l’AMISOM (African Union Mission to Somalia, http://amisom-au.org), nata il 21 febbraio 2007, quando il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana la istituì con la risoluzione n. 1744 tutto questo ragionamento deve essere messo in pratica.

Truppe AMISOM controllano un villaggio

Si parte con un contingente iniziale di 5.250 soldati, di cui 2.250 inviati del Burundi e 2.700 dall’Uganda. Dopo 4 anni, i numeri salgono. Vengono dispiegati 850 soldati di Gibuti e altri 850 della Sierra Leone. Il contingente sale ancora con l’arrivo di reparti da Camerun, Gambia, Ghana, Niger, Nigeria, Senegal e Zambia.

Nel 2012 si registra un picco di rinforzi maggiori. Arrivano truppe dal Kenya e dall’Etiopia, dopo aver invaso una parte della Somalia per contenere le milizie islamiche. E diventano parte effettiva di AMISOM.

All’inizio del 2016, AMISOM aveva un organico di circa 22 mila uomini (di cui 6 mila sono ugandesi, 5.400 burundesi, 4.400 etiopi e 3.600 keniani).

Militari AMISOM

Oggi la missione, dopo dieci anni, deve restare in piedi o deve cessare? Proviamo a fare un bilancio. Malgrado le numerose difficoltà è comunque riuscita a liberare le principali città somale e una parte dell’entroterra dalla stretta morsa delle milizie islamiche di al-Shabaab (filo al-Qaeda). L’annunciato ritiro dei militari ugandesi, il richiamo di una parte del contingente etiope, i tentennamenti delle forze burundesi rischiano però di lasciare senza difese il governo somalo.

E nonostante il Paese del Corno d’Africa sia sempre instabile, comunque la missione internazionale è riuscita a lottare contro il terrorismo jihadista, liberando da al-Shabaab le principali città della costa e alcune zone dell’entroterra.

Tutti gli uomini di AMISOM sono, di giorno in giorno, sempre in prima linea contro il terrorismo. La lotta è dura. I jihadisti utilizzano attacchi in pieno stile guerrigliero, con imboscate, attentati, colpi di mano. Azioni quasi sempre impreviste e imprevedibili che fanno decine di vittime tra le file della missione e tra quelle dei miliziani.

Miliziani jihadisti

Ma oltre a problemi operativi, ci sono quelli economici che non fanno dormire i responsabili della missione. L’Etiopia ha deciso di ritirarsi. Motivi economici? Ufficialmente sì, ma forse, secondo quanto hanno scritto alcuni giornali esteri, il problema è etnico ed è stato registrato tra le file dell’esercito etiope. Soldati oromo contro ufficiali tigrini.

L’abbandono delle truppe etiopi ha messo in crisi, anche strategicamente, l’AMISOM. Infatti, l’area di loro competenza era la l’Hiraan, una regione della Somalia con capoluogo Belet Uen. Una delle vie di comunicazione è restata senza coperture. Stiamo parlando di una strada che collega la capitale somala Mogadiscio al resto dello Stato.

Il rischio che i jihadisti possano occuparla, mettendo a rischio la sicurezza dell’area.

Un carro armato dell’Unione africana

Anche le truppe del Burundi hanno dato forfait. Al centro della controversia politico-diplomatica la posizione dell’Unione europea che paga la missione AMISOM. La Ue ha contestato la rielezione, il 21 luglio 2015, di Pierre Nkurunziza e le violenze che ne sono seguite.

Bruxelles non vuole pagare e quindi, senza soldi per le truppe di Bujumbura, il presidente ha deciso di richiamarle in patria.

Però, è arrivato in extremis il salvatore della missione, sotto forma di un istituto di credito privato che si è accollato la spesa. La diplomazia è salva, così come la missione.

Infine, un cenno sul ruolo del Governo di Kampala. L’Uganda ha comunicato che le sue truppe si ritireranno alla fine di quest’anno.

Per l’AMISOM sarebbe una bruta sconfitta sul piano prettamente militare, visto che i soldati di Kampala con il loro generale Katumba Wamala hanno saputo rispondere, colpo su colpo, agli attacchi terroristici. Ma molti soldati hanno perso la vita e questo preoccupa sia i vertici militari che politici. Non va trascurato, anche in questo caso, l’aspetto economico: i pagamenti con grande ritardo da parte dell’Unione europea.

Il futuro è nelle mani del Somali National Army. Malgrado le tante ore di addestramento da parte di Forze armate straniere, anche italiane, l’esercito somalo non sembra pronto ad assumersi la responsabilità della sicurezza nazionale.

Attualmente sono circa 11 mila i soldati ed i poliziotti addestrati. Troppo pochi per rispondere agli attacchi di al-Shabaab.

Insomma, se si vuole preservare il Corno d’Africa dallo sviluppo del jihadismo è necessario che l’AMISOM abbia alle sue dipendenze almeno 9 mila militari entro la fine dell’anno in corso.

La soluzione passa per le teste delle diplomazie internazionali. Chi sosterrà, militarmente, la Somalia? Chi la proteggerà dalle milizie qaediste?

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