Somalia: i vantaggi mediatici (e non solo) di Al Shabaab con l’operazione Silvia Romano. Parla Claudio Bertolotti (ReaCT)

Di Maria Enrica Rubino

Roma. Dall’operazione Silvia Romano, il gruppo terroristico Al Shabaab potrebbe aver tratto un duplice vantaggio: non soltanto un ritorno economico (qualora venisse confermato il pagamento di un riscatto) ma anche di immagine “l’aver piegato uno Stato al proprio volere ne fa guadagnare punti all’interno della galassia jihadista”. Lo spiega a Report Difesa, Claudio Bertolotti, analista esperto di terrorismo e direttore di Start InSight e dell’Osservatorio ReaCT.

Al Shabaab, o il movimento somalo della gioventù, il fronte islamista radicale somalo. Movimento di rinnovamento, di sostituzione del vecchio con il nuovo, come lo sono stati i Talebani (i giovani studenti), Boko Haram.

La solita narrativa che si ripropone al livello locale, andandosi a radicare nelle istanze locali e proponendosi come alternativa allo Stato, approfittando delle debolezze dello stesso sul territorio.

Miliziani di Al Shabaab

Dottor Bertolotti, cosa sappiamo oggi di Al-Shabaab, in che modo opera e come si autofinanzia ?

Al Shabaab va collocato all’interno di un contesto storico e geografico. Somalia, metà anni 2000, intervento della comunità internazionale e risposta di alcuni islamisti che decidono di perseguire un obiettivo: la costruzione di uno Stato islamico, quindi uno Stato basato sulla sharia e che si vuole contrapporre a un’ingerenza esterna.

Per fare questo, non avendo la forza comunicativa, propagandistica e non avendo alcun riconoscimento al livello internazionale si affilia a un’altra organizzazione terroristica ben consolidata in quel momento all’apice del suo successo mediatico: Al Qaeda.

Quindi Al Shabaab nasce come movimento islamista radicale affiliato ad Al Qaeda e, a partire dal 2006, inizia a portare avanti una campagna di violenza caratterizzata da attacchi di tipo suicida, dinamitardo, attacchi diretti o con l’uso di guerriglia contro gli obiettivi istituzionali, e in particolar modo contro il Governo Federale di Transizione, e contro lo forze militari etiopi che erano presenti in Somalia.

Il movimento che nasce in Somalia, in realtà, negli anni estende la propria capacità di azione anche al di fuori della Somalia stessa: opera in Uganda dove recluta dei militanti e, successivamente, anche in Kenya.

Al Shaabab, al pari di altri movimenti che vengono etichettati come terroristici, ma in realtà hanno una natura fortemente insurrezionale, riescono a conquistare i cuori e le menti delle popolazioni locali in modo tale da avere il loro appoggio, ma a tal fine si trasformano in un modello alternativo allo Stato.

Si presentano come un modello parastatale o antistatale in grado di garantire quei servizi minimi essenziali alle popolazioni, in particolar modo quelle rurali e periferiche che non hanno alternativa se non accettare l’aiuto di questo movimento che, grazie all’efficace capacità di propaganda e alla consapevolezza di essere, oramai, un elemento consolidato nella galassia insurrezionale-terroristica che fa capo ad Al Qaeda riesce ad ottenere finanziamenti importanti per la condotta della propria attività.

Da dove arrivano questi finanziamenti?

I finanziamenti arrivano seguendo i canali tradizionali che alimentano la gran parte dei gruppi terroristi jihadisti contemporanei: com’è stato per Al Qaeda, per lo Stato islamico di Iraq e Siria.

Al pari di questi gruppi, anche Al Shabaab ottenendo finanziamenti esterni e da parte di enti caritatevoli, di organizzazioni terroristiche che condividono i finanziamenti ottenuti dagli altri gruppi terroristici, reinveste tutto al livello locale sia per comprare armi sia per fornire servizi alle popolazioni locali.

In questo modo Al Shabaab cresce consolidandosi territorialmente, in particolar modo nelle aree periferiche rurali, e da un punto di vista militare manifestando una grande capacità organizzativa nella guerriglia e portando avanti attacchi e azioni violente e arrivando a una capacità operativa compresa tra le 7 mila e le 9 mila unità.

Soltanto nel 2019 il grande successo propagandistico ha portato a un reclutamento di circa 1.400-1.500 nuovi miliziani. Negli ultimi dieci anni, Al Shabaab avrebbe portato a compimento azioni di tipo terroristico che hanno registrato circa 4 mila vittime, prevalentemente civili.

Claudio Bertolotti, direttore di Start Inside e dell’Osservatorio ReaCT

Tra gli obiettivi di Al Shabaab rientra la conversione all’Islam? E con quali modalità?

L’obiettivo è imporre un modello shariatico, quindi chi vive all’interno di questo modello deve, per forza di cose, essere musulmano o comunque deve adeguarsi al modello musulmano.

E i musulmani hanno l’obbligo della protezione, così come anche le minoranze, in particolar modo i cristiani, che sono i più vicini anche culturalmente all’islam, sono un popolo protetto.

Come vengono individuati sul territorio le prede e, quindi, i potenziali ostaggi?

Qui entra in gioco una questione di opportunità. La scelta riguarda quei soggetti che sono più appaganti dal punto di vista dell’opportunità politica. Nel caso di Silvia Romano è abbastanza emblematico: essendo il movimento operativo prevalentemente in Somalia, il fatto che si sia andati al di fuori dei confini ‘operativi’ veri e propri dimostra che era un obiettivo predesignato, non un obiettivo casuale: un’occidentale, senza alcun tipo di protezione di sicurezza, rendeva il soggetto particolarmente appetibile.

Quali vantaggi ne trae Al Shabaab dall’operazione Silvia Romano?

Al Shabaab, come la maggior parte dei gruppi terroristi, coglie tutte le opportunità che si prospettano e le va a cercare, come dimostra il caso di Silvia Romano.

Quindi mettere le mani su un obiettivo per poter ottenere un vantaggio economico da questo, inducendo uno Stato, in questo caso quello italiano, anche a una scelta coercitiva: la propaganda diventa il grande risultato. E così è stato, anche se, ad oggi, il governo non ha confermato che sia stato pagato un riscatto.

Nell’ipotesi in cui il riscatto fosse stato pagato sarebbe un grande vantaggio per il movimento Al Shabaab per due motivi: il vantaggio economico e la dimostrazione da parte di Al Shabaab di essere più forte di uno stato per averlo obbligato a prendere una decisione che altrimenti non avrebbe preso, ovvero pagare per liberare un proprio prigioniero.

Dalla grande attenzione mediatica sul caso Romano, Al Shabaab ne trae sicuramente un grande vantaggio in termini di immagine: aver piegato uno stato al proprio volere ne fa guadagnare punti all’interno della galassia jihadista. Inoltre, il vantaggio mediatico si trasforma in un secondo ritorno economico: le donazioni.

In genere un gruppo terrorista ottiene più donazioni da parte dei vari sostenitori esterni quanti più sono i risultati operativi che riesce a raggiungere.

A suo avviso, perché il ruolo della Turchia è stato così efficace nelle trattative per la liberazione di Silvia Romano?

Da vent’anni la Turchia effettua grandi investimenti nel Corno d’Africa e, in particolare, in Somalia, in relazioni e in consolidamento della propria presenza e influenza.

Tali investimenti si concretizzano in aiuti di tipo umanitario, per la ricostruzione infrastrutturale, aiuti al governo locale nel processo di ricostruzione dello strumento di sicurezza nazionale, quindi i buoni rapporti con i servizi segreti somali.

La Turchia va consolidandosi sempre di più in questa sua strategia di ampio respiro, scalciando anche gli attori “storici” di quelle aree.

Nel caso della Somalia, l’Italia ha un background di tutto rispetto storico e di collaborazione con la realtà locale che, tuttavia, con gli anni si è fortemente indebolito portandola a giocare un ruolo di secondo piano. La Turchia è riuscita, invece, a coprire quei vuoti che si sono creati nei 30 anni di guerre e devastazioni che hanno colpito il Corno d’Africa.

Al Shabaab potrebbe avere interesse a operare al di fuori dei suoi confini e diventare una minaccia alla sicurezza di altri continenti, ad esempio in Europa?

Al Shabaab non ha mai cessato di portare avanti gli attacchi terroristici in Somalia, così come in Kenya e in altre aree della regione.

Non è nel suo interesse operare al di fuori dei suoi confini, o meglio al di fuori dei confini della realtà shariatica che ha in mente di realizzare. Quindi escluderei che Al Shabaab possa diventare una minaccia effettiva all’interno dei confini europei. Diversamente, lo è all’interno dei suoi confini naturali.

In che modo si potrebbe intervenire per contrastare l’espansione del terrorismo in queste aree?

Dovrebbe esserci, innanzitutto, una volontà politica, che si manifesti attraverso un impegno diretto, efficace e convinto in Somalia.

Non faccio riferimento a un intervento militare, ma a un intervento attraverso la cooperazione bilaterale o multilaterale, in modo da fornire un supporto alle autorità locali affinché queste siano in grado di rispondere alle esigenze essenziali delle popolazioni locali.

Cosa che le autorità locali non sono in grado di fare per mancanza di risorse e di un sistema di “comando e controllo”.

È importante tener conto della mancanza di una governance al livello locale, in particolar modo nelle aree periferiche e rurali. E’ qui che Al Shabaab ha trovato terreno fertile: laddove lo Stato non era in grado di rispondere alle esigenze delle popolazioni. Se la comunità internazionale dovesse davvero impegnarsi anche con ingenti investimenti di tipo economico-finanziario si potrebbe avere una speranza di contrastare nel medio periodo l’espansione del terrorismo.

Questo vale in Somalia, ma anche in Libia, in Afghanistan, in Iraq, in Siria.

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