Spagna, vittoria socialista alle elezioni parlamentari. Nessun partito ha la maggioranza per governare. Si ipotizza un Esecutivo di “larghe intese”

Di Pierpaolo Piras

Madrid. Vittoria socialista alle elezioni politiche spagnole di ieri. Pedro Sanchez, leader del PSOE cresce guadagnando 123 seggi al Parlamento, il partito per i cittadini (Ciudadanos, nato recentemente da una frazione del Partito Popolare) sale a 57, l’estrema sinistra di Podemos con i suoi alleati arrivano a 42.

Il leader del PSOE, Pedro Sanchez

La destra nazionalista euroscettica di VOX entra per la prima volta alle Cortes Generales con 24 seggi.

Lo storico Partito Popolare (PP) conservatore crolla a 66 seggi.

Nonostante queste votazioni siano le terze del Paese in meno di quattro anni, sale anche l’affluenza alle urne dei cittadini al 75,8%, rispetto al 66,5 del 2017.

A queste consultazioni si è giunti dopo la caduta in minoranza parlamentare dell’attuale Governo di Sanchez, allorché i deputati catalani hanno votato, insieme alla opposizione di destra, la propria opposizione alla legge di bilancio dello Stato nel febbraio scorso.

Fin dall’inizio, sullo sfondo delle tensioni politiche nazionali e quindi dell’ultima campagna elettorale, brucia la questione indipendentista catalana, dominante in tutti i dibattiti.

È vero che i parlamentari della Catalogna hanno continuato a mantenere la stabilità del Governo ma tenendolo in ostaggio con le loro rimostranze per il fatto, secondo le loro posizioni, che la Spagna sfrutta la floridità della loro economia e che l’unicità della propria lingua e cultura li legittimano a rendersi indipendenti.

Una manifestazione di indipendentisti catalani

La crisi di questa settimana è stata solo l’ultima degenerazione di un processo iniziato nell’ottobre del 2017 quando le forze separatiste catalane hanno organizzato un referendum (anticostituzionale per la Legge spagnola) riconosciuto poi incostituzionale dai tribunali spagnoli.

La Spagna, come democrazia ancora relativamente giovane, versa ancora un contributo doloroso alla parziale soluzione di alcune questioni costituzionali, come l’autonomia della Catalogna.

Il sistema tradizionalmente bipartitico spagnolo, dominante da alcuni decenni, non esiste più. La grave crisi finanziaria e sociale tra 2008 ed il 2014 ne ha segnato la fine

Si è interrotto nel 2015 quando una frazione del Partito Popolare, Ciudadanos, si è separato da esso, ritenuto responsabile di non esercitare un’efficace azione politica verso i separatisti di Barcellona.

Per lo stesso timore, il socialista Sanchez ha recentemente assunto una posizione contraria ad un referendum sull’indipendenza in Catalogna. Ha pure evitato di pronunciarsi sulla possibilità di esercitare i suoi poteri a favore degli esponenti separatisti, tuttora sotto processo per “Ribellione” presso la Corte Suprema.

Il PSOE ha vinto raggiungendo la maggioranza relativa alle “Cortes”, ma il risultato lascia le due coalizioni senza la maggioranza dei 176 seggi indispensabili per governare. Prima del voto, Sanchez si è già pronunciato a favore di un’alleanza con “Ciudadanos” (moderati di centro-destra), dicendo: “Il mio impegno è quello di parlare a tutti i partiti politici, all’interno della democrazia … La democrazia non è vetocrazia”.

La sede della Camera dei Deputati a Madrid

La crisi territoriale ha anche alimentato l’emergere di VOX, che fino all’anno scorso era un partito marginale, assente in Parlamento. Esso è emerso nel dicembre scorso raccogliendo 12 seggi nelle elezioni in Andalusia, superando le aspettative.

Oltre che sostenere alcune idee radicali, Vox ha dimostrato le sue capacità trasformistiche accettando di sostenere il governo regionale andaluso tra PP e Ciudadanos, che ha messo fine a decenni di controllo del PSOE nella regione meridionale della Spagna.

Sanchez potrebbe tentare di realizzare la stessa strategia per la costituzione di una coalizione a tre con Ciudadanos e Partito Popolare.

Nonostante tutte le parti politiche predichino l’unità nazionale, le differenze persistono e la prospettiva di una quarta elezione generale durerà per gli anni a venire.

Sul tavolo del futuro governo rimarranno, in primis la questione catalana, poi le disuguaglianze sociali ed il problema pensionistico.

Bisognerà affrontare l’euroscetticismo che cresce insieme alle forze populiste, verso un’Europa più attenta agli aspetti economici ed affaristici in nome della mondializzazione e non, piuttosto, a quelli culturali e sociali dei numerosi popoli che la costituiscono.

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