Speciale 2 giugno: parlano alcuni protagonisti che vivono quotidianamente l’inclusione

Di Giusy Criscuolo

Roma: Con il saluto del capo della Repubblica Sergio Mattarella, si rompono le righe. La sfilata è da poco terminata. Lì dove prima regnava il suono delle bande musicali militari e dei cori dei rispettivi reparti, adesso risuona il vociare di tutti i cittadini e dei visitatori che pare abbiano apprezzato la nostra Festa della Repubblica.

Arrivo dei Carabinieri a cavallo per la chiusura della Rivista – Foto Giusy Criscuolo

 

Lo schieramento dei Corazzieri a cavallo davanti alla Tribuna presidenziale per la chiusura della parata – Foto Giusy Criscuolo

 

Gli onori finali dati al Presidente della Repubblica dai Corazzieri a Cavallo – Foto Giusy Criscuolo

Chiediamo al Capitano Vittorio Martino, dell’Esercito Italiano, quale è il significato che viene attribuito a questo giorno.

“Oggi è per tutti la Festa della Repubblica, la Festa di tutti gli italiani e l’Esercito, è parte integrante di questa squadra chiamata Italia.  L’Esercito con tutte le altre Istituzioni dello Stato, si impegna a fronteggiare per i cittadini e per la Patria, tutte quelle situazioni di emergenza che si vengono a creare in territorio Nazionale e fuori dai confini Patri. Oltre ai compiti istituzionali che le Forze Armate svolgono, oltre ai compiti preposti e per cui sono state istituite, il nostro compito di salvaguardia della Patria è quotidiano”.

Continua il Capitano Vittorio Martino EI: “Parliamo delle varie emergenze che possono capitare sul nostro suolo, quali le calamità naturali e i casi di pubblica utilità. In questi contesti si vede la squadra sistema Paese Italia, in grado di fronteggiare le emergenze e di risolverle. Il fine di ogni attività è volta ai cittadini ed oggi siamo qui per festeggiare tutti insieme”.

Capitano Vittorio Martino, dell’Esercito Italiano – Foto Giusy Criscuolo

Gli italiani non hanno il vostro stesso obbligo di giurare sulla Bandiera. Che importanza date a questo giuramento?

“Il nostro è un giuramento sulla Bandiera e siamo coscienti di prestare la nostra fedeltà alla Repubblica Italiana. Nell’atto del giuramento sappiamo bene cosa ci aspetta e cosa stiamo per abbracciare. Gli italiani, pur non prestandolo, possono diventare anche loro parte di questa squadra Italia. Questo diventa possibile, anche grazie all’approccio che il cittadino ha nei confronti del Paese. Anche piccoli gesti positivi, e di aiuto quotidiano, rendono gli italiani, parte della squadra chiamata Sistema Paese”.

I Lancieri di Montebello – Foto Giusy Criscuolo

Riguardo al tema “inclusione”, che è stato dato alla giornata di oggi, quale è il pensiero dell’Esercito?

“L’inclusione intesa come “tutti siamo utili” è qualcosa che è già presente nel nostro sistema. Era presente nell’Italia che festeggiava la prima Festa della Repubblica ed è presente ancora oggi. Tutti possono concorrere a fare qualcosa per il Paese. Non solo le Forze Armate che prestando giuramento di fedeltà alla Repubblica, ma anche il singolo cittadino può fare qualcosa. Chiunque lo desidera può mettersi al servizio degli italiani.

Anche la stessa organizzazione del 2 giugno, è per noi motivo di appartenenza e condivisione. La preparazione è lunga e sfiancante. Dura molte settimane, senza contare le prove notturne. Ma quando si arriva in mezzo alla gente, che ti fa sentire parte dello stesso “team”, la stanchezza passa e si avverte solo l’orgoglio e la gioia di essere parte di questa Festa che è la Festa di tutti gli Italiani”.

185° Reggimento Artiglieria Paracadutisti Folgore – Foto Giusy Criscuolo

Al Capitano di Corvetta, Federico Mariani, della Marina Militare Italiana, facciamo una domanda analoga a quella precedentemente posta all’Ufficiale dell’Esercito.

Come è stato visto il nuovo tema dell’inclusione dato alla Festa della Repubblica?

“L’inclusione è una cosa che noi applichiamo da sempre. Mi spiego, uno dei principali membri dell’equipaggio della Marina è la famiglia. Non si può essere bravi marinai se non si ha una famiglia alle spalle, che ti aspetta a casa. Già questo getta le basi per l’idea che noi abbiamo di inclusione. Altro è il personale civile dell’amministrazione Difesa che lavora nella Marina Militare. Una parte fondamentale del nostro equipaggio, anche per quanto riguarda l’assistenza all’interno delle basi navali, ma anche in attività operativa, perché noi includiamo nei nostri equipaggi, nelle navi che hanno la possibilità come l’Etna di avere un officina meccanica a bordo, dei tecnici civili che provengono dalle nostre stazioni navali”.

Continua il Capitano di Corvetta, Federico Mariani: “Allo stesso modo in Libia, dove c’è una nave che sta fornendo assistenza tecnica, abbiamo anche del personale civile della Difesa che lavora insieme ai nostri militari”.

Capitano di Corvetta Federico Mariani – Marina Militare – Foto Giusy Criscuolo

Quanto è importante la divisa che indossate?

“Vesto questa divisa, perché credo fortemente nel suo significato. Le stellette che ho e che abbiamo sul bavero, sono un simbolo di appartenenza indiscussa. Appartengo alla Repubblica Italiana e in primis appartengo alla Marina Militare, ma fondamentalmente sono parte di questo Paese. Io, come tutti i miei colleghi, crediamo fermamente in questo Paese. Tutti noi abbiamo prestato un giuramento non solo verso la Repubblica, ma verso la Repubblica intesa come cosa di tutti. E’ chiaro che noi giuriamo di difendere il nostro Paese, ma soprattutto i nostri civili”.

Complesso bandistico della Marina Militare che apre il settore dedicato alla vocazione marittima – Foto Giusy Criscuolo

Il vostro è un duro lavoro, che vi tiene lontani da casa anche per molti mesi. Si può definire un lavoro preventivo, come il pattugliamento delle coste e delle acque nazionali?

“Un presupposto del nostro operato è che noi lavoriamo al di là dell’orizzonte e quindi è difficile vedere un marinaio in azione, perché viviamo su una nave in mezzo al Mediterraneo. Mi piacerebbe ricordare che abbiamo 8 navi e più di 1500 persone in mare oggi ad occuparsi della nostra sicurezza. Noi difendiamo il Paese dal Mare. Che non significa solo, aspettarsi un nemico ben identificato, ma significa difendere il Paese da tutti quei pericoli che possono venire dal mare, come la mancata libertà delle vie di navigazione. Noi abbiamo un Paese con 8mila chilometri di costa che raccoglie la maggioranza delle sue materie prime via mare.

Tutti devono sapere che il traffico marittimo per noi è fondamentale, ne segue che è fondamentale avere un mare e un Mediterraneo sicuro, compresi i suoi accessi. Ed è proprio in questa prospettiva che si concentra il nostro lavoro. Monitoriamo il Mediterraneo Centrale, che di fatto potremmo definire la piscina dietro casa. Salvaguardiamo gli accessi al Mediterraneo sia da Gibilterra che da Suez. A tal proposito, abbiamo una nave in missione anti pirateria nel Golfo di Aden, l’accesso principale per Suez, perché è da lì che arrivano i beni dell’Estremo Oriente e il petrolio. Dall’ Atlantico invece provengono altre merci e diventa chiaro che il nostro compito è quello di assicurare la sicurezza marittima del nostro mare. Questo richiede tempo, voglia, mezzi e richiede il sacrificio di molti che trascorrono buona parte della vita in mare”.

Allievi scuola militare navale Francesco Morosini di Venezia e gli Allievi marescialli sottufficiali di Taranto – Foto Giusy Criscuolo

Come siete impegnati sugli 8mila chilometri di costa italiani?

“Siamo impegnati lungo tutto lo Stivale insieme ad uno dei nostri corpi, come la Guardia Costiera. Siamo impegnati non solo sulla sicurezza militare, ma anche su quella civile degli italiani al mare. Lo sforzo della Marina è fatto per prevenire e in secondo luogo per bonificare, perché siamo impegnati con i palombari del COMSUBIN alla bonifica degli ordigni inesplosi, poiché siamo ancora pieni di residuati bellici di ogni tipo. Siamo responsabili della cartografia nautica, grazie all’Istituto Idrografico della Marina. Di fatto ci applichiamo affinché la navigazione attorno al nostro Paese sia sicura. I fari e i fanali di tutto il Paese sono gestiti dalla Marina Militare”.

1° Reggimento San Marco complesso multidisciplinare di proiezione sul mare e dal mare – Foto Giusy Criscuolo

Ultima e non perché ultima, rivolgiamo una breve intervista a Sorella Manuela Massa, una delle infermiere della Croce Rossa Italiana, familiarmente conosciute come Crocerossine.

Sorella Manuela Massa Crocerossina – Foto Giusy Criscuolo

Da cosa deriva l’appellativo “Sorella”?

“La nostra è un’istituzione antica, ha 111 anni. La nostra attività è iniziata nel 1908 durante la prima grande guerra. All’epoca nessuno si chiamava per nome e l’appellativo “sorelle” ci è stato dato proprio per distinguerci dalle civili comuni. L’appellativo servì proprio per identificare il ruolo delle Crocerossine”.

Qual è il percorso per diventare infermiera “crocerossina”?

“Il percorso formativo della durata di 2 anni è molto serio ed impegnativo. Si divide in una fase teorica e in una pratica, dove vengono messe a frutto, in ospedale, tutte le competenze apprese sui libri. Alla fine di questo percorso siamo pronte a svolgere i nostri servizi di supporto, sia come corpo ausiliario delle forze armate che a fianco delle popolazioni nelle calamità naturali”.

Voi che tipo di giuramento fate?

“Giuriamo fedeltà al nostro corpo, sulla nostra croce. La croce che abbiamo sul petto e la croce su cui prestiamo giuramento. Croce che noi otteniamo solo al compimento e al superamento dei due anni”.

Crocerossine – Foto Giusy Criscuolo

Che importanza ha per voi il giorno della Festa della Repubblica?

“Quest’anno visto il tema dell’inclusione, per noi ha assunto un significato ancora più forte, perché il nostro motto è “Ama, Conforta, Lavora e Salva”. E’ scritto sui quattro bracci della Croce. Più inclusivo di così… è quello che facciamo ogni giorno. Ognuna di noi ha una vita, un lavoro, ma troviamo il tempo per dedicarci al volontariato. Ognuna di noi trova il tempo per aiutare il prossimo. Chi in ospedale, chi in ambulatorio, chi in ambulanza, chi alla sera con i senza fissa dimora e chi più ne ha più ne metta. Di notte, di giorno, di sabato di domenica, ci dedichiamo agli altri”.

C’è un messaggio che vorresti far arrivare a quelle italiane che non vi conoscono?

“Mi piacerebbe che ancora più donne si avvicinassero a questa realtà, perché non siamo più tante come negli anni passati. In realtà siamo diminuite. Molti ci confondono con le suore, ma noi siamo laiche al servizio degli altri e chiunque lo desideri e ha lo spirito giusto, può unirsi alla nostra causa. Siamo sempre di meno, perché purtroppo lo spirito del volontariato e diminuito. Fare volontariato è una cosa bellissima e il sorriso di una persona ti ripaga più di qualunque altra cosa”.

Sorella Manuela Massa ci lascia con questo pensiero: “E’ capitato più di una volta e anche a me personalmente, che un veterano alpino di 90 anni, si sia inginocchiato quasi con le lacrime agli occhi e con il ricordo vivo dei tempi della guerra, dove è stato soccorso da una crocerossina x che gli ha salvato la vita. Solo questi gesti ti danno il parametro del bene che è stato fatto a chi ha dato la vita per la nostra Italia. Allora, perché far morire questa splendida istituzione… abbiamo ancora tanto da fare”.

 

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