SPECIALE. Corno d’Africa: la Triade del male nell’area tra ambizioni e finanziamento ad Al Shabaab

Di Giusy Criscuolo

Mogadiscio. Questo speciale vuole inquadrare brevemente un argomento che consterebbe di pagine e pagine di approfondimenti. Suddiviso in tre piccoli sotto capitoli renderà la lettura meno impegnativa.

Corno d’Africa

I finanziamenti alle frange terroristiche nel Corno d’Africa e in particolare ad Al Shabaab arrivano non solo dalle somme dettate da “estorsioni riconosciute come ufficiali”, ma vengono soprattutto foraggiate dalla “triade del male”, così come definite dall’Islam Moderato (Iran, Qatar e Turchia). Anche se un vivo interesse per il Corno d’Africa sarebbe espresso anche dalla Cina, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto, da Israele ecc.

Secondo numerosi analisti arabi, il Qatar, la Turchia e l’Iran sono una polveriera pronta ad deflagrare. In grado di innescare “esplosioni a catena” nel Corno d’Africa, così come nelle varie regioni del Medio Oriente (Siria, Libia, Yemen, Iraq ecc).

I piani di espansione di questi tre paesi, vuoi per necessità, vuoi per progetti dettati da “nostalgia storico/ideologica” e mossi da sete di potere, vuoi per il desiderio di ampliare la già esponenziale capacità economica, si stanno allargando sempre più oltre confine. Obiettivo instaurare un nuovo mondo basato sull’estremismo. Il tutto con il rilancio della Fratellanza e delle organizzazioni terroristiche, in cui a farla da padrone sarebbe la Jihad estremista. Cosa che diventerebbe possibile destabilizzando tutti gli assi in essere nel Medio Oriente.

Dopo la sconfitta dell’organizzazione terroristica dell’IS (che sembra essere pronta ad un nuovo periodo di forza) nelle sue sfere di influenza in Iraq e in Siria (ISIS) e dopo il suo grande indebolimento nel Sinai, la diaspora di questa organizzazione ha reso necessaria la ripartizione dei suoi elementi, molti dei quali riconosciuti pericolosi a livello internazionale. Il Trio del male ha dunque avuto la necessità di individuare una nuova regione, che soffrisse di corruzione, vuoto di potere e diffusione della violenza, possibilmente vicina ai loro teatri di interesse.

Da sinistra la guida suprema Ali Khamenei (Iran) l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e il Presidente turco Recep Tayyp Erdoğan

La Somalia risultava la più appetibile sia dal punto di vista geografico sia dal punto vista economico e di destabilizzazione del Paese stesso. Allettante perché appartenente al Corno d’Africa e perché coinvolgente la Regione dei Grandi Laghi. Territorio altamente strategico e abbastanza “vergine”. Una regione appetibile perché si affaccia sul Golfo di Aden ed ha un ampio sbocco sul Mar Rosso e l’Oceano Indiano, porzione di mare ricca di risorse naturali e sbocchi commerciali.

Stando ai diversi studi e report che vengono proposti sugli “attori in essere”, non manca ad oggi un tacito consenso tra le forze, dove viene individuata una “divisione” dei ruoli se pur non riconosciuta da tutte e tre. Il focus sarebbe incentrato sul finanziamento di Al Qa’ida a livello economico e degli armamenti. A seguire il riposizionamento degli elementi dell’ISIS, in modo da dare più potenza all’organizzazione di Al Shabaab, ma questo sta entrando fortemente in contrasto con il lato somalo di Al Qa’ida.

Questo sostegno permetterebbe alle tre realtà di estendere la loro influenza nel Corno d’Africa e nella regione dei Grandi Laghi.  Il tutto sfruttando l’aiuto di una realtà estremista e terroristica come quella dei giovani Mujahideen. Un piano perfetto che permetterebbe alla “Fratellanza” di raggiungere quegli obiettivi in essere dall’inizio della primavera araba.

In poche parole, l’Anatolia si occuperebbe di gestire l’arrivo dei leader dell’ISIS, dimostrando grandi capacità di ascendenza nei confronti dei fuggitivi, in quanto elementi “vincenti” per la causa terroristica e manovalanza fondamentale per “l’occupazione” di un territorio. Carta che, fino ad oggi, ha permesso alla Turchia di infiltrarsi in numerose regioni del Medio Oriente, non per ultima la Libia (ma ci sarebbe una nuova mira pel l’affiatato duo, la Tunisia).

L’antica Persia e attuale Iran, avrebbe invece puntato gli occhi sul Corno d’Africa già dal 1978, data della Al Ththwarat Al’iyrny (Rivoluzione Iraniana) oltre ai rinnovati interessi economici causati dalla collezione sulle sanzioni a livello internazionale. Dalla data della rivoluzione che rovescio la monarchia imponendo l’avvento di una dimensione sciita e strettamente legata agli insegnamenti del Corano, si proiettò sulla Regione africana con l’intento di aumentare la rinata influenza religiosa nella regione oltre a cercare nuovi sbocchi economici. Doha sempre alla ricerca di posizioni di “copertura” e di “privilegio strategico” si impegna a finanziare i progetti di Teheran e Ankara, sfidando il Quartetto arabo (Arabia Saudita, l’Egitto, il Bahrein ed Emirati Arabi Uniti).

 

Il carbone fonte di guadagno con il sostegno dell’Iran sul commercio illecito

I soldati della Somalia e del Kenya attraversano un area di caricamento del carbone a Burgabo, nel sud della Somalia, 14 dicembre 2011 Foto AFP

Andando per ordine, analizziamo gli introiti che finanziano Al Shabaab, a partire da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha posto un embargo sull’esportazione di carbone dalla Somalia. Embargo imposto per contrastare il disboscamento illegale, la massiccia deforestazione, e soprattutto per bloccare la produzione di carbone in Somalia, che aveva ed ha alimentato oltre che foraggiato il terrorismo di Al Qa’ida e della sua costola Al Shabaab. Si parla della risoluzione UNSCR 2036 del (2012) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che vieta l’importazione di carbone dalla Somalia e da persone in Somalia, indipendentemente dal fatto che il carbone abbia o meno origine nella regione (Punto 22 e 23). Il carbone somalo, fatto con alberi di acacia è molto richiesto e utilizzato nei paesi del Golfo.

Nel 2018 un rumors lanciato da Rueters e ripreso da numerosissime testate arabe ha attraversato il Medio Oriente riverberandosi fino al 2019. In un rapporto delle Nazioni Unite, gli analisti indicherebbero l’Iran come porto di smistamento del carbone illegale.

Secondo gli osservatori internazionali, le reti criminali utilizzerebbero l’Iran come punto di transito per le esportazioni illegali di carbone somalo. Introito che frutterebbe ad Al Shabaab circa 10 milioni di dollari l‘anno, cifra ben diversa da quella recepita durante l’assenza dell’embargo.

Non potendo esportare personalmente il minerale, i carichi verrebbero inseriti in sacchi bianchi o di colore verde e blu anonimi e spediti in Iran. All’interno del rapporto si legge che le spedizioni partirebbero con certificati falsi di origine delle Comore, della Costa d’Avorio e del Ghana. Il carbone verrebbe caricato su navi mercantili di “varia origine”. Approdati nei porti iraniani, i sacchi verrebbero muniti di timbro “persiano” come origine del prodotto e da lì sarebbero smistati su piccole imbarcazioni battente bandiera iraniana nelle regioni vicine compresi gli Emirati Arabi.

Isole di Kish e Qeshm

La Forza Quds, l’ala armata di Pasdaran (le guardie della rivoluzione iraniana), avrebbero creato una cellula di ufficiali di geopolitica somala responsabili della comunicazione con Al-Shabaab. L’assistenza logistica fornita da questa speciale cellula avrebbe permesso al movimento jihadista somalo di inviare il suo carbone ai porti iraniani di Kish e Qeshm da Baraawe, Kismayo e Burgabo in Somalia. All’arrivo nei porti delle isole, le spedizioni somale sarebbero sistemate per essere poi vendute nei paesi del Golfo, raggiungendo il Kuwait, il Qatar e persino gli Emirati Arabi Uniti, passando attraverso il porto degli Emirati di Hamriyah.

Il rapporto afferma anche che dal marzo 2018 le isole di Kish e Qeshm in Iran sarebbero servite da appoggio per il carbone somalo. Considerate zone franche, avrebbero ricevuto i carichi senza destare iniziali sospetti.

Partendo dal basso a sinistra il porti di Burgabo sulla foce del fiume lak Dera e a salire il porto di Kysmaio e quello di Baraawe

Secondo il rapporto, gli investigatori avrebbero criticato l’Iran. Sottolineando nel report la mancanza di cooperazione durante le indagini relative al divieto di importazione ed esportazione di carbone dalla Somalia. Hanno inoltre invitato paesi come la Costa d’Avorio e il Ghana a controllare meglio i processi di rilascio dei certificati di origine. Considerate frodi dichiarate, non ci sarebbe stata alcuna interferenza ufficiale da parte dei paesi interessati.

Gli osservatori avrebbero affermato, che paesi come il Ghana e la Costa d’Avorio hanno consentito ai trafficanti di carbone di sfruttare i punti deboli dei loro sistemi per rilasciare tali certificati, rendendoli responsabili di inadempienza burocratica durante le procedure di rilascio dei certificati. A differenza dei due paesi di cui sopra, le autorità degli Emirati Arabi Uniti avrebbero iniziato a prestare attenzione al caso, fermando dei trafficanti a Dubai, che dopo stretta sorveglianza sarebbero stati posti in arresto.

Attacco di Al Shabaab ad un checkpoint

Sempre secondo gli studi di settore, il checkpoint più redditizio sul carbone e appartenente ad Al Shabaab avrebbe una lunghezza di circa 160 km e sarebbe situato a nord-ovest della capitale Mogadiscio, esattamente sulla strada per Baidoa. Stanno a fonti interne all’organizzazione, ed esattamente dalla voce di un disertore, la postazione frutterebbe circa 30.000 dollari al giorno, per un totale di 10 milioni di dollari l’anno.

Il dirigente della Nile Foundation for Strategic African Studies, Mohamed Ezz El Din, ha confermato che la Somalia sta attualmente assistendo a uno scontro tra il movimento terroristico giovanile e le autorità, che avrebbero l’unico fine di sequestrare il carbone.

Secondo quanto appreso dall’analista, Al Shabaab starebbe cercando di ripristinare una delle più importanti fonti di finanziamento, che a causa dell’embargo posto in essere dalle Nazioni Unite, avrebbero creato un enorme danno economico all’organizzazione, rendendone difficile l’acquisto di armi e mezzi militari per affrontare il loro Jihad.

Il Dirigente del consiglio della Nile Foundation for Strategic African Studies, Mohamed Ezz El Din

La vendita del carbone, in tempi non sospetti, fruttava al movimento 250milioni di dollari. Alla luce di tale dato, non viene difficile comprendere come anche l’Iran possa svolgere un ruolo importante nel fornire alternative al movimento, aiutandolo nel contrabbando di carbone con conseguente esportazione all’estero.

Resta di fatto che l’area di controllo dell’organizzazione è il sud della Somalia e che soprattutto lì continuano i loro traffici illeciti e le loro mire sul territorio keniota.

Ma grazie agli sforzi combinati tra la Forza dell’Unione Africana in Somalia (AMISOM), dell’esercito somalo e degli Stati Uniti il contrasto ad Al Shabaab rimane alto.

Il Qatar dagli enti di beneficienza all’infiltrazione strategica

Qatar e Al Shabaab

I commenti di Mokhtar M. ex leader del Movimento Giovanile Mujahideen, il 2 aprile 2020, denuncia su Twitter il finanziamento del terrorismo operato dal Qatar in Somalia, oltre a parlare di numerose organizzazioni terroristiche che stanno stabilendo le loro basi in terra somala per gestire e controllare i paesi africani.

Estremismo supportato anche dall’organizzazione terroristica qatarina Al Hamdyn[1], attualmente stabilizzatasi e combattuta anche in Arabia Saudita, Libia, Sinai (parte egiziana) e Bahrein.  Al Shabaab fedele ad al-Qaeda in Somalia (ma attualmente diviso i fazioni pro Da’ash), ha ricevuto un grande sostegno da Doha, sia con armi che con denaro, oltre ad ospitare grandi elementi terroristici a Mogadiscio.

L’ex membro del Movimento ha inoltre dichiarato che il Qatar cerca di deviare Mogadiscio, creando uno stato di confusione per favorire i propri interessi e quelli delle organizzazioni estremiste.

Twitter di Mokhtar M. ex leader del Movimento Giovanile Mujahideen

“La capitale Mogadiscio è in preda al movimento giovanile Mujahideen, la cui influenza e capacità stanno aumentando di giorno in giorno, poiché è l’unica realtà in Somalia per cui i finanziamenti non si fermano”. Descrivendo Mogadiscio come la “città della morte”, dato che il gruppo terroristico spende molto per l’acquisto di armi e per il pagamento degli stipendi dei militanti e dei mercenari all’intero dello stato somalo. Grazie ai soldi di Doha, Al-Shabaab è diventato un paese all’interno di un paese (della Somalia)”.

Ma il compito del Qatar non finisce qui. A detta dei numerosi analisti africani e somali, sembrerebbe che “Il nano” soprannome dato al Qatar per la sua esigua grandezza geografica smentita dalla sua grandezza geoeconomica, stia aspettando le prossime elezioni per distruggere definitivamente il tessuto statale sano.

Sotto forma di enti di beneficenza e sotto copertura umanitaria, il Qatar ha fornito il sostegno e il finanziamento necessari ad Al Shabaab. Questo per inserire in modo non sospetto, l’organizzazione terroristica qatarina Al Hamdyn. Come se non bastasse, il Qatar continua il suo elenco della corruzione e del finanziamento attraverso l’inserimento di terroristi nel tessuto dell’Intelligence somala.

il secondo uomo di Al Shabaab, il cui nome è Muhammad Ali Sayd Atm

Il Qatar ospita colui che potrebbe essere definito il secondo uomo di Al Shabaab, il cui nome è Muhammad Ali Sayd Atm [2], il quale avrebbe stretti legami e scambi di informazioni con l’attuale direttore della National Intelligence and Security Agency, Fahd Yassin. La nomina sarebbe arrivata nell’agosto 2019.

La regione qatarina spingerebbe infatti la figura di Fahd Yassin, anche all’interno del circolo decisionale in Somalia per aumentare la sua influenza all’interno del Corno d’Africa e per colpire gli interessi, di quelli che Doha considera suoi nemici (Il quintetto).

Il Direttore della National Intelligence and Security Agency, Fahd Yassin esponente di Al Shabaab

Da quando Muhammad Abdullah Farmajo attuale Presidente Somalo è salito al potere nel febbraio 2017, il Qatar ha speso più di 442 milioni di dollari in armi e finanziamenti alle organizzazioni terroristiche, con l’auspicio che gli sforzi porteranno allo sradicamento del Governo Legittimo, che fatica a lottare contro l’estremismo che avanza. Ma la situazione tra alleanze rinforzate e mire di grandezza sono in continua evoluzione ed il timore che tutto possa sfuggire di mano resta alto.

La Turchia tra interessi geopolitici nel Corno d’Africa e finanziamenti ad Al Shabaab che si ribella ad Ankara

l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan

Il rapporto di cooperazione tra Turchia e Qatar nel sostegno alla Fratellanza ed al terrorismo diventa sempre più palese. Un legame spudoratamente narrato e mai smentito. Ankara, dopo aver stabilito la sua prima base militare in Somalia a Mogadiscio con l’aiuto del Qatar, ha contribuito ulteriormente alla diffusione del terrorismo nella regione. Il tutto sfruttando povertà, ignoranza, malattie, conflitti interni e mancanza di stabilità. La base, costata circa 50 milioni di dollari, sarebbe in grado di sostenere l’addestramento di circa 1.500 soldati somali contemporaneamente.

Come se non bastasse a breve, sarà inaugurata una grande base militare turca in suolo qatarino. Accordo siglato nell’aprile 2016 in Qatar, ma il primo arrivo dei militari turchi in suolo qatarino avvenne nel 2015. Ad oggi il numero dei soldati è aumentato esponenzialmente.

Anche la Turchia come la sua Alleata più stretta, oltre ad utilizzare la forza e la sua potenza militare, si avvale della sua intelligence, di enti di beneficienza e ONG per entrare nei territori di interesse.

Apertura base Turca in Qatar

Secondo uno dei diversi studi effettuato da Nordic Monitor (rete di monitoraggio sulle presenze estremiste e violente in Europa e nel Mondo) si legge: “La Maarif Foundation collegata al jihadismo è un’entità finanziata dal governo turco. Questa sta educando quasi 30.000 studenti in 34 paesi, per un investimento che ammonta a 723 milioni di lire turche. Finora, il governo di Ankara è riuscito a prendere in carico 217 scuole in 18 paesi in cui lo stato di diritto e i principi democratici risultano essere problematici: Guinea, Somalia, Sudan, Cameron, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo, Mali, Mauritania, Niger, Tunisia, Ciad, Gabon, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Afghanistan, Venezuela, Pakistan ed Etiopia – usando tangenti, pressioni politiche, ricatti, promesse di investimenti e accordi commerciali”. Lavorare subdolamente sulle menti per indottrinare il popolo del “futuro Impero Ottomano”.

Ma questa non è neppure la punta dell’iceberg. Il proliferare di ONG ed enti benefici turchi stanno invadendo il Medio Oriente e l’Africa, fino a spaziare oltre oceano. Tutte legate all’Intelligence turca (MİT), servono come copertura per la vendita e il contrabbando di armi, munizioni, soldi e smistamento dei terroristi.

Attività di Maarif in Africa ( Nordic Monitor)

Sempre secondo un rapporto internazionale e svelato da documenti giuridici anche in possesso di Nordic Monitor, elaborati dal Giornalista e analista Abdullah Bozcurt[3], i finanziamenti al movimento dei giovani Mujahedin sarebbero abbastanza recenti e la prima ingente cifra di 600.000 dollari sembra essere stata versata dall’Intelligence turca nel 2012. I soldi come spesso accade sarebbero stati trasferiti in contanti con la Turkish Airlines.

Ma l’interesse di Erdoğan per la Somalia inizia nel 2011, durante il periodo della primavera araba che spaventa e non poco il Presidente. Bisogna correre ai ripari prima che tutto abbia inizio, prima che il desiderio di libertà “infetti il popolo”, così ordina in accordo con il Governo somalo la costruzione dell’ambasciata turca a Mogadiscio mentre realizza un centro di addestramento militare e una scuola militare. Da quel momento i suoi collaboratori si sono assicurati i diritti operativi sia nell’aeroporto che nelle strutture portuali.

Dal 2012 al 2014 ci sarebbero stati degli incontri segreti con i leader di al-Shabaab, per la prima vendita di armi.

Nessuno sembra più essere in grado di fermare l’egemonia in crescita del Sultano di Ankara, che non contento di appropriarsi indebitamente anche del territorio libico e di quella parte di Mediterraneo che non gli spetta, ha da poco controfirmato un accordo con il Governo Somalo per l’esplorazione marittima e la trivellazione di pozzi petroliferi e gasdotti. Il governo turco tra finanziamenti al terrorismo e operazioni “legalizzate” si starebbe muovendo per sfruttare le prospettive petrolifere, del gas e minerarie in Somalia, strategicamente situato nel Corno d’Africa.

La Turchia in Somalia – In alto a destra il Presidente somalo Muhammad Abdullah Farmajo e il Presidente Turco Recep Tayyip Erdoğan. In basso a sinistra l ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu e il suo omologo somalo, Abdusalam H. Omar durante l’ultima sigla il 25 gennaio 2019

Il memorandum d’intesa (MoU) tra Turchia e Somalia sulla cooperazione globale in campo energetico e minerario, fu firmato nel 2016.  L’accordo di 12 articoli sarebbe stato presentato al parlamento per ratifica il 25 gennaio 2019 dal Presidente. Studi di settore, condotti da Sismic Geo e altre società hanno indicato notevoli risorse di petrolio e gas nel territorio marittimo somalo. Il ministero del petrolio e delle risorse minerarie ha annunciato lo scorso ottobre che il paese avrebbe aperto 15 blocchi per le compagnie petrolifere su cui fare offerte per le licenze di esplorazione e produzione.

Ma la Turchia starebbe sottovalutando il suo rapporto con i gruppi ribelli, terroristi e con i gruppi delle milizie sunnite. Ankara muovendosi secondo il proprio beneficio non calcolerebbe gli interessi dei terroristi indigeni, che iniziano a percepirla come un nemico da combattere. I suoi obiettivi si starebbero scontrando con quelli del ramo somalo di Al Qa’ida.

L’Iran, d’altra parte, avrebbe costruito delle relazioni più equilibrate con i gruppi armati sunniti, dandogli possibilità di manovra. La vecchia Persia starebbe dando una dimostrazione di abilità strategica all’Anatolia, dimostrando acume nei rapporti e palesando di non voler occupare o estorcere alcunché, come nel caso della Turchia. Rimanendo in un quadro ristretto di interessi precisi, l’Iran potrebbe trarre un reciproco vantaggio con quei gruppi ed Al Shabaab in particolare, spostandosi simultaneamente su ciascun fronte. Difatti nel caso somalo, l’Iran avrebbe scelto di trascendere (momentaneamente) il valore politico e ideologico per stabilire un nuovo tipo di relazioni con Al-Shabaab.

Miliziani di Al Shabaab ad un Check Point contro arrivo camion esercito (Telegram)

Dal dicembre 2019 gli attacchi a convogli turchi o somali con civili turchi sono aumentati e questo perché l’Organizzazione inizia a diventare insofferente davanti alla neo conquista ottomana. Ad oggi il legame tra l’Iran e i leader dei Pasdaran si sarebbero fortificati con il portavoce ufficiale di Al Shabaab, lo sceicco Ali Mahmoud Raji, DETTO Ali Derhee.

Lo sceicco Ali Mahmoud Raji portavoce del movimento di Al Shabaab

In conclusione, quelli che erano inizialmente visti come finanziatori, ad oggi inizierebbero a diventare dei possibili nemici da combattere. Ma il problema va ben oltre, perché il desiderio di egemonia della vecchia Anatolia sembra prendere forma e davanti a tanta tracotanza e sfacciataggine, non sembra esserci nessuno in grado di porre fine a questa “corsa al potere ottomano”.

 

[1] L’Organizzazione terroristica qatarina Al Hamdyn sarebbe stata chiamata così dopo essere uscita dal Qatar, accorpando i nomi di Hamad bin Tamim, emiro del Qatar, e Hamad bin Jassim, ex primo ministro del Qatar che sono i principali driver dello stato del Golfo.

[2] Ali Sayd Atm inserito nell’elenco dei terroristi più ricercati dal 2017, da Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi e Bahrein.

[3] Abdullah Bozkurt, giornalista da oltre 20 anni. Presidente dello Stockholm Center for Freedom (SCF), gruppo di monitoraggio che traccia le violazioni dei diritti umani in Turchia. Direttore della Nordic Monitor, indaga su terrorismo, sicurezza, criminalità ed estremismo. Autore di Turkey Interrupted: Derailing Democracy. Ha fondato la Muhabir News Agency, chiusa dal governo turco nel luglio 2016. Bozkurt fu anche capo ufficio del quotidiano Today’s Zaman di Ankara e servì come corrispondente di Washington, DC.

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