Speciale Libia: Gli interessi di Erdogan nel Paese nord africano

Di Giusy Criscuolo

Misurata. Per comprendere l’accanimento nei confronti della Libia, da parte del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nel sostenere i gruppi di miliziani e terroristi, è fondamentale fare qualche passo in dietro e risalire agli anni in cui, Erdogan aveva iniziato a sedersi al “ricco banchetto” dall’allora leader Muammar Al Gheddafi.

Dal 2003 al 2011 (data quest’ultima che segnò la svolta di Erdogan) l’attuale Presidente turco, all’epoca Primo Ministro, ebbe modo di investire in Libia e di sperare in grossi finanziamenti elargiti dall’ex dittatore.

L’abbraccio tra Erdogan e Gheddafi

L’ex colonnello aveva un buon legame con gli islamisti turchi, con i quali erano in essere degli ottimi rapporti. Il regime di Gheddafi non aveva mai nascosto il suo disappunto per la posizione assunta da Ankara nei confronti della NATO, per le relazioni strategiche intessute con Israele e per il pugno di ferro utilizzato dalla Turchia nei confronti del popolo curdo. Gheddafi grande sostenitore di Necmettin Erbakan, leader del Welfare Party e Primo Ministro della Turchia dal 1996 al 1997, aveva accettato, anche se con qualche riserva, la figura del delfino di Erbakan (Recep Tayyp Erdogan che negli anni ’90 era sindaco di Istanbul).

Necmettin Erbakan fondatore e leader del Welfare Party – Refah Partisi

Il dittatore libico, come lo stesso Erbakan, aveva delle riserve sulle modalità utilizzate dall’attuale Presidente turco nel gestire i rapporti con l’Occidente e con Israele, ma aveva comunque deciso di puntare su quel “cavallo”. Iniziò così l’ascesa di quello che oggi viene chiamato l“Islam Politico”.

Attraverso l’Islamic Call Society (entità no profit fondata da Gheddafi nel 1972, che comprende oltre 250 organizzazioni islamiche di tutto il mondo…) il colonnello, cercò di aiutare le correnti islamiste in Turchia a raggiungere il potere, con lo scopo di cambiare le politiche dell’Anatolia. L’elezione di Erdogan, come Primo Ministro della Turchia nel 2003 diede l’inizio ai sogni di gloria dell’attuale Primo uomo della Turchia.

Con l’avvento al potere del AKP nel 2002 (Partito per la giustizia e lo sviluppo, in turco Adalet ve Kalkınma Partisi. Partito politico conservatore di identità Islamica, a sua volta nato dalle radici del Welfare Party, detto anche Refah Partisi, partito politico islamico fondato nel 1983 da Necmettin Erbakan), le relazioni economiche con la Libia, videro un cambiamento senza precedenti. Il tutto coincideva con il lancio dei progetti imprenditoriali libici portati avanti da Saif al-Islam Gheddafi.

Ritratto di Erdogan su un trono “Ottomano”

Secondo quanto riportato da alcuni studi di settore arabi e secondo i dati economici resi pubblici da Ankara in quel periodo, le società di costruzioni turche, che all’epoca operavano in Libia, avevano investito per un valore di circa 15 miliardi di dollari.

Nel novembre del 2009, Erdogan, aveva visitato la Libia, accompagnato da alcuni ministri e da un cospicuo numero di imprenditori. L’obiettivo era quello di iniziare una sinergia e una cooperazione affaristica sui diversi settori dell’imprenditoria, come: petrolio, gas, settori dell’edilizia, commercio, industria, turismo e altro.

Come riportato da Al Bayan, alla luce dei primi investimenti in Libia per un valore di 8 miliardi di dollari, tra il 2002 e il 2008, le aziende turche aspiravano a posizionarsi al primo posto. Questo avveniva subito dopo l’annuncio nel 2009, dell’ex leader Gheddafi, che faceva accenno ad un piano di investimento quinquennale della cifra di 160 miliardi di dollari.

Nel 2010 la Turchia investì in Libia 2 miliardi di dollari. Prima degli eventi causati dalla Primavera Araba, le statistiche erano dalla parte degli investitori turchi e il volume degli investimenti sembrava essere destinato a salire. Parrebbe, stando ad alcune pubblicazioni arabe di settore, che la Turchia stesse per investire circa 35 miliardi di euro in infrastrutture e questa cifra era destinata ai primi 10 mesi del 2011. Com’è d’uopo, nulla si fa per caso e l’ex colonnello Gheddafi aveva studiato il quadro della situazione, investendo sul simbolismo della propaganda di Erdogan per diffondere a sua volta la politica “tridimensionale” portata avanti dal regime: araba, africana, islamica.


Droni Turchi a Misurata

Ma con l’avvento delle rivoluzioni causate dalla Primavera Araba, con la caduta di Gheddafi (a cui contribuì anche Erdogan), con la sconfitta della Fratellanza Musulmana in Egitto, con le prime crisi interne aggravatesi nel 2013 con le proteste del Parco Gazi in Turchia, con la caduta del regime del presidente sudanese Omar al-Bashir, e con i risultati delle ultime elezioni amministrative, l’accanimento su uno degli ultimi baluardi di speranza “Neo-Ottomana” (la Libia) appare più chiaro.

La Turchia, forte dell’appoggio del Qatar che adotta una politica estera diplomatica ed imperialista, investe ancora in forze militari e in armi sul territorio libico. D’altro canto, Doha fornisce investimenti e denaro ai miliziani e alle organizzazioni terroristiche appoggiate dal Al Wefaq, il tutto grazie agli enormi fondi in possesso del Qatar.

Ad oggi e in barba all’embargo imposto al Paese nord africano, il regime turco sfrutta appieno il suo potenziale per sostenere le milizie fuorilegge e i gruppi terroristici nella Libia occidentale.

Al Sarraj e Erdogan durante uno degli ultimi incontri

Sulla base di copiose analisi fatte da numerosi studiosi e analisti arabi e sull’incrocio di dati e discussioni in essere sui diversi media arabi, si evince che la politica di Ankara e di Al Wefaq, sia fondata molto sulla base di dati ideologici e conservatori islamici, elementi imprescindibili per la stretta “collaborazione” in essere con la Turchia.

Un primo elemento sembrerebbe essere dato da una politica basata sulla Fratellanza Musulmana e collegato a strette alleanze con forze dell’Islam politico nelle sue varie sfaccettature. Il secondo sembrerebbe essere di origine etnico culturale, legato a minoranze con radici turche, in particolare nella città di Misurata.

Milizie durante gli scontri con LNA

Stando a quando si legge sui media arabi, Misurata sarebbe una base chiave per la Turchia. A detta degli stessi turchi, nella città dove si trova l’Ospedale da Campo Italiano, esiste una minoranza etnica, ma che di minore avrebbe solo il numero. La conferma arriverebbe dal leader della Fratellanza di Misurata Ali Muhammad al-Sallabi, che all’epoca degli eventi del 2011, (secondo Al Bayan) avrebbe contattato Erdogan per chiedigli di abbandonare le sue posizioni pro regime, sostenendo la ribellione di Misurata. Stando a quando dichiarato da Al Bayan, il presidente turco si unì all’alleanza anti-Gheddafi e ordinò al suo capo di staff di intervenire per proteggere Misurata come città turca. Lo stesso giorno iniziò l’intervento militare in Libia, in forze all’ex regime di Misurata.

Il leader della Fratellanza di Misurata Ali Muhammad al-Sallabi

Secondo quanto sostenuto da Al-Sallabi, Erdogan fu sorpreso dall’esistenza di una minoranza di origine turca in Libia. La tribù dei Karaghla, che risale all’inizio dell’occupazione ottomana è attualmente distribuita tra le città di Misurata, Tripoli, Zawiya e Zliten (La tribù è a sua volta suddivisa in 15 clan il più numeroso dei quali quello di Ramla in Misurata).

Sebbene la tribù, non superi il 5% della popolazione, risulta essere una minoranza che conta, poiché economicamente forte e coinvolta in ambito politico e finanziario. Una minoranza che non solo ha banchettato al tavolo del defunto colonnello, ma che sembrerebbe aver partecipato al controllo del rovesciamento del precedente regime, articolandosi successivamente sulla capitale e su alcune città della Regione nordafricana.

Dobbiamo ricordare che nel settembre 2011, Erdogan visitò la città di Misurata e in pieno coordinamento con le autorità locali della città si “prodigò” per “difendere” quella che definiva “la sua città”, impegnandosi in vari campi, tra cui quello della sicurezza, quello militare, economico, sociale, sanitario e della cooperazione culturale ed educativa che a quanto pare sembrano essere la pietra angolare per la diffusione del progetto lanciato dalla Fratellanza.

Amrullah Iyshlr. inviato speciale di Erdogan in Libia

Nell’ottobre 2014, l’inviato speciale del Presidente turco in Libia, Amrullah Eishler, annunciò che la Turkish Airlines avrebbe operato voli giornalieri per la città di Misurata aumentando i livelli di influenza turca nella città, attraverso quello che gli osservatori, definiscono, un sistema di trasporto chiuso o nascosto. Molti degli elementi di supporto diretti a Misurata, attraverso l’appoggio delle milizie armate e delle mafie finanziarie, iniziarono a contrabbandare la ricchezza dei libici dal Paese nordafricano a quello del “sultano ottomano”.

Gli osservatori ritengono che questi elementi siano quelli più percipienti sull’insistenza turca negli affari libici. A questi dati e ad altri, si unisce il fatto che la Libia, ha un potenziale finanziario ed economico significativo. Una porta sull’Africa, che attraverso l’area desertica del Fezzan si apre sul deserto del Sahara.

Diventando il principale collegamento tra il Mashriq (la parte nord-orientale del mondo arabo che comprende gli stati di Egitto, Sudan, Arabia Saudita, Yemen, Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Libano, Siria, Palestina e Iraq) e il Maghreb (la parte occidentale dei paesi arabi che comprende Tunisia, Algeria, Marocco – escludendo il Grande Magreb che comprende la Mauritania,la  Libia e il Sahara occidentale) e che vanta 2 mila chilometri di costa sulla sponda meridionale del Mediterraneo.

Maghreb e Gran Maghreb

Lo stesso ministro degli Esteri libico (in questo incarico dal 28 febbraio scorso) Abdul Hadi Al Hwaij (uno degli esponenti che ha preso le distanze dall’appoggio alle milizie) ha dichiarato ad Al-Bayan e non senza rischi: “Il regime turco adotta l’ideologia associata al terrorismo per raggiungere i suoi obiettivi espansionistici. E’ il principale sostenitore delle milizie armate che controllano le articolazioni di Tripoli e attraverso le quali dominano e gestiscono le decisioni politiche, economiche, finanziarie e persino culturali. Inoltre garantiscono la protezione dei loro seguaci all’interno del governo dai leader dell’estremismo, coinvolti nel saccheggio della ricchezza del popolo libico, nella pianificazione e nell’esecuzione di crimini contro città, villaggi, tribù e civili in quasi tutta la Libia”. Denuncia questa che dovrebbe far riflettere l’Occidente.

Sempre Al-Hwaij ha affermato: “Le milizie armate, per Erdogan, sono la forza su cui fare affidamento per perseguire il suo progetto espansionistico in Libia. Punta ad interrompere la ricostruzione dello Stato e delle sue istituzioni militari e di sicurezza. Sta evitando il raggiungimento di una soluzione politica e di una completa riconciliazione nazionale. Il regime turco beneficia del caos continuo, soprattutto finché la produzione di petrolio continuerà e le sue importazioni saranno regolarmente gestite da un governo controllato dalla Fratellanza…”.

Ministro degli Esteri libico Abdul Hadi Al Hwaij

A dare conferma alla denuncia lanciata dal ministro degli Esteri, ci pensa un membro del Parlamento libico, Saad Amgheib: “La Turchia sta giocando con l’appoggio dei Fratelli Musulmani per mettere le mani sulla Libia. In più sta lavorando di fino con coloro che appartengono alla Tribù di origine turca e che hanno grande potere soprattutto nella città di Misurata. Chi non appartiene a queste due categorie, non viene riconosciuto. Si parla di non riconoscere la stragrande maggioranza del popolo libico, che va anche a formare l’Esercito Nazionale Libico. Sono convinti che riusciranno ad emarginare questa maggioranza e che riusciranno a prendere il potere sulla Libia”.

Ad oggi non è più un segreto che la Turchia si fosse prestata come centro di transito tra Misurata e il territorio siriano, con l’obiettivo di trasferire armi e individui appartenenti alla Fratellanza e ad Al-Qaeda, il tutto attraverso numerosi gruppi armati e attraverso membri dell’organizzazione terroristica del IS.

Abdul Basit Balhamil. analista libico politico

Secondo l’analista politico libico, Abdul Basit Balhamil: “Dal 2014 Misurata è stata trasformata in una base turca in cui vengono trasferite armi destinate a gruppi terroristici, ampiamente combattuti dall’Esercito Libico Nazionale nella parte orientale del Paese. La Turchia insieme al Qatar, sono stati i principali sostenitori del “colpo di stato in Libia” (così come definito dall’analista). Quando le Forze Armate di Haftar hanno lanciato il 4 aprile, l’operazione Diluvio di dignità per liberare Tripoli, Misurata si è trasformata in un punto ricezione di armi e miliziani, sia via mare che via aerea, dove centinaia di uomini armati sono sbarcati dalla Siria settentrionale alla Libia occidentale attraversando il territorio turco. Questa è l’ideologia che unisce il regime di Erdogan alle milizie di Al Wefaq ai gruppi terroristici che operano in Idlib… La Turchia vuole mantenere le sue ambizioni espansionistiche in Libia”.

Da l’altro lato, la visione turca prevede come unica soluzione alla crisi libica, il coinvolgimento dei Fratelli Musulmani nel processo politico e nella formazione di un governo di unità nazionale. L’obiettivo sarebbe quello di unire a livello politico la Fratellanza, i loro alleati nell’ovest libico e le correnti civili nel est libico, con l’esclusione del parlamento, dei militari, di influenti attori sociali e delle forze liberali e progressiste, rinviando la tanto sperata riconciliazione nazionale.

Analista politico libico, Ezzedine Akil

A tal proposito è interessante fare un accenno anche alle ultime dichiarazioni di un altro analista politico libico, Ezzedine Akil, secondo il quale: “L’ideologia della Fratellanza, nei suoi vari rami, è diventata per Erdogan il mezzo per prendere il controllo dell’ovest del paese, soprattutto dopo che le forze del LNA si sono spostate nella regione orientale.

L’ex Mufti di Tripoli, Sadiq al-Ghariani

Coloro che potrebbero diventare i futuri leader, provengono dalla Fratellanza Musulmana, da al-Qaeda o da altre organizzazioni, come Al-Sadiq Al-Gharyani (l’ex Mufti di Tripoli e sobillatore dei jihadisti e dei fratelli musulmani, inserito nella lista nera dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti), Abdel Hakim Belhadj (il capo del gruppo di combattenti libici, Emiro, ex leader di Al- Qaeda e capo del Partito Nazionale libico appartiene al gruppo dei Partiti islamici del Paese, che nel gennaio di questo anno è stato raggiunto da un mandato di arresto spiccato dal procuratore di Tripoli, fuggendo in Turchia) e Khaled Al-Sharif (ex membro del Libyan Islamic Fighting Group, membro di Al Qaeda ed ex Ministro della Difesa dello GNA nel 2014), alcuni dei quali vivono in Turchia o hanno nazionalità turche. Gli stessi hanno effettuato importanti investimenti, utilizzando la maggior parte dei fondi emessi dalle autorità di Tripoli, spostandoli in Turchia”.

Salah Badi (a sinistra) e il Leader del Partito Nazionale Libico Abdel Hakim Belhadj, ex comandante di Al Qaeda (a destra)

Continua l’analista: “Gran parte delle milizie terroristiche di Misurata, Tripoli, Al-Zawiya sono soggette ad influenza turca e la maggior parte dei loro leader ha investimenti in Turchia. I feriti delle milizie vengono trasferiti via aeromobile negli ospedali turchi per essere curati. Gli ordini sono impartiti direttamente dalla Turchia, il che conferma che il regime di Erdogan sta ancora scommettendo sulle milizie. I gruppi terroristici, in alternativa alle istituzioni statali, ora ritengono che tutte le loro scommesse possano essere deluse, mentre l’esercito avanza nella battaglia per la liberazione della capitale, quindi la Turchia, si sta precipitando con forza per rimpinguare le file dei terroristi e dei mercenari, inviando su Misurata esperti, droni, piani di campo e supporto politico e mediatico”.

Khaled Al-Sharif considerato legato ad Al Qaeda e nominato ministro della dDfesa dello GNA nel 2014 ad oggi dimesso dall’incarico (Afghanistan 1988 – Libia 2014)

Continua Akil: “Erdogan vuole una quota importante della torta libica, fino a 18 miliardi di dollari, secondo i rapporti internazionali, attraverso concessioni di ricostruzione e investimenti in petrolio, gas, infrastrutture e altri investimenti. E’ convinto che l’accesso a questi privilegi sarà coperto dal motivo ideologico, dalla Fratellanza, dall’influenza sul campo delle milizie e dall’approccio etnico-culturale”.

Secondo Al Bayan, fonti libiche informate avrebbero dimostrato come la lobby turca di Misurata e Tripoli ha spinto la Banca centrale della Libia a sostenere la Banca centrale della Turchia, con un deposito stimato in 4 miliardi di dollari. Secondo il professore di scienze politiche libico, Muhammad Zubaydah, milioni di dollari sarebbero stati trasferiti, attraverso questi “soggetti che contano” nelle casse di Erdogan, il tutto attraverso fondi del Governo Sarraj.

Sempre secondo il quotidiano, il capo dell’Autorità di vigilanza finanziaria libica, Khalid Shakshak, avrebbe recentemente rivelato che “negli ultimi quattro anni, 277 miliardi di dollari sono stati contrabbandati dalla Libia, probabilmente la maggior parte di essi è stato contrabbandato in Turchia”.

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