Stati Uniti- Iran: venti di guerra nel Golfo Persico?

Di Pierpaolo Piras

Washington. Venti di guerra nel golfo Persico? Nelle ultime settimane, è aumentata progressivamente la tensione tra Stati Uniti ed Iran.

Washington accusa violentemente Teheran di voler progredire col programma nucleare inteso alla costruzione di armamento nucleare, in aperta violazione del trattato del 2015 (JCPOA), e rilancia, inasprendo le sanzioni sull’ import-export americano, specie petrolifero.

Altre gravi disposizioni sono state l’evacuazione di una parte del personale sia dalla ambasciata americana a Bagdad che dal Consolato di Erbil (Iraq).

Il Premier Israeliano è molto preoccupato per la situazione di tensione che si sta creando

Alle minacciose repliche iraniane di bloccare militarmente il passaggio del traffico navale nello Stretto di Hormuz, dove circola intorno al 25% del petrolio mondiale, il Pentagono ha risposto ordinando l’invio di una potente forza aeronavale sull’oceano Indiano, al comando della portaerei Lincoln e l’installazione di sistemi d’arma antimissile “Patriot” in alcune regioni, geograficamente adiacenti.

Donald Trump, presidente USA, tuona da par suo e definisce le “guardie della rivoluzione”, tenace puntello del regime teocratico iraniano, come un’organizzazione terroristica straniera.

Eppure, nonostante le spacconate verbali di entrambi e considerando gli interessi reciproci, l’evoluzione verso guerra sembra improbabile.

Nei giorni scorsi, ci sono stati sorprendenti rivolgimenti di opinioni dei due governi, secondo le quali nessuna delle due nazioni vuole la guerra.
La strategia delle minacce sempre più gravi, seguita finora da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, è intesa a persuadere l’Iran sulla inutilità di una politica di accrescimento del proprio potere nello scacchiere strategico medio-orientale, attraverso la costituzione di un proprio arsenale militare nucleare.
Anche l’Iran, pur nella sua spregiudicatezza in politica estera (come si può vedere in Siria e Yemen), e determinazione come non si vedeva dai tempi di Ciro il Grande, non è governato da avventurieri ed il suo eretismo verbale sembra spesso calcolato, non istintivo.

Il Presidente Donald Trump

I termini, logici e variamente urlati, di questa crisi, sono tipici di una guerra psicologica. Il primo pericolo è, semmai, che USA ed Iran si spingano troppo in là, fino ad un deleterio punto di non ritorno oppure che i “falchi”, presenti nelle due compagini governative, prevalgano sulle “colombe”, agendo verso il peggio.

USA ed Iran appaiono ansiosi di combattere, ma anche privi di un’efficace azione diplomatica capace, da un lato di elaborare una possibile via d’uscita capace di allentare la tensione, dall’altra di produrre un’apprezzabile quanto auspicabile prospettiva di soluzione del conflitto, che allontani i protagonisti dalla attuale, e francamente mediocre, politica urlata.

Sotto la pressione americana, c’è chi ipotizza l’eventuale rovesciamento dell’attuale governo iraniano. In tale caso, non si vede chi potrebbe sostituirlo con analoga personalità.

L’Ayatollah Khamenei, “Guida Suprema” dell’Iran (massima carica religiosa), ha carica vitalizia e potere costituzionale di condizionare la politica generale ed estera dello Stato. A lui spetta la decisione finale su ogni importante delibera di Stato. In politica internazionale nutre sentimenti antioccidentali.

Al momento, l’unica proposta distensiva su tavolo diplomatico è quella articolata in 12 richieste, offerta da Mike Pompeo, Segretario di Stato americano.

Tutto è “in fieri” , con i Paesi europei in un ruolo davvero minimo.
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