Sud Sudan, da maggio il Giappone abbandona missione ONU

Tokio. Il Giappone abbandona, dopo cinque anni, la missione delle Forze di autodifesa nel Sud Sudan. Lo stop non avverrà subito ma a fine maggio quando, come ha detto alla stampa il premier nipponico Shinzo Abe, i militari impegnati nelle opere di ricostruzione abbandoneranno il Paese africano, dopo aver compiuto il loro lavoro.

Militari giapponesi in Sud Sudan.

La legge giapponese – limitata dalla Costituzione pacifista – consente alle forze di autodifesa di partecipare alle operazioni di peacekeeping soltanto nei casi in cui un accordo sul cessate al fuoco è stato negoziato dalle fazioni rivali nel posto in cui operano.

La durata della missione era stata estesa lo scorso novembre per altri 5 mesi, per accelerare lo sviluppo di infrastrutture interne nel Paese. Ma, il Governo nipponico ha espresso le sue preoccupazioni perchè nelle ultime settimane sono aumentati i rischi di instabilità geopolitica nel Paese, causando un peggioramento delle condizioni di sicurezza.

Il Giappone era lì dal 20 novembre 2016. Il compito dei soldati era quello classico di peacekeeping, dovendo fornire soccorso allo staff della missione delle Nazioni Unite (UNMISS) e a tutte le forze considerate “amiche” (friendly).

La missione UNMISS in Sud Sudan

Per svolgere il loro mandato, così come prevedevano le regole d’indaggio erano autorizzati all’uso delle armi: non solo se attaccati, ma anche in chiave di “difesa attiva”.

Il contingente, aveva detto il premier Abe in Parlamento, chiedendo ilvia libera alla missione era misto con una componente maggiore rappresentata dalla Prima brigata aerotrasportata (Narashino), a cui si erano aggiunti militari dello Special Forces Group (Tokushusakusengun).

Entrambe le componenti, infatti, sono specializzate sia nell’anti-guerriglia sia nelle Non-combatant evacuazione operations (NEO), le evacuazioni di civili.

Se la situazione si fosse deteriorata era pronta ad intervenire anche la Central Readiness Force (CRF) dell’Esercito giapponese (JGSDF).

Una forza di reazione rapida in grado di essere proiettata con un preavviso molto breve ed in tempi ridotti.

Il Governo di Tokio aveva già stanziato 22,4 milioni di euro in favore del Sud Sudan per progetti di assistenza umanitaria e di sviluppo. La donazione era destinata a finanziare la ricostruzione, lo sviluppo e il restauro del tessuto sociale al fine di sostenere gli sforzi del Paese verso la pace. Il finanziamento aveva come obiettivo il sostegno alle operazioni di agenzie umanitarie portate avanti dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal Programma alimentare mondiale (Pam), dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), dal Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

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