Svezia, il cubo di Rubik della politica europea. Mentre avanza il sovranismo di Jimmie Akesson

Di Pierpaolo Piras

Stoccolma. Il risultato di queste ultime elezioni per la scelta dei parlamentari svedesi è tutto all’insegna dell’incertezza politica. I due principali schieramenti , di centro-destra e centro-sinistra, hanno mantenuto la loro corposa presenza in Parlamento ma senza una maggioranza che li consenta di governare.

Una riunione del Parlamento svedese

Il partito  definito populista e di destra, dei “Democratici svedesi” ha ottenuto, invece, il 17,6% , superando il 12,9 raggiunto nel 2014 ma al di sotto dei 22-23% pronosticati, tuttavia sufficienti a costituire la terza più importante compagine parlamentare composta da circa 62 deputati.

Il suo leader, Jimmie Akesson, un giovanottone di 39 anni, occhiali da “nerd” di successo, espressione pulita e rassicurante del viso con una oratoria chiara e travolgente, sa bene e dichiara “apertis verbis” che nessun Governo potrà prescindere dai “Democratici svedesi”.

Jimmie Akesson

Il Partito Socialdemocratico, al potere da oltre un secolo, è sconvolto. Ha perso una percentuale sensibilmente elevata di elettori  scivolando dal 30% al 28,3%.

I partiti minori guadagnano scarsi consensi come gli ex comunisti, i liberali, i cristiano-democratici.

Il risultato definitivo nega la maggioranza a ciascuna delle due coalizioni. Il 40,6% va al centro-sinistra ed il centro-destra del candidato premier, Ulf Kristensoon, leader dei moderati, raggiunge il 40,2%.

Il primo ministro socialdemocratico, Stefan Lofven, dimostrando di non capire a fondo il dissidio politico interno alla società svedese, ripeteva a non finire lo slogan che queste elezioni avevano un carattere plebiscitario, costituendo una sorta di “referendum per lo stato sociale”. Lo stesso che ha vantato la società svedese come modello avanzato del “welfare”.

Stefan Lofven

Il leader della destra dei “Democratici svedesi” ha impostato tutta la sua campagna elettorale contro l’eccessiva accondiscendenza verso la massiccia politica migratoria del Governo attuale di centro sinistra. Ha sottolineato come la Svezia abbia il 18,5% dei suoi abitanti che sono in larga maggioranza mussulmani e nati in Medio-Oriente o in Africa, abitanti in quartieri dove la delinquenza ha raggiunto livelli di guardia.

Solo nel 2015, sono stati accolti ben 163 mila migranti che hanno messo a dura prova le strutture assistenziali del Paese. Sono aumentati i tempi d’attesa per gli interventi chirurgici. Il numero di medici non basta più per le esigenze di salute della popolazione. Le Forze di polizia stentano ad affrontare la sconcertante ondata di sparatorie specie in aree svantaggiate, ad alta concentrazione di immigrati, altrimenti definite come “no-gone-zones” .

Questi dati di fatto hanno scosso la tradizionale fiducia dei cittadini nel pregiato modello svedese di generoso benessere e tollerante atteggiamento d’inclusività.

Per costituire un Governo escludendo, per ora, i sovranisti di Jimmie Akesson, i progetti si moltiplicano tra i più impensabili, come la coalizione incrociata tra partiti delle due coalizioni.

Queste elezioni dimostrano, comunque sia, la fallimentare politica di una sinistra europea che non rinuncia ai propri disegni massimalisti, persegue il cosmopolitismo utopistico, non dà valore ai confini geografici del proprio Stato e, non ultimo, ritiene superati i valori culturali e storici che stanno alla base dell’identità e quindi dell’esistenza stessa di qualunque popolo, compreso quello svedese.

Sullo sfondo si stagliano le elezioni europee della primavera dell’anno prossimo, dove non mancheranno le potenti istanze dei partiti sovranisti europei in crescita dappertutto.

Il risultato probabile potrebbe essere la costituzione di una forza politica di maggioranza relativa al Parlamento di Strasburgo, capace di modificare radicalmente la politica continentale verso le migrazioni incontrollate, quelle che la sinistra ha facilitato e addirittura favorito finora.

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