TAGLI “AI SOLDATI”, CHE TIPO DI ESERCITO SI VUOLE?

Di Vincenzo Santo*

Roma Ho ascoltato più volte l’audizione, lo scorso 20 settembre, dell’attuale Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, alle Commissioni Difesa (http://webtv.senato.it/4621?video_evento=326).

Io sono un soldato, e per la precisione e semplicità che gli ordini devono avere ho imparato l’importanza del significato delle parole ma, soprattutto, con l’esperienza, ho appreso come andare oltre le stesse. E quello che ho recepito dal messaggio lanciato – intendiamoci, non mi ha colto di sorpresa – mi ha preoccupato. Per il fatto che le cose non cambiano, benché ci si dica presuntuosamente che siamo nel cambiamento. In definitiva, mi chiedo, è stato colto il grido di allarme oppure, dal momento che tutto è stato esposto in modo professionale e senza eccessi, il messaggio pur chiaro “passerà in cavalleria”?

Intanto, ritengo che il tempo in cui i politici si compiacciono delle pacche sulle spalle per congratularsi della qualità dei nostri soldati e di quello che fanno, deve finire. Non capiscono che le pacche sulle spalle, in ambito internazionale, spesso è un brutto segnale. Quello che facciamo sul campo è solo frutto della determinazione e del senso di responsabilità dei singoli, appunto. Comandanti e gregari. Gente brava, che fa bene il suo mestiere ma che compie grandi salti mortali per essere all’altezza. Io non vedo gli altri fare altrettanto, e da molto tempo. Ma ora il gioco inizia a farsi pericoloso.

A quanto è dato sapere dalla nota stampa diffusa dal Consiglio dei Ministri sul “Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019 – 2021 (disegno di legge)”, al punto 14 è prevista una “Riduzione delle spese militari pari ai fondi necessari per la riforma dei Centri per l’impiego”. Questa è pazzia pura; la “sciocchezza ragionata” del dual-use dei fondi? Qualcuno, ancora, ha voluto precisare che non si tratta di tagli ma di razionalizzazione della spesa, in quanto, non verranno ridotti i fondi, ma solo sospesi alcuni programmi. Ma, mi chiedo, che differenza c’è? In pratica nessuna. Non prendiamoci in giro, di sospensione potremo parlare una volta che questi programmi saranno stati ripresi, al momento sono tagli. Purtroppo, come scrisse da qualche parte Kissinger “… un leader che confina il proprio ruolo all’esperienza del suo popolo si condanna all’inazione …”. Oppure, dico io, a decidere sciocchezze. Detto in altre parole, perde la sua libertà di pensiero e azione e le sue parole iniziano a smarrire i veri loro significati sino a dissolversi nel vuoto di uno slogan. Il popolo contento sia.

E poi, chi e che cosa è veramente il popolo? È mai possibile che non si comprenda che chi governa debba seguire gli interessi della nazione e non di questo presunto popolo che poi altro non è che gente che passa il tempo a cliccare “like”? È mai possibile lasciare al mutevole e incostante parere di masse più o meno grandi la decisione sulla politica di sicurezza di un Paese? Insomma, è mai accettabile che i tagli al comparto sicurezza li debba decidere il panettiere di Di Maio? Non riesco a capacitarmi di questa superficialità, mascherata dall’ammaliante e dannosa idea della democrazia diretta.

Insomma, in poche parole, vengono tagliati il programma missilistico CAMM ER, quello relativo agli elicotteri NH-90 e il progetto “Pentagono Italiano“. Ma non era stato già chiuso dall’altro Governo, anche se mi pare fosse tanto caldeggiato dalla Pinotti? Forse mi sbaglio. Comunque, dati alla mano, un totale di 1,2 miliardi di Euro. E tutto quello che è rimasto indietro da tempo? Una nota continua specificando che non saranno toccati gli stipendi del personale e tutto ciò che riguarda la sicurezza del Paese interna ed esterna. Meno male!

Un NH90 in attività

Tuttavia, mi chiedo io, anche se ogni cittadino che non si sia ancora ubriacato per via della raffica di incessanti comunicati e slogan (qui i tagli sono inapplicabili, purtroppo), dovrebbe chiederselo, che cosa significa “tutto ciò che riguarda la sicurezza interna ed esterna”? Al di là della facile interpretazione relativa alla copertura che potrebbero garantire i nostri servizi di intelligence (perché poi non si arriva a farne uno solo?) e all’opera delle forze di polizia sul territorio, alla sicurezza interna ed esterna partecipano, dobbiamo convincercene, anche altri: Esercito, Marina e Aeronautica.

Basterebbe pensare al significato delle quattro missioni che esse sono chiamate ad assolvere per rendersene conto: Difesa dello Stato; Difesa degli spazi euro-atlantici ed euro-mediterranei; contribuire alla pace e alla sicurezza internazionale e, infine, concorrere per la salvaguardia delle libere istituzioni e in caso di calamità. Il tutto compone il concetto più alto di Sicurezza Nazionale.

Tagliare un miliardo o poco più non significherebbe molto se questi tagli non dovessero poi sommarsi a quelli già applicati nel passato e alle sofferenze da allora generate e oggi persistenti, per quanto riguarda il semplice “funzionamento” nonché il necessario e inevitabile processo di ammodernamento di equipaggiamenti che, pur funzionanti, non sono più al passo con i tempi. E qualcuno ha persino esultato per essere riuscito a tagliare gli sprechi. Ma dov’è un preciso elenco di questi sprechi? Vorrei dargli uno sguardo. È solo l’esultanza degli sciocchi e degli sprovveduti, di coloro che vedono la luce in fondo al tunnel, solo che non c’è alcun tunnel. Forse neanche una luce. Mancanza di senno!

Ovviamente, con i nostri striminziti 20 e passa miliardi di euro di bilancio (inclusa una buona parte per la componente Carabinieri), non possiamo confrontarci con gli Stati Uniti. Tuttavia, facendo riferimento ai dati raccolti dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) e relativi alle spese militari (non solo budget, quindi) per il 2017, il confronto con altre realtà a noi un po’ più vicine, e con le quali ci piace dire di essere allo stesso livello e pretendere di poter competere con esse in termini di sicurezza e difesa, dovrebbe farci riflettere un pizzico di più. In definitiva, se con strumenti tutto sommato del medesimo peso, arriviamo a spendere “per soldato” intorno al 55% di quanto spendono Francia e Regno Unito e poco sopra il 60% di quello della Germania, che non mi risulta si impegni con la componente militare all’estero quanto noi e le altre due, mi si lasci dire che qualcosa che non va c’è veramente.

E quello che non va consiste nel non avere chiaro in testa il concetto di sicurezza. Nel senso più ampio del termine. Soprattutto, non si vuol comprende che questo termine postula non solo la formulazione di obiettivi politico-strategici, che devono scaturire da un’attenta, obiettiva e financo coraggiosa analisi geopolitica, ma anche l’individuazione degli strumenti da utilizzare. E il come formarli, aggiornarli e, infine, utilizzarli. Obiettivi, cioè, sulla base dei quali si è portati a realizzare il bisogno di un nuovo caccia o di una nuova fregata. O di un nuovo carro armato. Strumenti utili per dissuadere, fare deterrenza e, ultima ratio, anche per difendersi. Per rimanere in un mondo il più stabile possibile e garantire la crescita del Paese.

E l’uso – o solo la minaccia o ancora soltanto la dimostrazione – della forza rappresenta uno di questi strumenti. Ma questa forza bisogna curarla incessantemente, per disporre di reparti coesi, uomini preparati e pronti, nonché di mezzi efficienti. Ma anche con la convinzione che tutto ciò serve a sostenere una strategia di sicurezza nazionale, avendone una. Da tale convinzione si passa al denaro. Inevitabilmente.

Sulla base della mia esperienza militare, ammiro molto i militari britannici, che non servono più la potenza di una volta è vero, ma spiccano sugli altri per preparazione, buon senso e capacità. Ritengo pertanto che un impegno finanziario idoneo a garantire uno strumento operativamente rilevante debba fare riferimento a quanto loro spendono all’anno per uomo, cioè sui 230 mila euro, 100 mila circa in più di quanto noi invece spendiamo. Certo, il loro prodotto interno lordo e il loro debito presentano volumi differenti rispetto ai nostri. Ma è sempre una questione di scelte. Se a questo non possiamo arrivare, per problemi di finanze, anche se temo che si tratti invece di un rifiuto ideologico, si rivedano almeno le ambizioni e, quindi, gli obiettivi.

E con essi, ciò di cui vogliamo disporre per garantirci quella sicurezza di cui sopra.

Ma, attenzione, si tratterebbe di una rivisitazione molto rischiosa.

In questo, nella nostra storia non abbiamo brillato molto. Le incertezze nel mondo sono molte, troppe. E ne abbiamo alcune significative vicino casa, dai Balcani all’Est europeo alla sponda Sud del Mediterraneo.

La lotta al terrorismo, inoltre, è di per sé complessa, imprevedibile in termini di tempo, spazio e intensità, e potrebbe portarci a fronteggiarla in posti che oggi neanche ci prefiguriamo. Per il terrorismo, la lontananza geografica è una dimensione insignificante, così come il tempo. Oggi sono l’Afghanistan e l’Iraq, domani chissà. E non riusciamo a prevedere le evoluzioni in Libia, di fronte a casa nostra, e come queste evoluzioni possano poi implicare fastidiosi cambiamenti per esempio in Tunisia, o ancora in Egitto.

Insomma, in posti che a noi interessano parecchio per via dei rifornimenti energetici, tanto per dirne una. Né sappiamo ora se sarà sufficiente inviare qualche centinaio di soldati in Niger, nella speranza di contrastare l’emigrazione attraverso il Mediterraneo. E il travaso di forze da un quadrante all’altro, come mi pare sia stato persino osannato dalla solita stupida propaganda del click, risponde solo alla logica elementare di una massaia, non a una doverosa seria analisi che uno Stato deve condurre per supportare i propri interessi, al di là delle immature e istintive visioni del popolo.

E se Putin dovesse smettere di scherzare?

E torniamo agli obiettivi. La strategia sta proprio nella capacità di bilanciare le aspirazioni che possono comprensibilmente essere infinite, con i mezzi di cui si può disporre. Che sono invece finiti. Tutto qui, è semplice. In questo quadro, impegnare la quasi totalità delle forze disponibili, già ridotte irresponsabilmente con misure precedenti, in operazioni e solo per quelle operazioni, sia sul territorio nazionale sia all’estero, come sta accadendo oggi, costituisce un azzardo perché va decisamente a detrimento della tenuta dell’apparato. In soldoni, non abbiamo una riserva che possa definirsi tale.

In definitiva, gli strumenti sono inadeguati rispetto alle aspirazioni.

Avere quasi 19 mila uomini impegnati significa un turnover molto compresso. Nella pratica di ogni giorno, tale compressione limita la flessibilità operativa dello strumento militare (è il concetto di riserva), ne condiziona la qualità e la durata degli addestramenti e, infine, rischia di inficiarne la tenuta psicologica con ricadute anche a livello familiare.

Soprattutto per l’Esercito, tale sovraccarico va a intaccare l’addestramento specifico di specialità. Mi spiego, di certo banalizzo, ma per rendere l’idea va bene. Se un carrista impiega il suo tempo e tutto il suo tempo a operare in strade sicure, oppure a svolgere un turno operativo per esempio in Bosnia o in Kosovo, e si ha il denaro per prepararlo solo per quello, prima o poi smetterà di ricordare come si mette in moto il suo carro Ariete che, nel frattempo, rimane per lungo tempo silente sotto una tettoia.

Costituendo persino un potenziale pericolo per la sicurezza del personale. Perché investire sugli equipaggiamenti significa investire anche sul personale. Quello che ho scritto per il pilota di un corazzato, vale anche per l’operatore di un sistema di artiglieria. Ma vale anche per i comandanti, che probabilmente rischiano di scordare i rudimenti del concetto di manovra e di smarrire la capacità di rimanere freddi per prendere decisioni difficili e di responsabilità in tempi ristretti e in situazioni di crisi. Insomma, per “signoreggiare gli eventi”. Infatti, anticamente, ci si rivolgeva ad essi con il “signore”. Altri ancora lo fanno. Noi non più.

Pertanto, i livelli organici devono essere certamente rivisti, ma non nella misura riduttiva ad oggi pensata. Per “l’Armata di Terra”, infatti, non si può scendere al di sotto delle 100 mila unità. Sia chiaro. È necessario disporre di un volano di forze addestrate per fronteggiare ciò che ancora non si conosce perfettamente, the known unknown.

Una breve nota tecnica quale esempio per comprendere come si possa essere sprovveduti. Tagliare i fondi per il CAMM ER significa andare avanti con un sistema, lo Skyguard-Aspide, che non garantisce più il necessario collegamento con altri sistemi più avanzati, per consentire una difesa aerea integrata in ambito NATO. Sistema statico, poco idoneo a equipaggiare una componente che deve essere molto mobile. Il taglio, oltre a mantenere un qualcosa di oramai inadeguato, compromette la capacità di proteggersi dalle nuove minacce legate ai droni. Minaccia molto sentita nel campo del terrorismo contro le nostre città. È questa anche sicurezza interna o no?

Volendo fare un confronto in ambito Difesa, senza la volontà di tratteggiare paragoni urticanti, non possono esserci dubbi come, a fronte degli sforzi pur giusti in termini di rinnovamento delle altre due sorelle, l’Esercito sia in evidente soggezione di quota. E, come accennato sopra, alle già passate sofferenze se ne aggiungono ogni anno di nuove. Infatti, la mancanza sistematica di fondi procura danni che si manifestano in termini esponenziali, non lineari.

Intanto per il settore esercizio, cioè quanto necessario per il giornaliero mantenimento dell’organismo, dal sostegno logistico all’addestramento. In sedici anni si è passati in quello corrente a poco più di 250 milioni di euro. Solo il 20% circa di quanto disponibile nel 2002. E di questi soldi, una manciata per l’addestramento. Intollerabile! Si può fare affidamento finché si vuole sull’immaginazione e sull’inventiva di bravi e coraggiosi comandanti a tutti i livelli, ma fino a un certo punto. Gravare sul loro senso di responsabilità, e giocare persino con le loro attribuzioni nella tenuta o non tenuta in termini di sicurezza delle infrastrutture e degli apprestamenti campali, non è onesto. A tutto c’è un limite, ai salti mortali ma anche all’indecenza.

E visto che in un suo recente video rivolto ai militanti del movimento – fatto su cui è meglio soprassedere – la Trenta si è vantata del risparmio per la chiusura del progetto “Pentagono Italiano”, la signora si preoccupi di indirizzare quei risparmi ad appoggiare la radicale rivisitazione, coraggiosa e ambiziosa ma comunque impellente per il rinnovamento dell’enorme parco infrastrutturale di cui dispone la Forza Armata, la quasi totalità del quale risalente ai primi decenni del secolo scorso. Si dia credito a chi, vissuto all’estero, ha toccato con mano come si “accaserma” un’unità di professionisti, e non al famoso già citato panettiere di Di Maio.

E l’addestramento specifico di specialità prevede, per un esercito di professionisti, il misurarsi con continuità con la propria preparazione, verificare la propria capacità operativa, il grado di prontezza e la validità della risposta alle minacce, vecchie ma ripetibili e nuove, anche in campo interforze. Per fare questo occorre esercitarsi e farlo anche con i mezzi di cui si è dotati, e a livelli consistenti di forze e di intensità simulata. In Italia non è più possibile, le aree disponibili sono limitate e non consentono più esercitazioni ad ampio respiro, le uniche che possano far comprendere, nell’impiego di formazioni complesse e articolazioni di forze congiunte, dove si sbaglia e come migliorarsi. È quindi gioco forza andare all’estero. E andarci costa. Quella manciata di milioni è quindi un’offesa alla serietà della cosa.

Ma il gap capacitivo si sostanzia anche nell’investimento. E pesantemente. Un settore che da sempre ha consentito ad Aeronautica e Marina di mettersi alla pari in termini generazionali con i nostri competitori europei, lasciando però la forza di terra a misurarsi con essi su un piano di evidente inferiorità (il carro Ariete di 2^ generazione si confronta con corazzati di 3^ e 4^, così come l’ormai vetusta Blindo Centauro meriterebbe di andare subito nei musei, sostituita in tempi più rapidi dalla nuova versione) e di avere difficoltà inter-operative persino in ambito nazionale interforze.

La nuova Blindo Centauro

Ben venga, intendiamoci, che si miri ad acquisire velivoli di quarta e quinta generazione e imbarcazioni quali la Cavour e le FREMM.

Nave Cavour alla fonda di Mar Grande a Taranto

Tuttavia, benché sia chiaro che una portaerei/portaelicotteri sia un obiettivo molto più appetibile, per il settore industriale, di un Sistema Individuale al Combattimento (SIC) o del rinnovo di una flotta di blindati, resta il fatto che il mettere gli stivali nella polvere tocchi molto più probabilmente ad un fante dell’Esercito che ad altri. Ma nessuno si offenda per questo. È la realtà, fatti salvi casi particolari, eccezioni che confermano la regola.

Ed il SIC, oltre ad assicurare una migliore protezione al combattente (si deve chiamare ancora così o ci sei deve vergognare?), gli fornisce la consapevolezza di più alte probabilità di sopravvivenza in tutte le condizioni operative, di giorno come di notte, e di essere in vantaggio su un ipotetico avversario. Provvedervi sarebbe un grande segnale di attenzione della Nazione nei confronti dei propri soldati. Non è poco.

Per non parlare poi dell’urgenza del rinnovamento di talune linee elicotteri e del completamento del “Programma Freccia” nonché del potenziamento della capacità di comando e controllo.

Un VBM Freccia in esercitazione

Tutto perseguibile, laddove i canali di investimento venissero rettificati. Una volta tanto. Purtroppo, la proiezione dell’andamento del settore investimento per i prossimi anni non aiuta a sincerarsi che tale trend venga rettificato. Ma andrebbe fatto e subito. L’Esercito non può più aspettare.

In definitiva, avere un esercito sano, efficiente e pronto significa avere uno strumento funzionale al conseguimento degli obiettivi politico-strategici. Certo, assieme alle altre capacità militari e agli altri strumenti di cui si avvale la Nazione. Ma per riuscire in questo, occorre applicarsi con serietà, coscienza e senso pratico per dominare le problematiche delle risorse che si dedicano al settore. Soldi sì, ma parlo anche del personale, la componente principe dello strumento. È impellente guardare al suo futuro, a partire dall’invecchiamento.

Anche qui, mi corre l’obbligo proporre un esempio. Se un tecnico elettronico può seguire un regime lavorativo normale per la sua specializzazione, cioè può farlo sino al raggiungimento della pensione all’età prevista, stessa cosa non la si può affermare per un fuciliere, cioè colui che per prima cosa deve fare affidamento sulle proprie capacità fisiche per affrontare situazioni operative statisticamente più impegnative e pericolose. E con l’avanzamento dell’età, queste capacità diminuiscono, fisiologicamente. E faccio solo l’esempio del fuciliere, ma ne potrei sottolineare altri. Pertanto, esistono incarichi che prevedono inevitabilmente un limite.

Ora, nella considerazione che non è realmente possibile reimpiegare tutti negli uffici o riqualificare quale tecnico optoelettronico un quarantenne pilota di carro armato, per una specializzazione che comporta un iter costoso senza poi averne un ritorno proficuo in durata, le opzioni si restringono a: 1. inserimento nella componente civile, attualmente sottorganico; 2. reinserimento in altre organizzazioni dello Stato; 3. assunzione, previ sgravi di ogni genere, in imprese private; 4. oppure, infine, impostare un processo di carriera breve per talune specializzazioni. Si inizi a studiare, dico io, soprattutto le ultime due opzioni. Alcune cose avvengono, ma se già oggi quasi 12 mila “volontari” sono quarantenni, e tra 4 o 5 anni questo numero raddoppierà, si dovrebbe comprendere che la criticità della situazione richiede un urgente intervento strutturato.

E per le assunzioni? Cioè il ringiovanimento? Nell’audizione viene giustamente prospettata l’esigenza di reclutare ulteriori 10 mila volontari entro i prossimi 8-10 anni. E ci sta. Ma i giovani sembra preferiscano altri corpi. Pertanto, il fatto di aver voluto eliminare da qualche anno l’istituto della riserva assoluta è stata una grande stupidaggine. Forte e chiaro. Mi piacerebbe conoscerne le ragioni. Chi vuole andare a far parte delle forze di polizia deve passare dall’Esercito (o Marina o Aeronautica) e rimanerci per un po’ di anni! Non occorrono altre spiegazioni. Parafrasando Aristotele (credo), la migliore manifestazione di intelligenza è quella di comprendere quando è il momento di finire di pensare, e passare alla “action”.

Purtroppo, per i sindacati non si è riusciti a farlo in tempo.

Io temo che confondere la propria sicurezza al riparo dell’ombrello di altri, con l’effetto di ipotizzare una superiore saggezza, possa determinare una sorta di stupida presunzione nella propria capacità di astenersi dall’interferire nelle dispute che sorgono intorno a noi o per via dei legacci che ci stringono alle nostre alleanze. Per esempio, riteniamo che l’aver solo concesso il permesso ai droni armati americani di decollare da Sigonella, per andare non di certo e solo a scattare fotografie in Libia, o altrove, non ci debba considerare parte di un conflitto in cui, tuttavia, siamo immuni da ritorsioni della controparte solo per il fatto che questa non ha gli strumenti per colpirci. Per ora. Così come, per la medesima supposta saggia superiorità, ci vergogniamo di scortare una nave dell’ENI in procinto di esplorare un tratto di mare assegnatole al largo di Cipro, pur sapendo che Ankara ha altre intenzioni, ovviamente contrarie. E sappiamo come è andata a finire.

Il superfluo, o lo spreco, scaturisce laddove non si ha il coraggio di dimostrare con ogni mezzo la propria determinazione.

E se Putin smettesse di scherzare?

Fidarsi e compiacersi delle proprie debolezze per presunzione di saggezza o di superiorità morale, spesso si paga a caro prezzo, soprattutto per una Nazione la cui geografia, paradossalmente, rappresenta un vantaggio ma anche l’esatto contrario. Parlare per slogan non aiuta, esultare poi per i tagli fatti è da superficiali incoscienti e dimostra da un lato l’ignoranza completa nella materia e dall’altro il non aver compreso che i danni andranno a sommarsi a una situazione già precaria. Come detto, in proiezione esponenziale. Ma è anche doveroso menzionare le ricadute negative per la nostra industria per la difesa, in termini di ricerca e sviluppo, nonché di lucrose commesse anche verso l’estero.

Purtroppo, ci stiamo abituando a decisioni troppo facili, populiste si dice, supportate da verità semplici, cioè quelle che possono essere spiegate più facilmente al “popolo dei like”, magari condite con espressioni esaltate tipo dual use o resilience, ma che mettono ancora una volta a nudo la nostra connaturata incapacità di elaborare un pensiero strategico che si possa definire tale, con obiettivi chiari e ben definiti. Non lo abbiamo quasi mai fatto prima. Figuriamoci ora, quando impera il cambiamento … in peggio.

In conclusione, c’è un quadro chiaro, per chi vuole leggerlo, dietro le parole del Generale Farina. La situazione del nostro Esercito è critica. Ma, ancora, questo grido di allarme è stato colto?

Insomma, cosa vogliamo, un Esercito o una ONG? Il dubbio è forte. E dopo aver visto il video preparato per la giornata delle Forze Armate, mi è davvero difficile togliermelo.

Ripeto, e se Putin smettesse di scherzare? E se il nostro legame con l’Alleanza Atlantica ci indirizzasse in aree del pianeta che ora non immaginiamo, magari dall’altra parte del mondo?

Signori onorevoli e senatori, andate oltre le parole, almeno questa volta. È il momento di farlo.

*Generale di Corpo d’Armata (Ris)

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