Terrorismo islamico, arrestato oggi a Roma dai Carabinieri del ROS un 54enne bolognese. E’ accusato di avere combattuto in una formazione jihadista libica

Roma. Un 54enne bolognese, oggi, al suo rientro in Italia attraverso la frontiera aerea di Ciampino (Roma) grazie al rimpatrio assicurato dall’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE) che ha curato i rapporti con le Autorità libiche nelle varie fasi, è stato arrestato dai Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS).

Arrestato dai Carabinieri del ROS un latitante italiano che ha combattuto in Libia

I militari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa, su richiesta della Procura di Roma, dal G.I.P. nei confronti del cittadino italiano a carico del quale si ipotizzano i delitti di associazione con finalità di terrorismo internazionale e traffico di armi e munizioni da guerra.

L’uomo è accusato di essere tra i comandanti del cartello islamista denominato “Majlis Shura Thuwar Benghazi”.

Sempre secondo l’accusa operava sino all’ottobre 2017 come “comandante delle forze rivoluzionarie della Marina”.

La “Majlis Shura Thuwar Benghazi” è una formazione jihadista controllata dall’organizzazione terrorista “Ansar Al Sharia” (affiliata ad Al Qaeda, sino al suo definitivo scioglimento avvenuto a novembre 2017).

E’ molto attiva nel 2017 a Bengasi. E sempre in quell’anno aveva la sua base operativa a Misurata.

Proprio da Misurata, il 54enne si sarebbe occupato di garantire alle milizie di “Majlis Shura Thuwar Benghazi” a Bengasi i rifornimenti di armi. Approvvigionamenti che, via mare (non essendo sicuro il trasporto via terra), dovevano giungere da Misurata.

Le indagini sono iniziate dopo due controlli effettuati in acque internazionali, tra maggio e giugno 2017, al largo della Libia da parte di unità navali operanti nell’ambito della missione militare europea EUNAVFOR MED – “Operazione Sophia”.

In ambedue le circostanze, spiegano i Carabinieri, in ottemperanza alla risoluzione 2292 (2016) del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed in accordo al mandato dell’Operazione, è stato rinvenuto e sequestrato un ingente quantitativo di armi da guerra, inclusi lanciarazzi e mine anticarro.

Militanti jihadisti

La Procura di Roma – gruppo antiterrorismo, assunta la direzione delle indagini, ha delegato l Reparto Antiterrorismo del ROS e, per gli accertamenti iniziali, il Comando di EUNAVFOR MED – “Operazione SOPHIA”, a sviluppare le investigazioni del caso.

Dalle indagini è emerso che l’imbarcazione fermata era – sino al suo trasferimento in Libia ormeggiata presso il porto turistico di Rimini – originariamente uno yacht registrato in Italia sotto il nome di “Mephisto” poi ridenominato “El Mukhtar” all’atto della sua militarizzazione.

La persona arrestata oggi, secondo quanto emerso dall’inchiesta, aveva effettuato un’analoga operazione in precedenza con un’altra imbarcazione, anche questa proveniente dall’Italia, la “Leon”, ridenominata poi “Buka El Areibi”.

Le indagini hanno permesso così di accertare come l’uomo, in concorso con altre persone, di cui tre già indagati, aveva fatto in modo di porre a disposizione la propria esperienza marittima, ed almeno due mezzi navali fatti venire dall’Italia, nella formazione e organizzazione delle truppe del “Majlis Shura Thuwar Benghazi”.

Uno stesso provvedimento è stato emesso dal GIP anche a carico di un libico, censito tra i membri dell’equipaggio dell’El Mukhtar, in occasione di entrambi i controlli in mare.

Su altro fronte investigativo, i Carabinieri del Comando Provinciale di Rimini hanno eseguito nei confronti della stesso italiano arrestato oggi nella Capitale ulteriori due provvedimenti restrittivi emessi dal GIP di Rimini in relazione ad ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro il patrimonio e la fede pubblica, legati a numerose compravendite di imbarcazioni di lusso, nonché di estorsione.

Al rientro in Italia, al 54enne di Bologna oltre al provvedimento per associazione con finalità di terrorismo e traffico di armi notificato dal ROS, è stato notificato anche un ulteriore provvedimento.

Infatti, su delega del Pubblico Ministero della Procura della Repubblica di Rimini, i Carabinieri del Comando Provinciale gli hanno notificato le due ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal GIP della città romagnola, nell’ambito dell’indagine “Rimini Yacht”.

I fatti riguardano un’estorsione ed un’associazione per delinquere. L’uomo era latitante dal 2010. Secondo l’accusa si era reso responsabile di altri gravi reati in Libia, ove aveva trovato rifugio dal 2012.

Condannato l’8 settembre scorso da un giudice libico al carcere a vita, gli è stata data la possibilità, grazie all’intervento determinante del personale diplomatico in servizio all’Ambasciata d’Italia a Tripoli, di ottenere l’espulsione amministrativa al fine di consentirgli di rispondere dei propri reati all’Autorità Giudiziaria italiana.

A seguito di alcuni accertamenti incrociati relativi alle iscrizioni di numerosi motoryacht, era emerso che grazie ad una Società di San Marino, ove operava una sua testa di legno, e una serie di prestanome che figuravano come intestatari, ciascuno yacht (imbarcazioni con valore commerciale che oscillava tra i 300 mila euro ed i 6,5 milioni di euro), veniva finanziato due o addirittura tre volte, mediante contratti di leasing stipulati con società legate ad istituti bancari italiani e stranieri, per lo più sammarinesi.

Ad essi, sempre secondo l’inchiesta, venivano sottoposti in sede di compravendita, documenti di conformità falsi, precedentemente estorti con la violenza ad una sua ex dipendente che disponeva di una tipografia.

Sono 86 le imbarcazioni oggetto dell’indagine. Tutte sono risultate con due proprietari, qualcuna con tre, alcune totalmente inesistenti e create ad hoc solo sulla carta, per ottenere i finanziamenti.

Gli utilizzatori in buona fede delle imbarcazioni vendute dalla Rimini Yacht, nel corso delle indagini, si erano dunque visti sequestrare le costosissime barche, in attesa che il giudice decidesse chi, tra le due o tre finanziarie, fosse il reale proprietario.

Tra i clienti dell’uomo arrestato vi erano imprenditori e commercianti di altissimo livello. E secondo l’inchiesta, il 54enne, nel 2010, si dette alla latitanza a bordo di un costosissimo ed americanissimo Bertram 570.

Approdò prima in Tunisia e poi a Tripoli. Nel frattempo il personale dell’Arma di Rimini e della Capitaneria di Porto, recuperavano in giro per l’Italia e all’estero, yacht di pregio, auto quali Ferrari, Lamborghini, Maserati, orologi di lusso, vari gioielli, quadri antichi e danaro, per un valore stimabile intorno ai 300 milioni di euro.

La sua fuga viene descritta dagli inquirenti degna di un film d’azione. A Tunisi, godeva dei favori della famiglia del poi deposto Presidente Ben Alì. Qui aveva aperto una propria attività di import-export.

Fu individuato grazie al movimento di una grossa somma di denaro dall’Italia verso la Tunisia dagli investigatori riminesi che iniziarono il suo monitoraggio in Nord Africa.

Un suo amico si recava periodicamente in un centro commerciale di Forlimpopoli, ove portava all’anziana madre del latitante notizie e pizzini, quindi ripartiva alla volta del Nord Africa, non prima di aver reperito tutto ciò di cui l’uomo aveva bisogno e che lui, obbediente, gli procurava.

A seguito della richiesta di cattura e di estradizione inviata dalla Procura della Repubblica di Rimini alle Autorità tunisine, richiesta giunta proprio all’inizio della cosiddetta “Primavera araba” non potendo più contare sulla protezione della famiglia di Ben Alì, venne espulso e cacciato via mare.

Sempre a bordo del suo Bertram 570 fece rotta su Malta, dove venne rifornito di carburante e viveri quindi, poco prima di essere intercettato dalle -otovedette maltesi – attivate sempre da Rimini, tramite l’Ufficio SIRENE dell’Interpol – fece rotta su Tripoli.

Qui trovò alloggio in un lussuoso hotel, lo stesso ove trovarono poi rifugio anche i giornalisti, nei giorni della rivoluzione, rimaneva fino al suo primo arresto.

Siamo nel gennaio del 2011 quando, gli investigatori attivavano l’Interpol, che unitamente alle forze dell’allora capo di Stato Colonnello Gheddafi, riusciva a far arrestare il 54enne ed ad eseguire il mandato di cattura internazionale a suo carico.

Ma la storia continua. Detenuto insieme a prigionieri politici, durante la rivoluzione libica veniva liberato da un gruppo di ribelli ai quali si univa e con i quali, forse, ebbe anche modo di combattere. Cambiato nome e probabilmente religione sposava una donna libica.

Nel 2017 veniva arrestato dalle forze speciali di Al Rada, la squadra antiterrorismo libica. Gravissime le accuse. Due anni circa la detenzione, in attesa del giudizio arrivato l’8 settembre scorso.

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