Terrorismo, la “sindrome Vietnam” contagia i comandi occidentali. Ma l’Occidente deve tornare a vincere

Di Marco Pugliese

Manchester. Nei giorni degli attentati salta all’occhio la situazione internazionale sempre più complessa. Un solo comune denominatore: l’Occidente, a livello militare non riesce ad imporsi. La sindrome “Vietnam” pare aver contagiato i comandi occidentali impegnati sui fronti più caldi del pianeta. Saigon cadde nel 1975, gli Usa disimpegnarono le loro forze, vincendo di fatto tutte le battaglie ma perdendo la guerra. Ossimoro strategico.

La caduta di Saigon (1975). Carri armati entrano nel palazzo presidenziale

Oggi, a livello globale, la situazione appare simile. Dall’ Iraq all’ Afghanistan gli occidentali hanno collezionato vittorie ma hanno mancato la vittoria. Brillanti le campagne, conquiste abbastanza semplici in entrambe le occasioni ma mancato mantenimento del territorio. Trump pare aver capito l’ impasse tattica.  Infatti, ha dichiarato più volte di voler concludere quanto prima l’esperienza afgana. Uscire ora dal teatro sarebbe deleterio, Kabul tornerebbe in mano estremista, cosi come l’Iraq, ove l’esercito di nuovo costituzione si sciolse come neve al sole dinanzi alla furia (disorganizzata e tecnologicamente modesta) dello Stato Islamico.

Il tutto, agli Usa è costato 2.000 miliardi di dollari, il risultato però è scadente: due Paesi ancora instabili e che necessitano di continui interventi micro o macro. Il segretario alla Difesa americano, Mattis ha già illustrato il cambio di rotta, Trump lo ha fatto capire anche agli alleati della NATO, Italia inclusa.

In Siria in campo quindi Marines e Rangers per vittorie tattiche in chiave di trattativa con Mosca. Intensificate le operazioni in Iraq, zona Mosul. In entrambi i casi lo Stato Islamico batte in ritirata ma nello stesso momento apre un fronte remoto nelle Filippine ed attualmente non sembra cedere a Raqqa. Nonostante l’impiego di bombardieri pesanti, anche l’Afghanistan non vede i talebani in ritirata. Trump con la bomba MOAB ha tentato la sortita tattica, ovvero costringere i leader estremisti al tavolo, facendo intendere di annientarli.

 

La bomba MOAB

 

L’attacco ha sortito effetti più limitati del previsto. Oltre a ciò gli Usa hanno dato più libertà d’azione dinamica ai propri comandi appunto per stringere le maglie e chiudere la partita a livello strategico. In Corea tale strategia di pressione militare pare aver funzionato, ma il Paese asiatico ha impostazione stile “Guerra Fredda” ove l’armamento esibito fungeva da deterrenza per evitar i conflitti e sedersi al tavolo. Lo Stato Islamico non rientra in questa logica. Anzi, ad ogni sconfitta militare sul proprio territorio la risposta è quasi sempre un attentato in territorio europeo. Nel dettaglio cosa ha in mente l’amministrazione Trump per arrivare ad una vittoria schiacciante che induca il nemico a resa e trattativa con annessa ricostruzione?

Afghanistan

Aumento della pressione militare nelle zone ove i talebani sono più deboli. Per far ciò la NATO dovrà garantire stabilita nello zone sotto controllo del Governo centrale. Usa e Gran Bretagna devono pianificare delle campagne risolutive, Italia e Turchia invece si occuperanno del fronte interno. Air Power non sufficiente, la campagna dovrà essere impostata via terra, con rischi connessi. Teatro complicato, ci vorranno ancora degli anni per stabilizzarlo, sempre che il Pentagono non apra altri fronti che necessitino uomini e mezzi.

Siria

Con i russi sempre più padroni della scena, Trump tenterà con colpi di mano d’arrivare a vittorie tattiche e simboliche, alleandosi perfino con “bande” non sempre politicamente dalla parte occidentale. Il futuro della Siria è vitale per l’area e fulcro dei rapporti tra Usa e Russia. Potenze occidentali supporteranno gli Usa a livello logistico. Politicamente in questo senso i colloqui tra Trump ed Arabia Saudita.

Iraq

Situazione simile alla Siria, ma con forze curde addestrate da occidentali (anche italiani) in grado d’avanzare e mettere in crisi lo Stato Islamico. Air Power occidentale di supporto ed Italia impegnata in missioni di ricognizione. L’impegno occidentale verrà aumentato appena la Siria tornerà libera. L’Iraq rappresenta il fulcro d’ equilibrio del nuovo Medio Oriente e dovrà essere uno stato solido e stabile, i curdi reclamano indipendenza, in prospettiva un nodo da sciogliere.

Libano

Fondamentale l’apporto italiano che mantiene il Paese ad avere una discreta stabilità. Le truppe tricolori, impegnate in Leonte saranno fondamentali per tenere questo fronte sicuro e blindato. L’Iran non è contrario alla presenza italiana, vista come soft.

Libia

Un Paese diviso, instabile, che alimenta traffici d’uomini ed armi. In balia della più completa non strategia occidentale. Il ruolo italiano è non chiaro, Roma per la comunità internazionale non può scegliere di star fuori. Un Libia stabile ed in ricostruzione sarebbe un vero perno per l’area. L’Italia attualmente non ha sufficienti forze per controllare i punti nevralgici del Paese e sta cercando accordi con i vari leader locali. Il nostro Paese punta a creare una coalizione internazionale che operi su modello “mantenimento pace”. Francia e Germania (solo appoggio economico) sarebbero disposte a partecipare. Da valutare l’impatto per gli interessi italiani.

Africa Occidentale

La Francia ha promesso di metterci mano. Presente militarmente ed economicamente in loco Parigi ha deciso dopo il cambio politico, d’intraprendere una strada nuova : blindatura dei confini e chiusura del passaggio Ovest/Est che poi sfocia in Libia. Questo fronte è primario, una gestione sana eviterebbe l’ecatombe marittima e permetterebbe di meglio controllare Tripoli e dintorni.

Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco

Questi Stati arabi devono assolutamente mantenere un grado di stabilità elevato.

Conclusioni

Rimane un dubbio : l’Occidente, Italia in primis, avrà veramente la voglia di mettersi in gioco, annientando lo Stato Islamico e proponendo un modello di Medio Oriente diverso? Il tutto in sinergia con gli Stati arabi più moderati od inclini alla normalità politica. Un lavoro complesso e lungo che potrebbe spezzare le filiere da i terroristi vengono forgiati. Mancando una matrice politica verrebbe meno l’intero disegno. Teatri secondari, ma non meno importanti come Filippine, Nigeria o Yemen andrebbero a sgonfiarsi a vittorie ottenute. Per mettere in atto tutto ciò però l’approccio dovrà essere assai diverso da quello degli ultimi 17 anni ed al Pentagono pare lo abbiano capito : l’Occidente deve tornare a vincere.

 

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