Terrorismo, noi possiamo difenderci

Di Enzo Santo (*) e Alessandro Gentili (**)

Nihil novum sub sole!

La guerra è una cosa seria. Anche la parola deve essere usata con cautela e intelligenza. Usiamo molti luoghi comuni con essa; espressioni che potrebbero farne perdere la gravità: siamo in guerra con noi stessi dei sociologi e degli psicologi, la guerra tra poveri degli economisti, la battaglia per i diritti civili dei politici, la guerra dei sessi dei movimenti per la parità, la battaglia legale degli avvocati e dei giornali, la guerra al fumo dei salutisti e così via. Sono solo alcune delle tante espressioni che vengono usate e talvolta abusate. Ripetizioni meccaniche. Per poi arrivare a espressioni più aggressive, come per esempio guerra alla mafia oppure guerra al terrorismo. Per carità, è normale che la gente comune si incontri e si parli usando tali espressioni. Me ne faccio una ragione.

Ciò che invece è discutibile è l’uso o non uso della parola guerra (o di ciò che può avere a che fare con un uso legittimo della violenza) che ne hanno fatto molti autorevoli rappresentanti; uso amplificato e supportato da un’informazione sempre più approssimativa e troppo spesso stolta. Quando si è veramente in guerra e non lo si vuole accettare, oppure nel voler convincere che siamo in guerra ma non troppo. Arrivare persino a fantasticare che solo quegli altri lo sono – è stato detto anche questo – è stupidità pura. Quindi, evidentemente, c’è qualcosa che non va. Parliamoci chiaro: dire che siamo in guerra e non fare niente o poco, oppure non dire che siamo in guerra e invece siamo comunque un bersaglio da colpire è da squilibrati. Volere infine specificare con grande presunzione che tipo di guerra l’altro stia combattendo, e che quella loro non è di religione, è da ricovero, ma urgente.

Se poi questo avversario lo si sfida, dicendo che non riuscirà a cambiare il nostro modo di vivere, è comunque guerra: certo soltanto un suo approccio psicologico, ma sempre guerra. E dobbiamo essere pronti a fronteggiare il peggio e cercare di evitarlo, perché a quel qualcuno piacciono le sfide, ne gode. Magari non ha nulla da perdere. È la sua ragione di vita, è un principio assoluto che lo anima. E difenderci è giusto farlo.

Perché noi siamo in guerra. O no?

La NATO, con la complicità dell’UE, ci potrebbe venire incontro: parliamo di un qualcosa di hybrid. Termine che configura qualcosa che è sempre esistito, ma è curioso il fatto che nella EU-NATO Joint Declaration(1) si rimbalzi tra challenge e threath, e non viene mai usata la parola war, cioè guerra. Non a torto, è dedicata alle potenziali intemperanze russe. Ma, nella realtà, che cosa sta conducendo l’ISIS, per esempio, se da una parte del mondo combatte in modo convenzionale e dall’altra parte manda i suoi accoliti a farci saltare in aria o ad accoltellare inermi passanti, se non una guerra ibrida, come da definizione?

La parola guerra è troppo grossa e fa paura? Si è dovuta cambiare la narrativa? Forse sì, ma che importanza ha? E poi qualcuno, come si dirà tra un po’, il danno lo aveva già fatto, generando confusione. Il problema sta nel fatto che comunque la si chiami, ci sono alcuni che ci vogliono male e che ci vogliono fare del male e molti di questi magari ci abitano sul pianerottolo di fronte. La minaccia non cambia e, peggio, la gente comune non capisce. E quando si inviano contingenti militari in aree di crisi, a fare qualsiasi cosa siano chiamati a fare, pur svendendo ai quattro venti l’avvilente specificazione che non partecipano a operazioni di combattimento, si crede veramente che la nazione rimanga fuori da questa logica ibrida?

Se un rappresentante delle istituzioni usa quel termine, guerra, la cosa deve essere per forza seria. È un messaggio forte, che va accompagnato da misure forti. Non può fermarsi ad uno slogan. La parola può generare confusione. Soprattutto se non accompagnata da misure di sicurezza conseguenti. La storiella del “al lupo al lupo” torna utile. Quando il lupo arriva nelle vesti di un terrorista islamico, casca un’altra bestia, appunto l’asino. E dalla confusione si passa allo smarrimento.

Eppure le misure forti comunque servono, in qualsiasi modo si voglia denominare quanto sta accadendo in questo torno di secolo, ma soprattutto osservando quanto accade vicino a noi, manifestazioni di indubbi fallimenti in alcune politiche di integrazione.

Quindi, il non dirlo, o il dirlo e poi mascherarlo con le parole non serve a niente. Probabilmente non ha neanche tanta importanza che nome dare. Oggi, purtroppo, non possiamo aspettarci statisti dello spessore di un Churchill(2), ma una cosa deve essere chiara, se qualcuno ci attacca dobbiamo essere in grado di difenderci e, pertanto, dobbiamo prepararci bene.

Si chiama prevenzione. Prevedere e provvedere è potere. Il nostro nemico, perché nonostante il convincimento dei tanti liberal progressisti globalisti, noi ne abbiamo almeno uno, non solo possiede i mezzi e può scegliere le occasioni per farci del male, ma ha più volte messo in atto le sue promesse e ha quindi tutte le intenzioni per ripetersi. E ha tutto il tempo che vuole per decidere il quando. Così si configura una minaccia. Il rischio conseguente nasce quando, identificate e riconosciute le nostre vulnerabilità, non si fa nulla. E la prima vulnerabilità sta proprio nel non volere politicamente accettare che è necessario prepararsi a difendersi con tutto ciò che abbiamo nelle nostre mani, non fidando solo sul lavoro della cosiddetta intelligence, pur riconoscendone l’immane sforzo, o su deboli provvedimenti di legge. Il vantarsi di essere più bravi non aiuta; forse siamo solo più fortunati oppure a quel nemico conviene non attaccarci seriamente, per ora.

Quindi, ci vorrà dell’altro. Per esempio, iniziando a non confondere le idee alle persone.

Dobbiamo partire da più in là nei mesi. Il presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, all’indomani di Parigi(3), nel novembre 2015, ebbe modo di dire: “… quello che è successo a Parigi ci riguarda tutti, ci riguarda tutti perché siamo tutti europei. Evidentemente questo è un attacco alla nostra civiltà, alla nostra cultura, al nostro modo di interpretare la libertà e quindi è giusto che noi si sia insieme, è giusto ribadire che … Oggi veramente siamo tutti francesi. É un conflitto di nuova generazione … Le nostre forze dell’ordine, i nostri servizi sono ben consapevoli che quest’attacco è un attacco al cuore dell’Europa, non è solamente un attacco alla Francia ed è per questo che noi dobbiamo essere uniti in questo e continuare a vivere come abbiamo sempre vissuto, perché altrimenti saremmo già caduti nella loro trappola …”.

Attacco e conflitto, cioè guerra. Poi c’è stato molto altro in questo “conflitto” sino all’attacco di Manchester(4), dove mi pare la Boldrini si sia limitata ad un tweet (effetto Brexit?) e probabilmente nulla per i malcapitati di San Pietroburgo (sporchi adepti di Putin?). Lo stesso Matteo Renzi (allora presidente del Consiglio), pochi mesi dopo, riuscì a precisare(5) che: “… noi dobbiamo reagire. Distruggendoli, certo. (Anche per via militare, dove necessario e possibile). Ma non credo che la parola guerra sia la parola giusta … Sono loro che vogliono parlare di guerra …. Ci vogliono morti, ma se rimaniamo vivi ci vogliono paralizzati dal terrore …. la guerra è fatta da stati sovrani, il terrorismo da cellule pericolose o spietate che non meritano di essere considerate stati sovrani. Loro vogliono farsi chiamare Isis, Stato Islamico. Noi li chiamiamo Daesh”.

Al di là della scelta, più o meno consapevole, di differenziare il termine ISIS da DAESH, essendo di fatto quest’ultimo l’acronimo arabo del primo (quindi non c’è differenza sostanziale se non “formale” laddove si voglia escludere il profilo islamico, solo per semplice assonanza con altro termine arabo che significherebbe “colui che semina discordia”), la sintesi è, ripeto, siamo in guerra ma non troppo, gli altri lo sono. Ma una domanda ancora: la guerriglia dei Viet-minh, che non erano uno Stato sovrano, cos’era? Chissà cosa risponderebbe un sopravvissuto di Dien Bien Phu.

Forse peggiore è stato Papa Francesco che, lo scorso luglio 2016, precisò(6) che “… quando io parlo di guerra, parlo di guerra sul serio, non di guerra di religione, no. C’è guerra di interessi, c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Non è una guerra di religione. Tutte le religioni vogliono la pace. La guerra la vogliono gli altri. Capito? ...”. Ha persino imposto che tipo di guerra l’altro stia combattendo e che essendo gli altri i soli a volerlo, noi ne siamo automaticamente al di fuori.

Pazzesco! Gli asini, ahimè, prima o poi temo che cascheranno.

L’uomo comune si guarda intorno e non sa a cosa credere. Semplicemente perché da ciò che vede non ha la reale sensazione di essere seriamente in una guerra oppure in una quasi guerra degli altri contro di lui, come gli è stato detto. Quindi perché preoccuparsi? Del resto, gli è stato financo assicurato più volte che comunque noi non ci faremo prendere dalla paura, anzi non ne abbiamo, e nessuno ci impedirà di condurre la nostra vita normale, eccetera, eccetera, perché altrimenti faremmo il gioco di quegli altri, loro sì che sono in semi-guerra con noi.

E persino la narrativa sembra essere ora mutata, quel termine terribile sembra non essere più evocato tanto facilmente.

Salvo poi chiedersi come mai è successo di nuovo, a Londra o a Parigi, rivedere nuovamente le medesime manifestazioni a candele accese, gli stessi orsacchiotti e fiori posati in qualche angolo di una qualche città, risentire i medesimi discorsi di unità contro il terrorismo, rileggere le medesime finte analisi su chi era (o erano) l’autore, dove viveva, se era solo o con complici, se persino si trattava di un foreign fighter rientrato in Europa. E poi, arrabbiarsi perché si scopre che era uno che si era radicalizzato da tempo, già segnalato ai servizi di sicurezza, e così via con lo stesso consumato copione. Senza tralasciare, ovviamente, le finezze del tipo: se il suo atto debba inquadrarsi in una nuova tattica e se, infine, era uno dell’ISIS o di al-Qaeda. Cose da pazzi, pseudo-analisi che non portano da nessuna parte, ma che invece alimentano la nevrotica ricerca del solo sapere come se questo bastasse a proteggerci, mancando le fasi successive del capire e del comprendere. Alla base, il solito canto improntato alla tirannia della penitenza, come ha scritto Paul Bruckner(7), che struttura ormai da tempo il pensiero unico occidentale, quello che ci accusa di non sapere integrare.

Messaggi vaghi e parole poco pensate confondono, delineano una realtà che non si vuole la si guardi per quella che è. Eppure, parole e immagini sono strumenti di guerra. Ecco perché vanno misurate, si diceva, le parole. Per questo anche gli atti, quello che si vede, andrebbero registrati. Perché essi disorientano quando non sono in sistema con quello che la gente comune percepisce in termini di sicurezza. E le vicende dell’immigrazione non aiutano affatto. Chissà cosa accadrà quando anche noi verremo colpiti. Il problema è che forse esiste una dura verità che si tiene nascosta: chi governa, non sa cosa fare. Forse si mira cinicamente a far pensare che tanto gli attacchi avvengono da tutt’altra parte, così si tengono gli animi sereni? Ma un paio di episodi “minori” sono già accaduti qui da noi. A Milano. Da non sottovalutare.

Tuttavia, volendo evitare facili dietrologie, come la stiamo gestendo questa sicurezza? Come ci stiamo preparando? In sostanza, se è legittimo che ci si difenda e ci si prepari nel migliore dei modi, la si chiami come si vuole, qual è l’execution? Siamo tutti dalla medesima parte?

In questo tipo di guerra, quasi guerra, non-guerra, la comprensione e l’immedesimazione della gente nella “vera” realtà sarebbe fondamentale. É parte della capacità del controllo del territorio, cosa che inizia seriamente a scarseggiare e che sarebbe invece un requisito basilare, indispensabile prevenzione se vogliamo che la cosiddetta intelligence sia veramente efficace contro uno spettro che incombe sulla nostra civiltà.

Da qualche anno il mondo occidentale agita nuovamente e inutilmente, senza troppa convinzione, uno spettro che ciclicamente si ripropone con nuove vesti e modalità che però hanno il solo scopo di servire mille idee ed altrettanti padroni: il terrorismo. Dagli zeloti che si opponevano ai romani in Palestina, alle infinite manifestazioni moderne e contemporanee di violenza politica e terrorismo a base etnica, interetnica e interconfessionale, dalla Rivoluzione francese all’Ulster, nella questione armena, curda e jugoslava, nella questione palestinese e libanese, con la rivoluzione in Iran, la violenza politica in Sudan, con il fondamentalismo islamico di ieri e di oggi. E l’elencazione potrebbe continuare a lungo.

Ma mentre questi fenomeni, in molte parti del nostro mondo, si verificano senza suscitarci particolari emozioni o risonanze mediatiche, quando decidiamo che ad essere in pericolo siamo noi, insceniamo isterismi di ogni genere. Così, gli attentati che hanno insanguinato nel 2001 gli Stati Uniti, poi la Spagna, la Gran Bretagna, il Belgio, la Francia e la Germania hanno avviato un dibattito politico tanto serrato quanto inconcludente, che ha raggiunto il suo apice nel recentissimo vertice G7 svoltosi a Taormina, conclusosi, more solito, con un nulla di fatto. D’altronde negli USA il nuovo presidente Trump, prima di affrontare un problema che ora è attualizzato nell’Europa occidentale, deve provvedere ad assicurarsi una stentata sopravvivenza politica.

Allo stesso modo, la Russia di Putin è totalmente assorbita da suoi movimenti terroristici e dalle problematiche strategiche dello scacchiere medio orientale. L’Unione Europea, dal naufragio della CED (Comunità europea di Difesa), non si è mai posta l’obiettivo di attuare una vera politica comune di difesa, né dalle minacce esterne né tanto meno da quelle interne. In tutto questo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), sino a qualche tempo fa onore e vanto dell’UE, è divenuto invece, di fatto, il più grosso problema per chi vorrebbe approntare un adeguato contrasto al terrorismo. Come ha acutamente osservato qualche tempo fa Massimiliano Sfregola8, i Governi del Regno Unito, alle prese con la Brexit, e quelli di Francia e Turchia, trovatisi ripetutamente in stato di emergenza, hanno un problema comune: la CEDU, che negli ultimi anni è diventata un vero e proprio incubo per i governi più o meno autoritari del nostro vecchio continente e sembra vi sia ora una gara per sbarazzarsene al più presto.

La CEDU nacque nel 1959 affinché nessun governo europeo potesse più calpestare – dopo l’orribile esperienza della Seconda Guerra Mondiale – i sacrosanti diritti dell’uomo e del cittadino, tramandatici dall’omonima dichiarazione della Rivoluzione Francese, ispirata dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana. Insomma, a dirla con Cameron, e successivamente con Theresa May “… la Corte di Strasburgo può legare le mani al Parlamento, aggiungere nulla alla nostra ricchezza, renderci più insicuri e addirittura impedire l’espulsione di pericolosi criminali stranieri …”.

Diritti umani che – a onor del vero – i Paesi simbolo della democrazia, quali la Francia e gli USA, non hanno mai mostrato veramente di tenere in gran conto. Si pensi allo schiavismo americano abolito formalmente solo nel 1865 e alla segregazione razziale legalizzata sino al 1960 e tuttora problema non risolto, oppure alla feroce politica repressiva che la Francia ha spesso riservato alle colonie, Algeria in primis, e ai possedimenti d’Oltre Mare. Su questa linea, il Presidente François Hollande nel 2015 ha proclamato uno stato di emergenza, con misure che per la CEDU violerebbero gravemente i diritti umani di terroristi e sospettati di complicità con i terroristi, ignorando per contro il diritto alla vita del gran numero di persone uccise nei vari attentati di matrice islamica fondamentalista.

Il primo grande, vero problema per la sicurezza dell’Europa occidentale, particolarmente interessata dal terrorismo islamico, è il trattato di Schenghen, che assicura la libera circolazione delle merci e delle persone e che annulla in qualche modo i confini interni tra i paesi aderenti. Ai singoli stati resterebbe il compito di difendere le frontiere esterne dell’UE e dei paesi aderenti a quel trattato. Difesa dei confini comunitari che però da qualche anno viene sistematicamente violata, consentendo, e talora agevolando incredibilmente, un’immigrazione incontrollata nel territorio della UE, che ha raggiunto dimensioni tanto straordinarie quanto incomprensibili, se non addirittura assurde, con l’effetto di dispersione sui territori nazionali di una infinità di soggetti sconosciuti, sedicenti, indigenti, talora pericolosi criminali, che costituiscono un elevato fattore destabilizzante sul piano sociale e dell’ordine e della sicurezza pubblica ma cui vengono riconosciuti diritti e garanzie incompatibili con qualsiasi minima misura di sicurezza.

Solo l’Australia ha effettivamente dimostrato la capacità di gestire, risolvere e porre fine a massicci fenomeni di immigrazione, confinando tutti i migranti in un’isola, talché il fenomeno in quell’area del mondo si è velocemente azzerato. Però in tutti i Paesi del mondo che rispettino un minimo di regole di sicurezza ed organizzazione, i flussi migratori dovrebbero essere regolati e gestiti, concentrando i migranti in appositi campi o centri di raccolta, con intervento degli organi internazionali (UNHCR, Croce Rossa, Mezzaluna, ecc.).

Preso atto che la minaccia terroristica europea, e la relativa propaganda, pongono continuamente il problema di individuare misure concrete di difesa e contrasto, il dibattito sul piano politico è serratissimo ma altamente inconcludente. Effettivamente, dal comportamento dei governi e delle politiche nazionali e comunitarie emerge un non interesse ad affrontare realisticamente il problema. É un continuo vano ripetersi di principi fatui e prese di posizione squisitamente simboliche. Ad ogni attentato va in onda il classico scarica barile di responsabilità, l’istituzione di commissioni di inchiesta che si concludono tutte con la dichiarazione che occorre più intelligence, più coordinamento interno ed internazionale e più risorse per le polizie.

Ma è evidente che i numeri delle vittime non sono mai tali da impressionare veramente i governanti pro-tempore: nell’UE muoiono molte più persone negli incidenti stradali e negli infortuni sul lavoro che a seguito di attentati terroristici. I governi, tutti, mettono al primo posto la loro sopravvivenza e le emergenze che sono costretti ad affrontare sul piano economico finanziario, e tutte sempre in chiave elettorale. La fine dell’egemonia USA e URSS ha creato uno squilibrio mondiale che non si riesce a superare e dà spazio continuamente a nuovi protagonisti che rendono difficile affrontare e risolvere tutte le problematiche di carattere internazionale.

Ciò che può essere fatto – ovviamente, solo in risposta ad eventi specifici di terrorismo, perché è evidente che nessuno riesce o vuole affrontare il problema in via preventiva – è l’impegno che ogni singolo Stato può profondere nel campo con l’impiego delle proprie forze di polizia, delle forze armate e dei servizi segreti. Il ruolo dei servizi segreti e dei reparti speciali delle Polizie è fondamentale ed è tutto quello che si può avere. I rapporti di collaborazione con gli altri Stati si sviluppa attraverso gli organismi di cooperazione internazionale di Polizia (Interpol, Europol, ecc.) e per i servizi segreti esclusivamente su un piano di collaborazione informale e normalmente a condizioni di reciprocità. Di scarsa, e sovente di nessuna utilità, è il coordinamento rivendicato in materia da magistrature inquirenti che con i loro interventi si sostituiscono e sovrappongono a coloro che istituzionalmente e professionalmente si occupano di sicurezza con innegabile danno per l’efficienza dei dispositivi in campo e conseguente incertezza sulla ripartizione di competenze e responsabilità. Soprattutto i servizi segreti non possono operare in sintonia con le procedure garantite dai magistrati.

In definitiva, le misure che andrebbero adottate per tentare di arginare l’offensiva terroristica dovrebbero prevedere leggi speciali che restituiscano intanto un ruolo di primo piano all’autorità di polizia, che dovrebbe poter operare senza il continuo ricorso al giudice, poter effettuare autonomamente intercettazioni, perquisizioni, pedinamenti, ecc., vietare assembramenti pubblici, e che, inoltre prevedano misure cautelari nei confronti delle persone pericolose e sospettate di essere contigue all’attività terroristica e misure di custodia carcerario ben più stringenti di quelle adottate per reati di mafia.. Importante il coinvolgimento delle forze armate per presidiare obiettivi sensibili e l’impiego dei loro reparti speciali nelle operazioni di rastrellamento, cinturazione, perquisizione di blocchi di edifici, vigilanza dei centri di raccolta di persone sospette, ecc. Non solo, ove non fatto, e avendo cognizione dei nostri foreign fighters, pare almeno 200, i nomi di questi signori andrebbero passati alle autorità irachene e siriane perché in caso di cattura rimanessero per sempre nelle loro molto più “disagevoli” prigioni. Copiamo qualcosa dai francesi(9)! Sarebbe soldi cinicamente spesi bene.

Presupposto per un’azione preventiva credibile, per i paesi destinatari di migranti, è l’identificazione ed il censimento degli stessi, la loro raccolta in centri vigilati da cui sia impossibile allontanarsi, l’adozione di misure cautelari per gli elementi pericolosi, considerando l’inefficacia delle espulsioni, dirette verso paesi che non garantiscano la detenzione ed il controllo dei soggetti interessati.

In conclusione, il rischio c’è. Non dobbiamo illuderci. Che si dichiari che siamo in guerra o no, oppure che solo quegli altri sono in guerra contro di noi non ha molta importanza all’atto pratico. Certamente ci vogliono far del male e dobbiamo poterci difendere. E la difesa si prepara. Pertanto, è urgente da un lato vestire i panni del cittadino comune e comprenderne le insicurezze. Dall’altro, abbandonare la dialettica sterile di stampo partitico e predisporre seri strumenti di prevenzione in tutti i campi, anche se questo debba ledere alcuni diritti, nella piena consapevolezza che molti di questi diritti vadano sospesi o adeguati al peso della minaccia in atto e ai rischi che si correrebbero ove determinate misure non venissero adottate. Il punto di equilibrio tra sicurezza e libertà scaturisce da una decisione politica, in funzione della situazione. Ma ci deve essere, e presto! Gli artefici e i custodi della sicurezza nazionale fanno capo a chi governa. Ci sono ben poche altre decisioni così cruciali di quelle destinate a definire se, quando, come e a quale scopo la propria nazione debba impegnarsi, come disse Churchill, “… in sangue, fatica, lacrime e sudore …”. E noi possiamo difenderci, se lo vogliamo!

(*) Generale CA ris.

(**) Generale B. CC aus.

2() Discorso di Churchill alla Camera dei Comuni, il 13 maggio del 1940. È un momento difficile e non solo per la Gran Bretagna. Un breve passaggio: “Dico al Parlamento come ho detto a coloro che hanno accettato di far parte di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Davanti a noi c’è una prova straordinariamente difficile. Davanti a noi ci sono molti, molti mesi di lotta e di sofferenza. Voi mi chiedete: qual è la nostra politica? Vi rispondo: fare la guerra! Per mare, per terra e per aria, con tutta la nostra potenza e con la forza che Dio ci può dare. Fare la guerra a una tirannia mostruosa, mai superata nel cupo e doloroso catalogo del crimine umano. Questa è la nostra politica. E il nostro fine? Vi rispondo con una parola: la vittoria. Vittoria a ogni costo, vittoria a dispetto di ogni terrore, vittoria, per quanto lungo e duro sia il cammino; poiché senza vittoria non c’è sopravvivenza … “.

4() L’articolo è stato redatto poco prima del nuovo attacco di Londra del 3 giugno.

7() “La Tirannia della Penitenza, saggio sul masochismo occidentale” – 2007, Guanda Editore

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