Terrorismo, un’analisi dopo gli attentati in Sri Lanka. Il jihadismo va contrastato principalmente sul piano ideologico

Di Giuseppe Santomartino*

Colombo. Di fronte ad eventi gravissimi, quali gli attentati plurimi in Sri Lanka, è comprensibile che la nostra attenzione sia catturata dai fatti, dalla “cronaca pura”, talvolta da dettagli con notizie che si accavallano spesso in maniera contraddittoria.

La scena dell’attentato in Sri Lanka

Passata l’ondata della cronaca appare tuttavia importante fare uno sforzo che ci aiuti a capire meglio ed in maniera più approfondita gli elementi veramente di fondo del jihadismo – termine oggi molto usato e che già di per sè presenta, tanto per semplificare le cose, varie criticità di significato – fenomeno che, pur senza arrivare alla gravità vista in Sri Lanka, produce purtroppo attentati ed eventi violenti con cadenza anche settimanale seppure per lo più in Asia ed Africa ma con una minaccia immanente che purtroppo non esclude l’Europa.

Le caratteristiche sinora emerse per questi gravissimi attentati in Sri Lanka, la loro portata, il buon livello di istruzione degli attentatori, l’elevato coinvolgimento diretto di shahid (fenomeno degli attentatori suicidi , impropriamente definiti kamikaze, che spesso viene liquidato frettolosamente quale esempio di “fanatismo” ma che in realtà denota un notevole, ancorchè deviante, spessore ideologico di base) ed i nomi (molto significativi ) delle organizzazioni islamiche presumibilmente coinvolte rafforzano la tesi che il vero “motore primo”, il vero elemento di forza del jihadismo, e purtroppo delle sue derive terroristiche, risiede nell’ideologia, nel suo enorme potere identitario e mobilitante abbinato ad una eccellente capacità mediatica.

L’analisi dei nomi delle due organizzazioni che risulterebbero coinvolte, due organizzazioni per lo più sconosciute anche agli esperti di jihadismo poichè non erano mai arrivate agli onori della cronaca ma neanche forse all’attenzione dei centri di studio ed analisi dell’estremismo islamico presentano spunti interessanti.

La prima denominata inizialmente nella cronache immediatamente successive agli attentati National Thowheeth Jama’ath (corretta dopo le prime notizie di agenzia in National Tawhid Jama’ath – Gruppo Nazionale del Tawhid) e l’altra Jammitathul Millat Ibrahim (Associazione della Religione di Abramo). A tali nomi dobbiamo poi aggiungere quello dell’Islamic State-IS ( spesso denominato impropriamente ISIS) che ha rivendicato gli attentati.

L’analisi dei tre nomi di tali organizzazioni ci offre l’opportunità, che appare utile cogliere, di compiere un breve approfondimento sugli elementi ideologici di fondo del jihadismo e, più in generale, dell’Islam radicale e quindi di far crescere in qualche modo una coscienza critica verso il fenomeno utile, al di là della cronaca, a contestualizzare al meglio gli eventi che esso produce e che purtroppo presumibilmente produrrà in futuro.

ISIS o IS ?

Due giorni dopo l’attentato gran parte dei media ci ha informato, spesso con breaking news, che “l’ISIS aveva rivendicato la paternità dell’attentato”.

Bene, va detto che l’ISIS non ha rivendicato alcun attentato poiché esso non esiste più dal giugno 2014, epoca in cui cambiò il nome da ISIS – Islamic State in Iraq and Sham (in arabo Dawla Islamiyya fii Iraq wa Sham ove Sham sta per Oriente, acronimo arabo Da’ish ) in Islamic State (Dawla Islamiyya) eliminando quindi i riferimenti geografici collegati all’IS finale dell’acronimo ISIS.

Se leggiamo, infatti, i proclami su Amaq – un sito collegato allo Stato Islamico – da anni si parla di Dawla Islamiyya e quindi non di ISIS.

Milizie jihadiste

La differenza potrebbe sembrare di carattere formale, è invece assolutamente sostanziale. Il cambio del nome avvenne infatti contestualmente all’autoproclamazione del Califfato (contestata da molti musulmani) in cui il loro leader al-Baghdadi esprimeva la pretesa della propria autorità califfale su tutti i musulmani “ovunque si trovino” e dichiarava lo Stato Islamico ma senza le limitazioni geografiche insite nel veccio nome ISIS.

Si capisce quindi che l’Islamic State – IS ha ora una “proiezione universale” (non a caso si parla di “ Califfato Universale”) a differenza dell’ISIS che aveva una proiezione limitata al Medio Oriente e nessuna pretesa di autorità califfale.

Non a caso negli ultimi anni sono sorti vari Wilayat (Province) affiliate all’IS dall’Africa (il maggiore l’Islamic State West Africa Province – ISWAP che secondo voci recenti avrebbe di fatto inglobato Boko Haram), all’Asia Centrale (Islamic State Khorasan – ISK, con base in Afghanistan ma che mira alla creazione di uno Stato Islamico in tutta l’Asia Centrale) e vari altri gruppi affiliati fino all’Indonesia, Bangladesh e Filippine.

Da rilevare che molte fonti estere ormai da anni non usano più l’acronimo ISIS mentre questo risulta ancora diffusamente usato nelle fonti italiane.

TAWHID 

Il termine Tawhid che appare nel nome della prima organizzazione sopra citata, si riferisce ad uno concetto assolutamente centrale per l’Islam ed in particolare, come vedremo, per l’Islam radicale.

E, nello stesso tempo esso è forse uno dei concetti islamici meno capiti in Occidente. Esso significa Unicità di Dio-Allah ed è quindi l’elemento di base dello stretto monoteismo che caratterizza la religione islamica.

La centralità del Tawhid nell’Islam è poi confermata dalla shahada  dichiarazione di fede (uno dei 5 pilastri della fede islamica, insieme alla preghiera ed altri) che recita “Non c è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo profeta”, la shahada stilizzata è riportata sulla bandiera saudita e sulla nota bandiera nera dell’ISIS.

Ma la valenza del Tawhid (ed è questo forse l’aspetto meno capito in Occidente) si estende anche ad un ambito culturale, sociale, politico e giuridico fino ad interpretazioni estremiste che troviamo nell’Islam radicale e nel jihadismo.

Come scrive Sayyid Hussain Nasr: “L’Islam si basa dall’inizio alla fine sull’idea dell’unità, tawhid, perchè Dio è uno…Essa è infatti talmente messa in rilievo che un non musulmano la giudica forse un pleonasmo…L’unità è l’alfa ed omega dell’Islam…

Politicamente essa si manifesta nel rifiuto di accettare nel corpo politico qualunque cosa che non sia la totalità della comunità islamica…

L’Islam infatti, essendo la religione dell’unità, non ha mai fatto distinzione, in nessun campo, fra ciò che è spirituale e ciò che è temporale…

Simile seprazione non esiste nell’Islam, poichè il regno di Cesare non è stato mai dato a Cesare

Ancora Massimo Campanini, uno dei massimi esperti dell’Islam politico: “In Islam la questione monoteistica non ha però un signficato solo teologico, ma implica la costruzione di una intera Weltanschaung (termine tedesco che significa concezione della vita del mondo). Il monoteismo appare l’autentico fondamento, comprensivo ed unificante , dell ‘intera identità musulmana”.

Il Tawhid nella visione di Sayyid Qutb, egiziano, considerato il principale teorico dell’ Islam radicale contemporaneo, impiccato da Nasser nel 1966 dopo anni di detenzione durante la quale scrisse le sue principali opere politiche – porta a rifiutare ogni divisione sociale, etnica, nazionale nella società umana (quindi non solo musulmana) ed a affermare l’esigenza – e qui sta il punto principale – di una sovranità (Hakimiyya) che può risalire solo a Dio-Allah ed alla sua legge, poichè in nome del Tawhid (unicità) non è ammissibile una separazione fra atti politici e religiosi.

Sayyid Qutb

Qutb fornisce quindi una interpretazione del Tawhid secondo la quale “tutte le azioni umane, comprese quelle apparentemente slegate dalla religione, devono essere concepite come atti di culto”.

Tale interpretazione estensiva e radicale in campo politico del Tawhid porta al rifiuto di ogni ipotesi di governo (democratico, dittatoriale, oligarchico ed altri) che non sia basato esclusivamente sul governo di Dio-Allah , appunto l’Hakimiyya, concetto che è poi diventato la base teoretica del modello dello Stato Islamico.

Non a caso uno dei testi fondamentali per la dottrina e le strategie jihadiste (Management of Chaos) diffuso da Abu Bakr Naji nel 2004 e considerato uno dei principali manuali della violenza jihadista e testo di ispirazione dello Stato Islamico, nei suoi paragrafi conclusivi afferma “Our battle is the battle of tawhid against unbelief and faith against polytheism”, a conferma dello stretto legame concettuale, nei teorici radicali, fra il Tawhid e le strategie jihadiste.

Il termine Tawhid è stato già usato in altre organizzazioni islamico-radicali quali la Jama’at al-Tawhid wa ‘l-Jihad (Gruppo del Tawhid e del Jihad ) fondato nel 1999 da al-Zarqawi, gruppo che poi è diventato ISI e poi ISIS.

MILLAT IBRAHIM (1)

Lo spunto dottrinale derivante dal nome dell’altro gruppo citato in relazione agli attentati in Sri Lanka (Millat Ibrahim – la Religione o Credo di Abramo) nasce da un elemento dottrinale molto importante nell’Islam derivante dal ruolo e dall’esempio di fedeltà a Dio-Allah di Abramo (profeta riconosciuto anche nel Cristianesimo e citato anche nella Bibbia).

Il Millat Ibrahim viene citata dieci volte nel Corano (e già questo lo rende di particolare rilievo nell’Islam) e ad Abramo viene tradizionalmente associato un ruolo di capo dei Credenti.

Ma purtroppo anche qui, come per il Tawhid, ad un elemento che nasce con valenza essenzialmente e prioritariamente religiosa e teologica, sono state poi associate valenze chiaramente politiche e radicali.

Il concetto del Millat Ibrahim è stato, infatti, ripreso negli anni ’70 da al-Utaibi (capo del gruppo di estremisti che presero in ostaggio nel 1979 la moschea della Mecca, massimo simbolo del’Islam, per protestare contro la politica saudita considerata troppo orientata verso l’Ocidente, la rivolta fu domata dopo alcuni giorni e al-Utaibi giustiziato) per enfatizzarne l’esigenza, che al-Utaibi vedeva nell’insegnamento di Abramo, di netta separazione e rifiuto di qualsiasi cosa non fosse autenticamente islamica.

Ma la teorizzazione contemporanea più significativa del Millat Ibrahim è stata poi espressa da Abu Muhammad al-Maqdisi (giordano-palestinese, nato nel 1959, vivente, considerato dal US Combat Terrorism Center di West Point “il più influente teorico vivente del jihadismo” e che ha trascorso vari anni nelle carceri giordane) in una sua opera del 1984 dal titolo appunto “Millat Ibrahim” di oltre 200 pagine che è diventata un ‘must’ nelle letture dei jihadisti.

Abu Muhammad al-Maqdisi

In questo libro al- Maqdisi evidenzia chiaramente l’influenza di al-Utaibi (con cui aveva avuto contatti) ed arriva a individuare nell’insegnamento di Abramo le basi per una teoria che egli elabora (e che ha costituito modello teoretico per gran parte dell’Islam radicale e del Salafismo contemporaneo) denominata al-wala wa ‘l-bara (lealtà e allontanamento ) che, anch’essa incardinata sul concetto base del Tawhid, prescrive l’obbligo della lealtà a chiunque segua strettamente il monoteismo islamico ma indica parallelamente l’obbligo di non avere contatti (allontanamento) con i non-islamici o con chi esprima forme di adesione, anche indirette, a qualsiasi forma di politeismo (shirk).

Anche qui va osservato che per Al-Maqdisi a tale concetto non viene data sola una valenza religiosa o teologica ma anche una valenza politica arrivando ad accusare di politeismo in particolare i leaders politici ed i governi che non adottano rigidamente la shari’a ( la legge islamica).

Al-Maqdisi , riprendendo un concetto molto diffuso nell’Islam radicale, afferma quindi che le leggi fatte dall’uomo sono contrarie al vero Islam poichè questo deve basarsi unicamente sulla shari’a legge di Dio-Allah (concetto di Hakimiyya, alla base dello Stato Islamico che abbiamo visto sopra) e che la loro osservanza rappresenta quindi una forma di politeismo e quindi contraria al Millat Ibrahim.

Al-Maqdisi, sempre nel suo libro, afferma la liceità di combattere tali forme di governo anche col jihad.

In altra sua opera associa il concetto di democrazia al politeismo e quindi assolutamente incompatibile col Tawhid dell’Islam. E’ evidente la forte carica rivoluzionaria e, nella concezione politca occidentale, eversiva di tali concetti.

Lo stesso autore in una sua introduzione ad una successiva edizione del Millat Ibrahim esprime la consapevolezza che la detenzione e la semplice lettura di questo libro sia stato adottato dai Servizi di Sicurezza di vari Paesi quale evidenza di accusa di adesione al jihadismo.

Va però anche ricordato come Al-Maqdisi, negli anni successivi, si sia più volte espresso in maniera contraria agli atti più violenti del jihadismo.

CONCLUSIONI

E’ evidente la notevole rilevanza politica e radicale di tali due concetti (Tawhid e Millat Ibrahim) e la notevole presa ideologica che essi hanno per i vari gruppi islamico-radicali fino a sostenere le posizioni più estreme.

Prima di concludere è da evidenziare un paradosso di fondo. Elementi religiosi (quali il monoteismo e la comunanza di rilievo teologico per Abramo, comune al Cristianesimo nella Bibbia ed all’Islam nel Corano) che potrebbero costituire un elemento di “armonia” o, quanto meno, di comunanza fra le due religioni monoteiste diventino poi in realtà nelle dottrine radicali spunti per teorizzare ulteriori divisioni e potenziali elemento di scontro.

E’ peraltro da ricordare che la maggioranza dei musulmani non condivide le posizioni estreme e radicali che vengono anzi da molti ritenute estranee all’Islam.

I recenti attentati in Sri Lanka ci hanno ricordato drammaticamente che l’analisi ed il contrasto alle derive jihadiste, terroriste e di individui radicalizzati (fenomeno in crescita in Europa) non possono limitarsi a “rincorrere la cronaca” e devono invece compiere un serio sforzo teso a studiare e capire a fondo le basi ideologiche di tali fenomeni.

Il jihadismo va contrastato principalmente sul piano ideologico. Le analisi socio-economiche, psicologiche, statistiche, tecnico-militari sulle modalità degli attentati sono tutte ovviamente utili ma senza una seria analisi degli elementi ideologici servono veramente a poco.

(1Millat viene tradotto in vari modi: la religione, il credo, la via da seguire, di Ibrahim- Abramo

*Generale di Divisione dell’Esercito (Aus). Dottore in Scienze Politiche a indirizzo Islamico presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli

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