La situazione dell’Est europeo in un Vecchio continente ormai in frantumi

Di Vincenzo Santo*

“Houston abbiamo un problema”. Più di quarant’anni fa, in questi giorni, rimanemmo per molte ore con il fiato sospeso per conoscere il destino dei tre astronauti in viaggio verso la Luna. Era l’Apollo 13. A quanto ci fu detto, e confermato in un film con Tom Hanks, la rottura per sovrappressione di un serbatoio d’ossigeno li aveva infatti privati di gran parte delle risorse necessarie per sopravvivere, a oltre trecentomila chilometri da casa.

Il mondo oggi vive uno stato analogo, anche se le vicende di Morgan, di chi vince “L’isola dei famosi” e di Fazio, il quale pare cerchi di mantenere inalterato il flusso di denaro nelle sue tasche, distraggono molti italiani dai fatti nel mondo. Ma anche l’approssimarsi della Pasqua, con l’ingresso degli agnellini persino alla nostra Camera di Montecitorio, ci induce a preferire la modalità “indifferenza” verso la sovrappressione in atto per esempio in Siria, nel Pacifico, in Asia, in Africa, in America Latina e ai confini d’Europa, Est e Nord-Est.

Mentre Trump pensa una cosa e poi la ripensa in termini opposti, mentre le sue navi vanno ovunque e i suoi missili puniscono a vanvera, e nuove bombe vengono sperimentate per intimorire tanto Kim quanto Teheran, il “progetto Europa”, parafrasando Pirandello, viaggia sottotraccia, alla ricerca di autore. E il recente ripensamento del presidente americano sulla NATO farà deragliare anche il rinnovato confuso sogno di una difesa comune europea, che in verità appassiona più pochi sciocchi addetti ai lavori che non il grande pubblico. Distopia.

Bruxelles, abbiamo un problema!

Ecco, appunto, l’Europa. Dov’è l’Europa? Ma davvero si pensa che per indirizzare le sorti del mondo basti organizzare riunioni, prendere posto in tavoli dove si fa finta di contare qualcosa o, come pare abbia fatto la Mogherini, trascorrere la notte dei Tomahawk sulla Siria al telefono? Oppure, infine, riunirsi in pochi privilegiati membri “storici” per incontri info/formali ora a Ventotene, ora a Parigi oppure a Berlino? Credo di no. Ci vuole ben altro. Bisogna contare davvero e questo contare abbisogna di legittimità.

Tanto per iniziare, i nostri nuovi mostri dovrebbero riconoscere, recuperando un pizzico di saggezza, quanto si è raggiunto e analizzare quanto e perché la situazione attuale si discosti da ciò che si voleva perseguire. Ci vuole umiltà per fare questo e per comprendere il proprio ruolo. Non quello che si vuole ricoprire, ma quello che si può ricoprire in funzione delle proprie reali capacità negoziali, che, perbacco, non possono essere solo un fiume di soldi, che troppo spesso si disperdono inutilmente in tante direzioni incontrollabili. Fatto questo, riuscirebbero forse a cogliere gli umori del popolo europeo e capirebbero come procedere. Se è il caso di procedere.

E convincersi che intanto le velocità diverse allontanano. Così come accettare una sorta di regionalizzazione delle politiche, cedendone la leadership, quasi volendole specializzare, non aiuta, anzi, può generare pericolose deviazioni dall’intento originario, se esiste. Trovarsi dinanzi a un antipatico e scomodo fatto compiuto compromette il cammino comune.

Partendo dall’est europeo, per esempio.

Il gruppo di Visegrád (V4), che consiste in quattro Paesi dell’Est europeo – Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia -, ha tenuto nei giorni scorsi una conferenza a Varsavia con i ministri degli esteri di Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina per discutere di Partenariato Orientale (EU Eastern Partnership). Immancabile il Commissario per l’allargamento, Johannes Hahn, ma anche presenti i rappresentanti di Svezia, Bulgaria, Romania, Regno Unito, Croazia, Slovenia, Estonia e Malta. Insomma, una macedonia. Difficile comprendere la presenza della Svezia, ma il per Regno Unito, dato che il percorso della Brexit è già iniziato, c’è da azzardare che la May si stia portando avanti con il lavoro. Brava!

In quella sede, i rappresentanti del V4 hanno sottolineato che l’UE dovrebbe offrire una prospettiva europea ai paesi del Partenariato Orientale, in occasione del vertice con questi paesi che si terrà il prossimo novembre a Bruxelles. Ecco il fatto compiuto!

E la sovrappressione aumenta.

Putin, già in brodo di giuggiole per l’imminente inclusione dell’inutile Montenegro nella NATO – e vedremo come questa mossa influenzerà il Kosovo, già desideroso di crearsi una reale forza di difesa “nazionale” e la Serbia – sarà contentissimo di vedere come gli “occidentali” appaiano ancora una volta poco ricettivi ai segnali che la sua politica estera sta lanciando anche da quelle parti. In quello che è sempre stato il suo cortile di casa che, piaccia o no, in vari modi sta tentando di mantenere sotto la sua influenza, da noi spesso opportunisticamente etichettata come nostalgia imperiale, rivangando sempre nel troppo abusato determinismo storico.

Il mio timore è che all’orizzonte potrebbero profilarsi altri “Donbass”, soprattutto laddove correnti pro-Russia stanno riemergendo, come in Moldavia. E a questa si agganciano tanto la Transnistria quanto la stessa Romania.

E occhio alla Bielorussia.

Ma attenzione anche alla Polonia, particolarmente attiva nella sua pericolosa politica di creare una cortina tra il Mar Baltico e il Mar Nero arrivando, quindi, al Caucaso.

Parlando in conferenza stampa al termine dell’incontro, l’impronunciabile Waszczykowski, suo ministro degli esteri, ha sottolineato come il Partenariato Orientale sia “una priorità per i paesi di Visegrad, per l’UE e i partner”, osservando come esso sia “… l’unico strumento dell’UE con cui condurre una politica verso il vicinato orientale”, inclusa la Moldavia. Qui bisogna che si faccia veramente molta attenzione. Il polacco ha insistito sull’integrità territoriale della Georgia ma anche della stessa Moldavia. Aree sensibili, troppo, per lasciarsi andare a luoghi comuni che evocano, a mo’ di slogan, eventi che non si realizzeranno mai senza la volontà russa. Così come nel conflitto per il Nagorno-Karabakh.

Il V4, quindi, si pone come principale intermediario tra l’UE (ma anche della NATO) con questi paesi. Una sorta di monopolio regionalizzato in ambito PEV (Politica Estera di Vicinato).

Eppure, paradossalmente, questi quattro paesi sembrano essere quelli maggiormente convinti che l’Unione possa essere più forte solo se i singoli paesi e i loro cittadini potranno rivestire un ruolo più influente nel processo decisionale europeo, quindi della necessità di un rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali. Ah, il potere della Brexit.

A guidare il gruppo c’è indubbiamente la Polonia, la quale, in ambito NATO, guida anche la sovrappressione baltica. Figuriamoci che cosa possa venirne fuori con il Partenariato. Molto pericoloso lasciarla a briglia sciolta. Ma ci sono gli americani che la sostengono.

Di contro, c’è l’Ungheria che, secondo un recente sondaggio([1]), prodotto da un istituto slovacco sull’indice di vulnerabilità dei paesi del V4 nei confronti della Russia (documento interessante da un punto di vista geopolitico perché fornisce il polso delle percezioni reciproche di questi stati di fronte all’attivismo di Mosca), risulta essere la più vulnerabile([2]) all’influenza russa. Carente soprattutto in ambito politico in quanto questo è ritenuto colpevole di esercitare una forte e determinante pressione sugli organi di informazione. Quindi, Ungheria illiberale e rea solo perché pare propendere per l’orbita geopolitica russa. Spaccatura nella spaccatura? Certo, ma all’Ungheria, l’appoggio alla Polonia e dalla Polonia è strumentale alla sua politica interna, molto accesa sotto l’aspetto nazionalistico e anti-europeo, soprattutto anti-immigrazione.

Con l’Eurozona e Schengen, l’Europa è già a velocità diverse. Come visto, il V4 ne ritaglia un’altra. Oppure, se preferiamo, lo è a convergenze parallele, parafrasando una figura cara alla vecchia politica nazionale. In modo forse più impietoso, infine, a frattura prestabilita. Stiamo arrivando a questa?

Come ho già scritto, uno dei sintomi più evidenti delle divisioni tra stati membri è proprio rappresentato dai continui summit ai quali partecipano solo alcuni pezzi d’Europa, e il Visegrad, secondo me, ne rappresenta l’espressione più dannosa per gli squilibri che può generare nel continente euro-asiatico.

E non fa un bel servizio all’UE neanche Juncker. Intervistato da “Repubblica”([3]), ha dichiarato che “… se l’Europa si disfacesse, il primo risultato sarebbe la guerra nei Balcani occidentali. Non credo che sarebbe nell’interesse di nessuno …”. Sentenze di questo tenore, apodittiche, prive di un’analisi seria, fanno soprattutto sorridere, ma scemare ancora di più quel po’ di credibilità nelle persone e, di conseguenza, nelle istituzioni che quelle persone presiedono.

Discorsi da bar … che, a quanto dicono, per il presidente della commissione sarebbe un posto molto … gradito.

Ma, sul serio, qual è l’Europa? È quella di Varsavia con i suoi adepti del V4 o i suoi vassalli baltici? Quella del Partenariato Orientale, ideato sempre dalla Polonia – ma certamente suggerito da Washington – quale misura to ringfence Mosca, dopo la guerra in Georgia e i contrasti con l’Ucraina per il gas?([4]) È quella dell’Euro, spadroneggiata dalla politica deflazionistica di Berlino? È quella della virtuale ripartizione degli immigrati, illegali e no, di cui essa non riesce a stoppare l’afflusso biblico? È quella i cui leader politici convengono sempre, e con altre determinazioni apodittiche, che, sebbene in crisi, l’Unione rimane indispensabile per fare fronte alle sfide di oggi e, soprattutto, di domani?

Oppure, infine, è quella che agevola le ambizioni francesi e inglesi in spazi extra-europei, nel nord Africa, in Libia, quale tracciato privilegiato da cui scacciare l’Italia per contendersi poi il controllo delle risorse dell’Africa sub-sahariana? Perché è in Africa il futuro. Lo sottolinea Sapelli in qualche punto del suo libro([5]), ammonendo correttamente che la posta in gioco per il dominio globale (quindi risorse) non si gioca più in Europa e nello storico e consumato Heartland, o in Asia, nel Rimland. I cinesi l’hanno ben capito, e da un pezzo!

Parliamoci fuori dai denti, l’Europa sta andando in frantumi. Essa stessa è in sovrappressione.

Perlomeno, quella pensata per realizzare una federazione sulla spinta di processi di integrazione economica, monetaria e finanziaria, graduati nel tempo. Quella che intende rosicchiare via via le prerogative di sovranità delle nazioni a suon di direttive ma nel vuoto di una legge costituzionale, che nessuno ha mai finora voluto, che ne legittimi l’autorità.

Mi rendo conto di sfatare un mito, ma l’Europa pensata dai saggi padri costituenti, e lo evidenzia sempre Sapelli, non era basata sull’ormai notissimo Manifesto di Ventotene. Avendolo io letto, credo che Marx si sia rigirato più di una volta nella tomba per la rabbia di non averlo scritto lui stesso. E, mi spiace per il buon Spinelli e compagni, c’è da ringraziare il cielo che il modello ivi tracciato non sia stato perseguito; un modello che mirava essenzialmente alla creazione di una realtà certo europea ma profondamente socialista, e non di un’Europa come noi oggi potremmo intenderla e volerla. Si leggano gli spunti sulla proprietà privata, sulle nazionalizzazioni “senza alcun riguardo per i diritti acquisiti” o sulla redistribuzione delle terre, e così via.

Quindi, ancora, quale Europa? Lo stato nazione, nonostante gli Erasmus e dintorni, è ancora in piedi. Le politiche estere di Francia, Gran Bretagna e Germania (che stringe accordi di sicurezza con Singapore), ma anche della stessa Polonia lo confermano. Del resto, le stesse volontà sovraniste degli altri del V4 unitamente a quelle definite populiste, che albergano ormai un po’ ovunque, ce lo suggeriscono. Senza menzionare nello specifico le tentazioni di abbandonare l’Euro ovvero di abbandonare il peg della moneta nazionale con l’Euro, come già fatto dalla Repubblica Ceca e come forse farà anche la Danimarca a breve. Sono segnali che dovrebbero essere colti, e in fretta.

Bruxelles, abbiamo un problema!

La nazione è qualcosa che è difficile da cancellare, soprattutto in Europa dove quasi sempre essa ha preceduto lo stato; nazione quale presupposto della cittadinanza, sulla quale si basa la legittimità dei poteri di uno stato. Un qualcosa che non si cambia a suon di direttive. È stata costruita in secoli. Ci vuole un senso di cittadinanza europea che ora sarà molto più difficile costruire, nonostante Schengen, nonostante l’Euro, nonostante l’Erasmus.

Parafrasando Federico Chabod([6]), identità, quindi individualità, anche storica, con i suoi percorsi romantici della fantasia e del sentimento, che seguono tracce culturali simili, direi uniche, in lotta perenne contro le tendenze a livellare tutto da parte di norme fredde che soffocano tradizioni e speranza, ubbidendo al tirannico ricorso alla sola ragione, quella che arriva a far determinare la lunghezza delle banane.

Che cosa significa? Semplicemente che con la retorica federalista siamo andati troppo in là, senza pensare bene a quello che si stava facendo. I problemi posti da una crisi economica che pare indomabile, accompagnata da una generale insoddisfazione per l’Euro, dalla percezione di un mondo della finanza senza controllo e, peggio ancora, da un’immigrazione incontrollata, che ai più inizia ad apparire volutamente non controllata, fanno vacillare le convinzioni. Problemi che l’Unione Europea, in quanto difficili da maneggiare nel vuoto di legittimità, non riuscirà a risolvere. E per un bel po’ a venire, intendiamoci. Quando le cose vanno male e non si vede la luce fuori dal tunnel, la gente si chiude in se stessa. Così fanno anche le nazioni e gli stati.

Solo uno stolto può avere difficoltà nel comprendere che il ritorno dello stato nazione e la quotidianità dei problemi cui ho fatto cenno prima non possono che indicarci il fallimento dell’idea federalista. Occorre pensarci bene e non ricorrere alle scappatoie mentali delle diverse velocità oppure dei differenti cerchi. Forse un passo indietro sarebbe salutare. Riconoscendo anche gli errori fatti.

La diversità e la molteplicità, infatti, conducono lungo percorsi con obiettivi differenti.

Ci si perde per strada. Con la caduta del comunismo e la fine della guerra fredda, oltre alla possibilità di procedere all’unificazione tedesca, divenne obbligatorio preoccuparsi anche dei paesi liberati dall’oppressione sovietica e vedere come e quando farli entrare nell’Unione. Come se glielo avessimo promesso da sempre. Tempi di pax americana.

Armellini e Mombelli, nel formulare una proposta di Unione nel loro libro([7]), mettono in evidenza il fatto che “… le considerazioni di opportunità politica che spinsero ad accelerare i tempi dell’allargamento non hanno tenuto conto delle diversità strutturali esistenti …”. Le differenze che erano andate maturando con il trascorrere dei secoli, infatti, si erano accresciute dopo il secondo conflitto mondiale e con la costituzione di due principali sfere di influenza. Aggiungono i due autori come “… in questa parte d’Europa (in occidente, ndr), parole come multilateralismo e sopranazionalità facciano parte di un lessico magari discusso, ma uniformemente compreso. Del tutto diverso il percorso compiuto ad est del continente europeo …” dove “… un internazionalismo posticcio … in nome della solidarietà socialista, ha come cauterizzato la società civile impedendone la crescita talché … questa (la società, ndr) si è trovata dinanzi a temi e rivendicazioni che non risalivano al massimo all’inizio degli anni sessanta, bensì a quelli della seconda, e talvolta della prima guerra mondiale, esasperando una distanza dagli altri che non accenna a ridursi …”.

È naturale, continuano, che proprio per loro, il rinunciare a pezzi della sovranità appena conquistata sarebbe stato pressoché inaccettabile, tanto più che uscivano o cercavano di farlo (e tuttora ci lavorano) da un modello sociale e politico radicato nella loro vita per quasi cinquant’anni, per confrontarsi e accettare un qualcosa di completamente diverso, magari facente parte di un patrimonio storico conosciuto, ma che decenni di dirigenza autoritaria aveva fatto dimenticare completamente.

Il fatto è che non abbiamo in realtà mai accettato neanche noi occidentali, completamente, la rinuncia piena alla sovranità. Chiediamolo ai francesi!

Ma c’è qualche altra cosa che viene colpevolmente taciuta. Per i Paesi dell’ex Unione Sovietica, l’uscita dall’orbita russa aveva come obiettivo primario entrare sotto l’ombrello della NATO, quindi americano, quale garanzia di sicurezza contro le ipotesi di rinascita russa. La NATO è stato per loro il principale obiettivo. Cosa su cui i nostri politici di allora e di oggi non hanno mai riflettuto e riflettono abbastanza.

Pertanto, l’essere parte dell’Unione ha rappresentato solo un passaggio obbligato e necessario per arrivare a conseguire un obiettivo per loro più importante, in linea con la volontà di abbattere i fantasmi del loro passato, trascorso imprigionati sotto il controllo sovietico. Per gli americani, del resto, si otteneva l’isolamento della Russia da una parte e lo scientifico indebolimento dell’Europa dall’altro, entrambi pericolosi avversari continentali. Guai a unirne le forze!

In conclusione, il progetto Europa, pensato e iniziato bene, anche se era facile modellarlo dopo le tragedie del XX secolo, è stato sviluppato con grande superficialità e supponenza, all’insegna di un idealismo esagerato, da soggetti che non hanno saputo leggere con la necessaria attenzione e con la dovuta furbizia le mosse dell’alleato d’oltre oceano, credendo che l’espansione del mercato e della libera circolazione di tutto avrebbe portato facile democrazia e con essa unità di intenti tra i popoli, nell’illusione che il passaggio da cittadino dell’Unione Europea a “cittadino europeo” sarebbe stato un processo automatico, regolabile per fredda direttiva.

Bruxelles, abbiamo un problema … dobbiamo tornare indietro!

* Generale C.A. (Riserva)

 

([1]) http://www.cepolicy.org/sites/cepolicy.org/files/attachments/globsec_vulnerability_index.pdf

 

([2]) “… vulnerable to hostile foreign influence, with scores of 78 and 80, the highest of the V4 …”

([3]) http://www.repubblica.it/esteri/2017/04/12/news/jean-claude_juncker_l_italia_e_sulla_strada_del_risanamento_e_impensabile_che_stia_fuori_dall_euro_-162819401/?ref=search

([4]) https://www.theguardian.com/world/2009/may/07/russia-eu-europe-partnership-deal

([5]) Un nuovo mondo. La rivoluzione di Trump e i suoi effetti globali – edizione 2017

([6]) L’idea di nazione – edizione 1967

([7]) Né Centauro né Chimera. Modesta proposta per un’Europa plurale – edizione 2016

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