Di Fabrizio Scarinci
WASHINGTON. Nonostante l’escalation di questa mattina, che ha visto un nuovo lancio di missili da parte iraniana e un attacco mirato israeliano sul suolo della Repubblica Islamica, il conflitto tra Teheran e Gerusalemme appare, almeno per ora, congelato.
In questo equilibrio precario, si staglia con crescente chiarezza la postura strategica degli USA nei confronti dell’Iran, incentrata su un contenimento mirato e non sulla ricerca di un un cambio di regime a tutti costi.
Su questo punto a sgombrare il campo da possibili ambiguità e stato lo stesso Presidente Trump: “Non vogliamo un cambio di regime a Teheran. Non servirebbe a nulla. Solo a generare caos.” Parole, queste, che si inseriscono pienamente nella logica di un realismo strategico mirante a ridurre il coinvolgimento diretto di Washington nell’ambito di conflitti di scarsa rilevanza geopolitica.

Certo, qualora la questione del Programma nucleare dovesse tornare in auge, ci si potrebbe aspettare nuove azioni mirate, come quelle condotte nell’ambito dell’operazione “Midnight Hammer”, ma, per il resto, gli strumenti volti a contenere gli Ayatollah sarebbero molto simili a quelli utilizzati fino a qualche tempo fa: sanzioni mirate, pressione economica, cyber-intelligence, cooperazione con gli altri attori regionali ostili ad un’eventuale egemonia iraniana nella regione.
La ratio alla base di questo approccio va, naturalmente, cercata altrove. In particolare, quello che interessa davvero è il Pacifico, epicentro inevitabile della partita tra USA e Cina. Subito dopo di esso, per importanza, c’è l’Europa, che, nonostante il suo evidente declino, resta un eccezionale conglomerato di capacità umane. Quanto all’Iran, invece, esso viene visto come un problema più da gestire che da risolvere.
Sulla base di questa visione, la centralità del Medio Oriente nell’ambito della dottrina di sicurezza statunitense si è già da tempo ridimensionata.
Anche nel confronto con Israele, alleato storico, l’Amministrazione Trump sembrerebbe esercitare una pressione misurata: pieno sostegno alla sicurezza, soprattutto in situazioni di percepita emergenza (come nel caso dell’attacco ai siti nucleari), ma anche inviti alla prudenza quando gli interessi americani rischiano di essere trascinati all’interno di scenari indesiderati, che potrebbero potenzialmente rivelarsi anche più complessi di quelli che, nel recente passato, Washington ha sperimentato in Paesi quali Afghanistan e Iraq.
Un equilibrio difficile, che richiede, senz’altro, una notevole lucidità diplomatica e una linea di comando coerente. Ma, almeno per ora, la Casa Bianca appare determinata a mantenere la rotta: fermare il regime di Teheran sì, ma senza farsi distrarre.
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