Iran: la guerra passa dai porti e dalle banche

Di Giuseppe Gagliano*

TEHERAN. Le sanzioni contro società indiane e turche colpiscono i servizi che permettono a Teheran di commerciare. Ma l’isolamento economico non garantisce la resa politica

Per fermare una petroliera non serve necessariamente una nave da guerra. Si può colpire chi le procura una bandiera, chi ne certifica i documenti, chi ne facilita i pagamenti. È su questo terreno che Washington allarga la pressione sull’Iran: una guerra economica nella quale anche un registro navale o una società di assistenza aeroportuale diventano obiettivi strategici.

Il 4 novembre il Tesoro statunitense ha annunciato sanzioni contro una rete riconducibile a Suniel Kumar Sharma e alla moglie Jaspreet Preeti Shahid, attivi in India. Secondo le accuse americane, avrebbero fornito bandiere e certificazioni false a navi impiegate nel trasporto di petrolio iraniano, fingendo di rappresentare autorità marittime straniere. Le misure colpiscono anche la società turca Fugo Ground Services, accusata di assistere compagnie aeree iraniane già sanzionate. Sono contestazioni del governo americano: vanno presentate come tali, senza confondere un provvedimento amministrativo con una sentenza giudiziaria.

Naviglio mercantile nel Golfo

 

Colpire i collegamenti per ridurre le entrate

La logica strategica è comprensibile. Un Paese esportatore può disporre di giacimenti e compratori, ma ha comunque bisogno di trasporti, documenti, servizi portuali e intermediari finanziari. Colpire questi collegamenti significa cercare di rendere ogni vendita più difficile, più costosa e meno redditizia.

Se la pressione funziona, Teheran deve concedere maggiori sconti, pagare intermediari più cari e accettare percorsi commerciali più complicati. Il danno non coincide necessariamente con la scomparsa delle esportazioni: può consistere nella riduzione del ricavo effettivamente disponibile per ogni carico venduto.

Qui, però, comincia anche il limite delle sanzioni. Ogni ostacolo crea un incentivo ad aggirarlo. Quando il commercio resta remunerativo, qualcuno può considerare conveniente assumersi il rischio. La pressione economica tende così a produrre una selezione degli operatori: arretrano quelli più esposti ai mercati occidentali, acquistano spazio quelli disposti a lavorare attraverso strutture opache.

Questo non rende inutili le sanzioni. Impone però di misurarne i risultati attraverso le entrate sottratte, i costi imposti e i comportamenti modificati, anziché contando soltanto le società inserite negli elenchi.

 

India e Turchia, il messaggio ai Paesi terzi

Le misure riguardano persone e imprese, non equivalgono a sanzioni contro l’India o la Turchia. Il loro significato politico, tuttavia, supera i singoli destinatari. Washington comunica agli operatori dei Paesi terzi che commerciare con soggetti iraniani colpiti dalle restrizioni può compromettere altri rapporti economici.

La forza americana sta anche nella capacità di rendere questa scelta profondamente asimmetrica. Per un’impresa, perdere un contratto con l’Iran può essere sopportabile; mettere in pericolo l’accesso a finanziamenti, clienti e servizi internazionali può esserlo molto meno.

È una forma di potere che trasforma la centralità finanziaria in influenza geopolitica. Ma presenta un costo: quanto più gli Stati Uniti utilizzano l’accesso ai propri circuiti economici come strumento coercitivo, tanto più incoraggiano altri attori a cercare alternative.

Non significa che tali alternative siano già sufficienti o altrettanto efficienti. Significa che il vantaggio immediato della pressione può accompagnarsi, nel tempo, a una maggiore frammentazione dei commerci e dei pagamenti.

 

Il nodo militare: indebolire non significa disarmare

Sul piano strategico-militare, comprimere le entrate petrolifere può limitare la capacità iraniana di finanziare acquisti, produzione bellica e sostegno ai propri alleati. Ostacolare i servizi aeronautici può inoltre complicare alcuni collegamenti logistici. Sono effetti plausibili, ma la loro entità richiede riscontri concreti.

Non esiste infatti un e trasferire una parte maggiore dei sacrifici sulla popolazione.

Inoltre, capacità relativamente poco costose possono conservare un rilevante potere di disturbo. Missili, velivoli senza pilota e minacce alle rotte commerciali non richiedono necessariamente risorse paragonabili a quelle necessarie per mantenere grandi forze convenzionali.

L’errore sarebbe quindi scambiare il deterioramento economico per una resa strategica imminente. Le sanzioni possono indebolire un avversario senza convincerlo ad accettare le condizioni richieste.

 

Tre scenari economici, una domanda politica

Il primo scenario è quello cercato da Washington: minori ricavi, difficoltà logistiche crescenti e maggiore disponibilità iraniana a negoziare. Perché si realizzi, però, deve esistere una prospettiva credibile di alleggerimento delle misure in cambio di concessioni verificabili.

Il secondo è un adattamento prolungato. L’Iran continua a vendere, ma a condizioni peggiori; gli intermediari incassano compensi maggiori; l’economia interna sopporta costi più elevati. La pressione produce logoramento, senza ottenere una svolta politica.

Il terzo è un irrigidimento dello scontro. Se Teheran reagisse aumentando i rischi per la navigazione e gli approvvigionamenti regionali, parte del costo potrebbe ricadere anche sui Paesi importatori attraverso trasporti più onerosi, assicurazioni più care e tensioni sui prezzi energetici.

La questione decisiva è dunque quale risultato politico si voglia ottenere. Una strategia di pressione deve spiegare non soltanto come restringere le possibilità dell’avversario, ma anche quali condizioni permetterebbero di uscire dallo scontro. Senza questa seconda parte, il rischio è una guerra economica capace di moltiplicare i danni e gli intermediari, lasciando irrisolto il conflitto che dovrebbe contribuire a chiudere.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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