USA-Iran: in Libano si combatte e in Svizzera saltano i colloqui. Tutti gli errori di valutazione di USA e Israele da cui scaturisce l’attuale situazione di scontro senza fine nel Golfo

Di Fabrizio Scarinci

BERNA. I colloqui che i governi di USA e Iran avevano programmato in Svizzera per la giornata di oggi allo scopo di definire i dettagli del Memorandum of Understanding ufficializzato tra il 14 e il 15 giugno e firmato, nei giorni scorsi, anche da Trump e dal suo omologo iraniano Pezeshkian, sono stati rinviati a tempo indeterminato.

Tale rinvio sarebbe dovuto a quanto accaduto in Libano nel corso delle ultime ore.

Dopo aver subìto almeno due attacchi nel corso della notte, infatti, le forze militari israeliane hanno lanciato una vasta azione di rappresaglia contro i miliziani di Hezbollah; cosa che gli iraniani sembrerebbero aver interpretato come una palese violazione delle previsioni contenute nel primo dei 14 punti del loro accordo con Washington, secondo il quale le ostilità dovrebbero terminare su tutti i fronti, incluso quello libanese.

Una delle esplosioni causate dalle azioni israeliane delle scorse ore

A confermarlo anche le parole dello stesso ministro degli Esteri Araghchi, che, oltre ad aver specificato (non senza una certa arroganza) che, dal punto di vista di Teheran, gli USA sarebbero da ritenersi responsabili delle ultime azioni israeliane, ha anche annunciato che l’Iran prenderà tutte le misure necessarie per proteggere i propri interessi e quelli dei propri alleati.

Dal canto suo, Tel Aviv ha, più volte, fatto sapere di non sentirsi vincolata dall’accordo, che, a parere del suo governo, sarebbe stato firmato senza tenere in debita considerazione le esigenze dello Stato Ebraico.

 

Gli errori di USA e Israele che hanno portato all’attuale situazione

Al momento, tale punto di contrasto rappresenta, senza dubbio, la più grande criticità per la tenuta della fragile, nonché, almeno per ora, temporanea intesa iraniano-statunitense.

Un’intesa che, in contrasto con l’atteggiamento mostrato oggi dai vertici iraniani, sembrerebbe anche piena di concessioni all’indirizzo della Repubblica Islamica; si pensi ai 300 miliardi dollari per la sua ricostruzione (che, al momento, non è ancora chiaro chi dovrebbe mettere a disposizione), alla possibile fine di buona parte del regime sanzionatorio e al fatto che il suo quinto punto sembrerebbe porre le basi per un futuro controllo congiunto di Hormuz da parte di Teheran e del Sultanato dell’Oman.

Il tutto senza, poi, contare le numerose incertezze riguardo al nucleare.

A tal proposito, occorre infatti segnalare come, sebbene gli attacchi delle forze statunitensi abbiano comportato un significativo arretramento del programma militare di Teheran, la strada per un eventuale accordo definitivo risulta, per moltissimi aspetti, ancora decisamente in salita.

Tale situazione costituisce, in maniera fin troppo chiara, l’amaro frutto dei gravi errori di valutazione compiuti dagli USA nel pianificare le loro recenti mosse strategiche in Medio Oriente.

Portaerei statunitense della classe Nimitz in navigazione

Pur con l’intenzione di fondo di disimpegnare parte delle proprie forze dalla regione, infatti, gli USA avrebbero preso la decisione di provare comunque a neutralizzare in maniera permanente la minaccia iraniana per venire incontro alle richieste di Tel Aviv.

Nel porre in essere il loro tentativo, onde evitare di impantanarsi contro un Paese di 93 milioni di abitanti difficile da invadere e complicatissimo da controllare in caso di occupazione, i vertici statunitensi (e con lo quelli israeliani) hanno cercato di porre in essere un approccio di tipo “chirurgico”, mirante a decapitare la leadership nemica al fine di ottenere il favore dei suoi successori in cambio della vita e di una qualche forma di supporto esterno alla stabilità del loro potere.

Già brillantemente applicato a inizio anno in Venezuela, tale approccio sembrerebbe essere la logica risposta “dottrinale” a quanto precedentemente accaduto in Afghanistan e Iraq, allorché, allo scopo di consolidare le istituzioni di Stati precedentemente distrutti e di renderle quanto più possibile simili a quelle delle democrazie occidentali, gli USA e i loro alleati si sono visti costretti a rimanere in teatro per decenni, con la perdita di migliaia di uomini e il dispendio di un enorme ammontare di risorse.

Cionondimeno, l’Iran non è né il debole Venezuela (dove, peraltro, qualche futura criticità non è neppure da escludersi), né tantomeno una qualche “specie” di Afghanistan talebano, ma un attore dotato di grandi capacità di rappresaglia regionale e di una struttura istituzionale molto più solida e supportata a livello popolare di quanto gli USA avessero immaginato.

Dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, la nuova leadership del Paese, ufficialmente nelle mani del figlio Mojtaba ma, da fatto, eterodiretta dai Pasdaran, avrebbe posto in essere una risposta durissima, bloccando lo Stretto di Hormuz (non è ancora chiaro se allo scopo di utilizzarlo come moneta di scambio per ottenere vantaggi riguardo ad altri aspetti della trattativa con gli USA o se al fine di ottenere una capacità di ricatto permanente sull’economia globale con cui compensare l’eventuale impossibilita di dotarsi di un deterrente nucleare) e utilizzando la vasta forza di missili e droni a sua disposizione per colpire Israele e gli alleati di Washington nella regione del Golfo, con particolare riferimento alle loro infrastrutture, ai loro impianti energetici e alle installazioni militari a stelle e strisce presenti sui loro territori.

Un’approccio, quello appena descritto, che, tra le altre cose, anche al netto della comunque chiara supremazia tattico-operativa israelo-statunitense, non ha mancato di mettere in luce quanto i sofisticati apparati difensivi della superpotenza a stelle e strisce di Tel Aviv possano essere messi in difficoltà da attacchi condotti con ingenti quantitativi di sistemi a basso costo.

Di lì il lungo e nocivo stallo (nocivo soprattutto per l’economia mondiale e il consenso interno di Donald Trump) che avrebbe dapprima portato ad una tregua e, successivamente, all’estenuante trattativa diplomatica da cui, dopo diversi mesi, sarebbe scaturito questo non proprio trionfante Memorandum of Undrestanding; un documento che il tycoon (contento lui…) si ostina, peraltro, a dipingere come una vittoria assoluta.

 

L’Iran cerca di accrescere la distanza tra USA e Israele

Al momento, cosa potrà comportare nei fatti il rinvio odierno, non è ancora del tutto chiaro, sia riguardo ad Hormuz sia riguardo alle altre questioni sulle quali si sarebbe dovuto cominciare a discutere.

Nella tarda mattinata gli iraniani avrebbero chiesto agli USA di garantire che i combattimenti in Libano terminino prima dell’inizio dei colloqui; cosa che, sommata alla circostanza per cui a iniziare l’ultima fase di combattimenti sarebbero stati i miliziani di Hezbollah, potrebbe benissimo far parte di una più ampia mossa diplomatica finalizzata ad allargare il solco ormai chiaramente venutosi a creare tra Washington e Tel Aviv, così da umiliare la prima (con tutti i vantaggi del caso per ciò che concerne la propria influenza sul proprio sistema di alleanze) e accrescere l’isolamento della seconda.

Una mossa che, almeno entro certi margini di rischio, Iran ed Hezbollah sentono, forse, di poter compiere in ragione della debolezza politica dei loro avversari.

In generale, le prossime evoluzioni di tale dinamica potranno, senz’altro, essere comprese meglio nel corso dei prossimi giorni e/o delle prossime settimane.

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