Di Giuseppe Gagliano*
TOKYO. La protesta russa contro le esercitazioni “Scudo d’Oriente”, previste in Giappone dall’8 al 24 settembre con 3.700 militari giapponesi, statunitensi e australiani, non è soltanto propaganda. Mosca richiama il pacifismo giapponese in modo opportunistico: la stessa Russia ha militarizzato le Curili, rafforzato la cooperazione con la Cina e approfondito i rapporti militari con la Corea del Nord. Ma l’arrivo del Typhon introduce un elemento strategico concreto.

Il Typhon è un lanciatore terrestre mobile che permette all’esercito statunitense di impiegare due armi nate per le unità navali: il missile guidato SM-6, utilizzabile contro bersagli aerei, navali e, in determinate condizioni, terrestri, e il missile da crociera Tomahawk, con una portata superiore ai 1.600 chilometri. Il suo valore risiede anche nella possibilità di disperdere i lanciatori sulle isole giapponesi e integrarli con satelliti, ricognizione aerea e mezzi navali.
Dalla prefettura di Kagoshima, il Tomahawk può raggiungere una parte importante delle coste cinesi, la penisola coreana e settori dell’Estremo Oriente russo. Il bersaglio principale della strategia americana resta la Cina, ma la stessa architettura può colpire basi, aeroporti, depositi e nodi di comando russi. Mosca aveva già denunciato il pericolo nel maggio 2026, definendo il possibile dispiegamento una minaccia diretta alle proprie frontiere orientali. La posizione russa precede quindi l’attuale polemica.
La questione decisiva è ciò che accadrà dopo l’esercitazione. Se i sistemi saranno conservati in una base statunitense in Giappone, l’operazione diventerà la preparazione logistica di una presenza stabile. Le manovre servono infatti anche a verificare porti, strade, comunicazioni, depositi, protezione antiaerea e tempi necessari per rendere operativa una batteria.
Il ritorno dei missili terrestri statunitensi
Il Typhon è una conseguenza della fine, nel 2019, del trattato che proibiva a Stati Uniti e Russia i missili terrestri con gittata compresa tra 500 e 5.500 chilometri. Washington può ora trasferire nell’Asia orientale una potenza di fuoco prima affidata soprattutto a navi, sottomarini e bombardieri.
Un lanciatore terrestre costa meno di una grande unità navale, può essere nascosto e costringe l’avversario a sorvegliare numerosi punti. Per il Giappone il vantaggio ha un rovescio evidente: ospitare queste armi aumenta la capacità di risposta contro Cina e Corea del Nord, ma trasforma basi, porti e infrastrutture nazionali in bersagli prioritari.
La partecipazione australiana conferma che Washington sta costruendo una rete regionale. Giappone, Australia, Filippine e altri soci vengono collegati a un sistema nel quale ciascun Paese offre basi, informazioni, capacità logistiche o missilistiche. L’obiettivo è distribuire la potenza americana lungo la prima catena di isole e renderne più difficile la neutralizzazione.

Le contromisure possibili di Mosca
Le “misure compensative” annunciate dalla Russia potrebbero tradursi nel rafforzamento delle difese aeree e antimissile, nella dispersione di velivoli e depositi, nell’invio di ulteriori sistemi mobili a Sachalin e nelle Curili e in una maggiore attività della Flotta del Pacifico. Mosca potrebbe inoltre intensificare con Pechino la sorveglianza del territorio giapponese e le esercitazioni aeronavali.
La Russia non dispone però nell’Estremo Oriente della stessa densità di forze schierata sul fronte occidentale. La guerra in Ucraina assorbe uomini, munizioni e mezzi, mentre le distanze rendono costoso proteggere simultaneamente Vladivostok, Kamčatka, Sachalin e le Curili. Il Typhon non modifica da solo il rapporto di forze, ma obbliga Mosca a disperdere risorse e moltiplicare le difese. È questo il suo effetto strategico immediato.
Anche il viaggio di Vladimir Putin a Iturup, una delle isole rivendicate dal Giappone, appartiene alla stessa cornice. La visita ha riaperto la disputa territoriale e ha offerto argomenti a entrambe le parti: Tokyo denuncia il controllo russo, Mosca presenta il riarmo giapponese come una revisione degli equilibri nati dalla Seconda guerra mondiale.

Il prezzo economico della nuova frontiera missilistica
La trasformazione del Giappone in piattaforma avanzata della strategia americana richiederà maggiori spese per depositi protetti, difesa antimissile, comunicazioni e sicurezza delle basi. Ne beneficeranno le industrie militari statunitense e giapponese, mentre una quota crescente delle risorse pubbliche sarà sottratta ad altri settori.
Sul piano geoeconomico, la tensione investe un’area attraversata da alcune delle principali rotte commerciali mondiali. Il Giappone dipende dalle importazioni di energia e materie prime; la Russia esporta petrolio e gas attraverso il Pacifico; la Cina dipende dalla sicurezza dei traffici marittimi. Una crisi avrebbe effetti immediati su trasporti, assicurazioni, prezzi energetici e catene industriali asiatiche.
La protesta di Mosca è dunque reale, ma incompleta. Il Typhon non viene schierato principalmente contro la Russia: è una pedina della competizione fra Stati Uniti e Cina. Tuttavia, mentre Mosca si lega a Pechino e Tokyo si integra nella rete militare americana, le due contese diventano inseparabili. La disputa sulle Curili, il riarmo giapponese e la presenza missilistica statunitense stanno trasformando un confine congelato per ottant’anni in una nuova linea avanzata del confronto mondiale.
*Presidente Centro studi strategici Cestudec
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