Di Giuseppe Gagliano*
KHARTUM. In un gesto carico di tensione geopolitica e di implicazioni regionali, la giunta militare sudanese ha formalmente interrotto le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti, bollati senza mezzi termini come “Stato ostile”.

Una definizione pesante, che segna un punto di non ritorno nella crisi sudanese e squarcia il velo su una guerra civile che, oltre ai morti e alle devastazioni, sta diventando sempre più un campo di battaglia per gli interessi incrociati delle potenze arabe.
La miccia, secondo Khartoum, è stata l’ennesima offensiva dei Rapid Support Forces (RSF), il gruppo paramilitare in lotta contro le Forze Armate Sudanesi (SAF), che nei giorni scorsi hanno lanciato una serie di attacchi mirati con droni su Port Sudan, capitale provvisoria del governo militare.

Gli obiettivi sono stati tutt’altro che casuali: infrastrutture strategiche, come l’aeroporto, il porto commerciale, depositi militari e persino una centrale elettrica. Il risultato: blackout totale in città, almeno una decina di morti e un colpo simbolico al cuore della già fragile autorità statale.
Dietro quei droni, denuncia il Consiglio di Sicurezza e di Difesa sudanese, ci sarebbe l’ombra lunga di Abu Dhabi.
Non si tratterebbe solo di appoggi ideologici o simpatie geopolitiche, ma di un vero e proprio asse economico-militare: finanziamenti, armi, logistica e, soprattutto, la chiave d’oro – in senso letterale.
Secondo le autorità di Port Sudan, gli Emirati Arabi Uniti sarebbero il principale destinatario dell’oro contrabbandato dalle RSF, in un traffico che non solo finanzia la milizia ribelle, ma garantisce ad Abu Dhabi un accesso privilegiato alle immense ricchezze minerarie del Sudan.

L’accusa si allarga. Le autorità sudanesi denunciano anche massicce operazioni di land grabbing orchestrate dagli Emirati nelle fertili terre sudanesi, tese a garantirsi sicurezza alimentare a scapito delle comunità locali.
Il Corno d’Africa, ancora una volta, si conferma non solo teatro di conflitti endemici, ma anche terreno di conquista per appetiti esterni che usano la diplomazia come paravento e le guerre come grimaldello.
Abu Dhabi, dal canto suo, nega tutto.
Parla di una “strumentalizzazione politica” da parte di un governo militare non riconosciuto e ribadisce di non fornire armi alle RSF.

Gli Emirati rivendicano invece un ruolo neutrale e umanitario: 100 milioni di dollari in aiuti, partecipazione a conferenze internazionali per la pace, e un appello costante per una transizione civile.
Ma le parole cozzano con la realtà dei rapporti regionali.
Perché nel grande scacchiere del Medio Oriente e del Nord Africa, la frattura tra Sudan ed Emirati si inserisce in un confronto più ampio.
Da un lato, Egitto e Arabia Saudita – che sostengono le SAF e cercano di contenere la deriva libica del Sudan.
Dall’altro, gli Emirati, che da anni coltivano una strategia espansiva nel Corno d’Africa, con basi militari, investimenti e alleanze ibride che intrecciano economia, sicurezza e proiezione di potenza.
Il tentativo turco di mediazione, messo in campo a dicembre 2024, è naufragato tra le accuse reciproche e gli interessi inconciliabili.
E la rottura diplomatica del maggio 2025 rischia di scavare un solco ancora più profondo. Per Khartoum è una dichiarazione di guerra diplomatica, un tentativo di isolare le RSF e di denunciare il ruolo destabilizzante di Abu Dhabi..
Ma potrebbe trasformarsi in un boomerang, rafforzando ulteriormente il legame clandestino tra RSF e partner stranieri.
Il Sudan, schiacciato dalla guerra e dal collasso istituzionale, diventa così il paradigma di una nuova forma di conflitto: ibrido, decentralizzato, con protagonisti non-statali, sostenuti da capitali e arsenali offshore.
Una guerra in cui la sovranità si dissolve tra rotte di contrabbando e accordi segreti, e in cui la diplomazia è solo il riflesso stanco di decisioni prese altrove.
*Presidente Cestudec (Centro Studi Strategici)
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