Di Giuseppe Gagliano*
Abu Dhabi sta tracciando un nuovo percorso strategico: diventare un hub globale per le materie prime essenziali alla transizione energetica. Tahnoon bin Zayed, consigliere per la sicurezza nazionale e figura di punta della galassia International Holding Company (IHC), ha lanciato una campagna mirata a trasformare gli Emirati Arabi Uniti in potenza mineraria. Attraverso la filiale mineraria di IHC, sta assemblando un team di geologi, esperti di commercio e di finanza internazionale per assicurarsi l’accesso a litio, cobalto, nichel, rame e terre rare, i pilastri dell’industria “green” e della rivoluzione tecnologica.
Una corsa globale per le risorse
La mossa emiratina arriva mentre Stati Uniti, Unione Europea e Cina competono per il controllo delle catene di approvvigionamento dei metalli strategici. Pechino domina la raffinazione di terre rare e batterie, Washington e Bruxelles stanno costruendo la Mineral Security Partnership per diversificare le fonti di approvvigionamento. Abu Dhabi, forte delle sue riserve finanziarie e del suo ruolo di mediatore tra Est e Ovest, cerca di inserirsi come attore indipendente, offrendo stabilità, capitale e infrastrutture in un mercato frammentato e sempre più politicizzato.
Espansione in Africa, Asia e America Latina
Secondo fonti vicine al dossier, IHC sta valutando acquisizioni o partecipazioni in miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, di rame in Zambia, di litio in Argentina e Cile e di nichel in Indonesia. Si tratta di Paesi ricchi di risorse ma esposti a rischi politici, sociali e ambientali. Per mitigare l’instabilità, Abu Dhabi utilizza la sua diplomazia economica: accordi di cooperazione, progetti di sviluppo locale e investimenti in infrastrutture portuali e logistiche, con l’obiettivo di diventare lo snodo di stoccaggio e distribuzione per i mercati asiatici ed europei.

La dimensione geoeconomica e di sicurezza
Per Abu Dhabi, la strategia ha un valore che va oltre il profitto. Garantirsi l’accesso a materie prime critiche significa proteggere la propria economia dalle interruzioni delle catene globali, che potrebbero derivare da tensioni geopolitiche o da politiche protezionistiche dei grandi produttori. Inoltre, controllare il flusso dei metalli consente agli Emirati di sostenere le proprie ambizioni nell’energia rinnovabile, nella produzione di idrogeno e nelle industrie ad alta tecnologia, incluse quelle della difesa.
Sfide e rischi di una strategia globale
L’espansione in Paesi ad alto rischio implica la gestione di complesse dinamiche locali: conflitti armati, instabilità politica, corruzione e pressioni delle comunità che vivono nei territori minerari. La reputazione internazionale di Abu Dhabi, costruita sull’immagine di stabilità e pragmatismo, potrebbe essere messa alla prova da controversie ambientali o sociali legate all’estrazione. Inoltre, l’ingresso nel settore lo espone alla concorrenza diretta con giganti minerari e con governi che vedono nelle risorse un’arma di potere geopolitico.
Conclusione: una nuova potenza delle risorse
La strategia di Tahnoon bin Zayed rappresenta un’evoluzione del modello economico emiratino: dal petrolio ai metalli critici, da esportatore di energia fossile a fornitore globale di risorse per l’economia verde. Se avrà successo, Abu Dhabi potrà rafforzare il proprio peso negoziale sia con l’Occidente sia con l’Asia, consolidando il proprio ruolo di “petro-stato del futuro”. Ma il margine d’errore è stretto: fallire significherebbe non solo perdere miliardi di investimenti, ma anche compromettere la credibilità di un progetto che punta a far diventare l’Emirato un attore centrale nella geopolitica dei minerali del XXI secolo.
*Presidente Centro studi Cestudec
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