Accordi USA-Arabia Saudita: l’intesa sul possibile acquisto di F-35 depotenziati da parte di Riyad nel contesto del non facile processo di normalizzazione dei rapporti con Israele

Di Fabrizio Scarinci

WASHINGTON. Si è molto parlato, nel corso degli ultimi giorni, dei nuovi accordi di cooperazione stipulati a Washington il 18 novembre scorso tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

Ad essere interessati sono, infatti, settori dall’elevatissimo impatto strategico, come quello dell’energia nucleare, in cui, stando a quanto reso noto, sarebbero state poste le basi giuridiche per una decennale collaborazione multimiliardaria, quello dell’Intelligenza Artificiale e, non certo da ultimo, quello militare, nell’ambito del quale sarebbe stata raggiunta un’intesa per la vendita a Riyad di diverse tipologie di sistemi e piattaforme, tra cui anche un certo numero di caccia multiruolo F-35 Lightning II.

Un momento dell’incontro alla casa Bianca tra il Presidente statunitense Donald Trump e il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

Tali intese sembrerebbero rispecchiare la volontà degli USA di rinsaldare i rapporti con il loro importante alleato del Golfo. Un alleato che vorrebbero, da un lato, al fianco di Israele nell’ambito di un sistema regionale di alleanze da contrapporre alle mire di Teheran, Ankara ed altre potenze esterne al Medio Oriente, e, dall’altro, il più lontano possibile dal gruppo dei BRICS, in cui Riyad ha recentemente considerato di fare il suo ingresso salvo, poi, fare marcia indietro poco prima che la sua membership divenisse effettiva.

 

Gli accordi nel contesto del difficile percorso di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita

Al netto di quanto appena detto, non si può, tuttavia, non ricordare come, malgrado il processo di riavvicinamento in corso e la più volte riaffermata intenzione di Riyad di pervenire ad una definitiva normalizzazione delle proprie relazioni con Tel Aviv, tra israeliani e sauditi permangano ancora diverse frizioni, derivanti sia da una generale diffidenza dello Stato Ebraico nei confronti della monarchia saudita, sia dalla volontà del principe ereditario Mohammed bin Salman di non essere additato di fronte al mondo arabo-islamico come uno dei principali “sacrificatori” di una prospettiva statuale palestinese, che, come noto, turchi e iraniani utilizzano, da decenni, come uno dei principali cavalli di battaglia del loro agire internazionale.

Donald Trump e Mohammed bin Salman rispondono alle domande dei giornalisti

Sullo sfondo di tale situazione sarebbe, poi, piombato come un macigno anche il raid israeliano su Doha del 9 settembre scorso, che avrebbe messo fortemente in discussione il rapporto tra gli USA e i loro partner del Golfo e spinto Riyad a cercare di rafforzare la propria posizione negoziale nei confronti di americani e israeliani attraverso un accordo di mutua difesa con il Pakistan (Paese, per molti aspetti, ancora partner di Washington e certamente non amico dell’Iran ma, in ogni caso, saldamente nell’orbita di Pechino).

 

Gli F-35 sauditi saranno “downgraded”

In linea di massima, dal punto di vista di Washington il principale obiettivo alla base della creazione di un asse “arabo-israeliano” filostatunitense da contrapporre agli altri poli di potere del Medio Oriente consisterebbe nella possibilità di attuare una parziale razionalizzazione della propria presenza militare nella regione conservando, al contempo, un elevato livello di influenza su di essa.

In tale direzione sembrerebbe andare anche la stessa vendita degli F-35 alle forze aeree saudite.

Un F-35A delle forze aeree statunitensi in volo

Prodotti sul suolo statunitense e controllabili dal Pentagono sotto quasi ogni aspetto, tali velivoli si configurano, infatti, come uno strumento perfetto al fine di far sì che l’apparato militare di Riyad rimanga strettamente legato a quello di Washington.

Per quanto riguarda, invece, Israele, malgrado la vendita non rientri esattamente nei suoi “desiderata”, il suo governo sembrerebbe non aver potuto far altro che accettare la situazione.

Del resto, da alcuni mesi a questa parte, complici anche l’attacco diretto lanciato a giugno nei confronti dell’Iran (azione vista da molti come un tentativo di far sì che gli USA restassero focalizzati sul Medio Oriente), il già citato raid su Doha e, non da ultimo, il tentativo di annettere la Cisgiordania, i rapporti tra Washington e Tel Aviv non starebbero attraversando una fase particolarmente idilliaca. E non è certo un caso che lo stesso piano di pace posto in essere da Trump allo scopo di far cessare le ostilità tra Israele e Hamas, peraltro piuttosto in bilico, si caratterizzi per la presenza di numerosi elementi di “contenimento” anche nei confronti dello Stato Ebraico.

Cionondimeno, il governo statunitense resta comunque favorevole al fatto che le forze militari di Israele godano di una certa superiorità qualitativa rispetto a quelle degli altri attori della regione. Ragion per cui, come confermato dal segretario di Stato Marco Rubio allo stesso Benjamin Netanyahu, gli F-35 forniti a Riyad saranno, senz’altro, di tipo “depotenziato”.

Cosa questo comporti nello specifico non è ancora del tutto chiaro, anche se, stando alle varie ipotesi formulate, su di essi dovrebbero essere assenti sia le funzionalità più avanzate dei software e dei sensori presenti sui velivoli degli altri Paesi (così come dello stesso Israele, che, come noto, ha ricevuto il permesso esclusivo di integrare la propria elettronica di bordo sui suoi F-35I “Adir”), sia il futuro missile aria-aria BVRAAM AIM-260 JATM.

 

Le possibili ripercussioni sulla partecipazione saudita al GCAP

Come alcuni osservatori hanno fatto notare, l’eventuale acquisto dei Lightning potrebbe potenzialmente mutare alcune delle future scelte saudite in fatto di procurement e cooperazione industriale.

Ad essere coinvolta potrebbe essere, nello specifico la partecipazione di Riyad al programma GCAP, che Regno Unito, Italia e Giappone stanno portando avanti allo scopo di realizzare un sistema di combattimento aereo di sesta generazione.

Mockup della piattaforma principale del nuovo sistema GCAP

A tale programma i sauditi si starebbero, infatti, interessando da almeno un paio d’anni, vedendo in esso una valida opportunità per acquisire capacità tecnologico-produttive endogene nel campo dell’aviazione da combattimento.

Nondimeno, il governo britannico avrebbe legato il proprio appoggio alla partecipazione di Riyad all’acquisto di un nuovo lotto di 48 Eurofighter Typhoon.

Data per scontata da diverso tempo a questa parte (malgrado talune reticenze di Berlino, anch’essa membro del consorzio Eurofighter), tale commessa potrebbe tornare, a questo punto, nuovamente in discussione.

A quanto pare, però, almeno per il momento sembrerebbe prevalere la convinzione secondo cui, alla fine, pur di non perdere le opportunità industriali connesse al programma multinazionale nippo-italo-britannico, i sauditi finiscano con l’acquistare entrambi i velivoli, anche se, naturalmente, bisognerà capire meglio in quali numeri.

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