Aeronautica Militare, un secolo fa la celeberrima impresa del volo Roma-Tokio

Roma. I piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero, insieme ai motoristi Gino Cappannini e Roberto Maretto, a bordo di due biplani SVA di legno e tela, cento anni fa, furono gli artefici del primo collegamento aereo tra Europa ed Estremo Oriente.

I piloti e i motoristi del primo volo Roma-Tokio del 1920

Partirono da Roma, dall’aeroporto “Francesco Baracca” di Centocelle. E a distanza di un secolo, ieri, si è celebrato l’evento che ha riportato alla memoria il Raid Roma – Tokyo.

Un’impresa considerata, ancora oggi, tra le più straordinarie della storia dell’Aviazione.

Nel corso delle celebrazioni, alla presenza del capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, Generale di Squadra Aerea Alberto Rosso, del presidente della Fondazione Italia-Giappone, ambasciatore Umberto Vattani, e dell’ambasciatore del Giappone in Italia Hiroshi Oe, è stata deposta una corona d’alloro al monumento commemorativo, già esistente e restaurato per l’occasione.

E stato anche possibile visitare una mostra dedicata al Raid.

“Un’impresa che nasce non come impresa di singoli ma come volontà di muovere in maniera strutturata e organica una formazione di aeroplani – ha commentato il Generale Rosso, dopo aver ringraziato i famigliari degli equipaggi giunti per l’evento -. Per questo è importante ricordare tutti: partendo da chi non ce l’ha fatta, fino ad arrivare a Ferrarin, Masiero ed i loro valorosi motoristi. Una dimostrazione del fatto che il pilota non è mai da solo e che è sempre il lavoro di squadra che porta il risultato”.

“Cerimonie come queste – ha continuato il capo di SMA – non vogliono solo ricordare un avvenimento passato e personaggi interessanti che oggi non ci sono più. La storia ci deve aiutare a comprendere quello che è stato fatto in altri tempi ma che può essere d’esempio oggi. Ci deve aiutare, stimolare, guardare umilmente il modo in cui tanti anni fa sono stati risolti problemi difficili, con determinazione, fantasia, grinta e spirito di avventura. Comprendere questo oggi ci aiuta a guardare verso il futuro”.

“Oggi – ha concluso – guardiamo verso lo Spazio, che è la nostra nuova frontiera, utilizziamo nuove tecnologie, ma le sfide, concettualmente, son sempre le stesse, così come lo spirito di avventura, la capacità organizzativa, la grinta, la determinazione, l’attaccamento ai valori”.

L’IMPRESA 

I piloti fecero 106 giorni di volo e percorsero 18 mila chilometri per 112 ore di volo alla velocità media di 160 chilometri l’ora.

A Tokio furono accolti da eroi e si tennero ben 42 giorni di festeggiamenti in loro onore.

La paternità dell’idea di un collegamento dall’Italia al Giappone si deve al poeta aviatore Gabriele D’Annunzio il quale, nel 1919, la condivise con Haru-Kichi-Shimoi, scrittore nipponico e sin­cero ammiratore del nostro Paese che all’epoca insegnava all’Istituto di Lettere Orientali di Napoli.

Il progetto, seppure con qualche variazione al programma iniziale del Vate, venne accettato dalla Direzione Generale d’Aer­onautica.

Non potendo D’Annunzio partire perché asserragliato a Fiume (era il periodo dell’Impresa Fiumana) fu stabilito che il Raid fosse compiuto da due formazioni, la prima di cinque 5 ricognitori SVA 9, la seconda di 4 quattro bombardieri Caproni di diversi modelli (Ca.450, Ca.600 e Ca.900 triplano).

Le partenze dei Caproni da Centocelle, scaglionate tra loro, iniziarono l’8 gennaio 1920 ma nessuno di questi bombardieri andò oltre la Siria. Le cose non andarono meglio ai cinque SVA che partirono l’11 marzo.

A questo punto l’unica possibilità di portare a termine l’impresa era rappresentata dai due SVA 9 che furono fatti decollare il 14 febbraio per fare da staffetta alla formazione di biplani che di lì a poco li avrebbe seguiti.

Gli aeroplani staffetta avrebbero dovuto verificare le località d’atterraggio, predisporre i rifornimen­ti e prendere contatti con le autorità locali.

È in questo contesto che entrò in scena Arturo Ferrarin, pilota vicentino che durante la Grande Guerra aveva militato nella 82^ e nella 91^ Squadriglia Caccia, la gloriosa “Squadriglia degli Assi”.

Ferrarin, chiese di poter decollare per il Giappone accompagnato da un altro aeroplano.

Il 14 febbraio alle 11, ebbe inizio l’avventura, con i due SVA che si levarono in volo dal campo di Cen­tocelle.

Lo SVA era un aeroplano di legna e tela, l’abitaco­lo era aperto e l’equipaggio era esposto al vento e alle intemperie, il radiatore non era adeguato per le alte temperature tropicali mentre il carrello era privo di carenature alle ruote, utili in caso di atterraggio su terreni difficili.

A bordo non c’era la radio, la velocità si manteneva sensorialmente ed il pilota conduceva la navigazione unicamente con l’ausilio di orologio e bussola.

Il 31 maggio i due SVA giunsero a Tokio.

Per primo arrivò Masiero e cir­ca un’ora dopo Ferrarin. Ad attenderli c’erano 200 mila persone accorse per vedere i primi aeroplani arrivati in volo dall’Europa.

I 42 giorni di festeggiamenti nella capitale nipponica culminarono con il ricevimento ufficiale degli aviatori italiani a Palazzo Imperiale.

A ricordo di questo volo da record lo SVA di Ferrarin fu collocato nel Museo Imperiale delle Armi ad Osaka

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