ROMA. Ventuno storie di resistenza e dignità di donne afghane, il cui coraggio e la cui determinazione ricordano le altrettante “Madri costituenti”.
E ci sollecitano a essere “sentinelle” dei fragili diritti di cui godiamo. È questo il cuore del nuovo libro della giornalista e scrittrice Angela Iantosca, che è stato presentato oggi in una conferenza stampa organizzata nella Sala Caduti di Nassirya, al Senato.

L’evento ha trasformato lo spazio istituzionale in un luogo di testimonianza viva, tracciando un legame indissolubile tra la conquista dei diritti in Italia e la resistenza contro l’oppressione talebana.
La conferenza ha visto gli interventi, tra l’altre dell’autrice, di Livia Maurizi, Direttrice di NOVE Caring Humans; tramite contributo video, di Sabrina Ugolini, Ambasciatrice d’Italia a Kabul, e di Suor Mariangela Tassielli, Direttrice editoriale Paoline.
Ad arricchire l’incontro, moderato da Flavia Mariani, ufficio stampa di Nove Caring Humans, la forte testimonianza di alcune protagoniste del libro, Waheeda, Razia e Sediqa.
Attraverso un contributo video, l’Ambasciatrice d’Italia Sabrina Ugolini ha descritto la sistematica cancellazione dell’identità femminile operata dal regime talebano, sottolineando l’importanza di parlarne in un contesto istituzionale come il Senato: “Il valore della testimonianza in uno spazio istituzionale come il Senato è fondamentale. In Afghanistan assistiamo a una vera e propria cancellazione dei diritti: alle donne è negato lo studio, il lavoro, persino il colore degli abiti. Portare queste voci in Italia significa rompere il muro del silenzio e mantenere alta la responsabilità pubblica internazionale”.
Al video dell’ambasciatrice ha fatto seguito quello di Suor Mariangela Tassielli, Direttrice editoriale Paoline, che ha voluto sottolineare l’importante collaborazione con Angela Iantosca e, soprattutto, la valenza politica di questa nuova pubblicazione dell’editore: “Pubblicare oggi questo libro significa riaffermare il ruolo dell’editoria come presidio civile. È un atto doveroso per tenere accesa una luce su contesti che percepiamo come lontani, ma che in realtà ci interrogano profondamente sulla nostra identità e sui valori che professiamo”.
Le ha fatto eco l’autrice, Angela Iantosca, nel suo intervento, in cui ha raccontato la genesi del libro: l’incontro con Nove Caring Humans, con le giovani afghane e quell’idea balenata subito nella testa, sentendo le loro parole: “Ascoltando queste giovani, ho sentito risuonare le parole di Teresa Mattei e Nilde Iotti. Lo stesso coraggio, la stessa forza, le stesse battaglie. Da questa eco è nato il libro che è un invito a non girarci dall’altra parte, a mantenere acceso un faro sull’Afghanistan e le sue donne, e a occuparci di quelle rifugiate giunte qui in Italia che chiedono solo di essere viste e di veder riconosciuti i propri diritti. Nello stesso tempo, dobbiamo ricordarci – ha aggiunto – di essere ogni giorno sentinelle vigili di quei diritti conquistati molti anni fa e che vanno difesi collettivamente”. L’Autrice ha inoltre confermato che parte del ricavato dei diritti d’autore sarà devoluta proprio a Nove Caring Humans.
A seguire il racconto di alcune delle testimoni afghane protagoniste del libro, che hanno descritto la loro vita prima e dopo il 15 agosto 2021, giorno in cui i talebani hanno ripreso il potere a Kabul. “Siamo scappate per non essere murate vive nelle nostre case, lasciando tutto: affetti, carriere, sogni. Ma la resistenza non finisce con la fuga. Chiediamo di non essere dimenticate e di avere la possibilità di integrarci davvero, di vedere riconosciuti i nostri studi e la nostra dignità di donne libere anche qui”.
Particolarmente forte l’intervento della giovanissima Waheeda, che raccontando la sua esperienza ha parlato del “prezzo” della libertà: “La libertà è costosa, a volte ti può costare tutte le persone che ami, le tue relazioni, la tua terra, tua madre. A volte libertà significa restare da sola. Io ora sono qua, adesso, e sono libera. Ma non è accettabile che ci siano ancora donne che soffrono della stessa violenza che ho subito io”.
Chiare, nette, le parole di Razia: “Oggi vi chiediamo di non essere solo spettatori, ma di essere parte della soluzione”, sostenendo iniziativa come Neda: un progetto che intende denunciare l’oppressione che subiscono le donne afghane, far riconoscere l’apartheid di genere come crimine contro l’umanità e affrontare le sfide dell’inserimento e dell’accoglienza in Italia, individuando soluzioni e fornendo strumenti concreti per una migliore integrazione”.
Nella tragedia della situazione attuale dell’Afghanistan, le tre hanno sottolineato la “silenziosa” resistenza delle donne e il valore di quella resistenza: “Ogni donna che diventa autonoma – ha detto Sediqa – rafforza una famiglia. E rafforza la società. Le donne afghane resistono da cinque anni. Non con il potere politico, ma con la forza morale”. Parole che riportano alla mente gli interventi delle Madri costituenti italiani a Montecitorio, ottant’anni fa.
Ultimo intervento, quello di Livia Maurizi, Direttrice di Nove Caring Humans, che ha sottolineato la necessità del fare: “Dopo aver ascoltato tutti i vostri interventi, è evidente che la domanda ora non può più essere “cosa sta succedendo in Afghanistan” ma, cosa possiamo fare noi. Il libro ci mette di fronte ad una verità scomoda: le storie raccontate non richiedono solo empatia, ma anche responsabilità”.
Ha poi raccontato come opera in questo senso Nove. “In Afghanistan abbiamo lavorato – e continuiamo a lavorare per quanto possibile – su istruzione, imprenditoria, cura, autonomia femminile. Sapendo sempre che ogni spazio conquistato dalle donne è fragile, reversibile, esposto. Eppure, ogni giorno, proviamo ad aprire nuovi spazi: a volte temporanei, ma reali. Spazi in cui una donna può muoversi, lavorare, essere visibile. Il Pink Shuttle, citato nel libro, nasce esattamente da questa logica. Non era solo un servizio di trasporto. Era una dichiarazione silenziosa: una donna che guida, un’altra che sale su quel mezzo, una città che, a un certo momento, accetta quella normalità. In contesti autoritari non sono dettagli: sono atti di resistenza quotidiana”.”
Altre tre protagoniste del libro, presenti in sala, Taranhe, Negin e Fatima sono intervenute, condividendo il desiderio che “un giorno nessuna donna, in nessuna parte del mondo, debba vivere nella paura e nella violenza. Sogniamo un mondo in cui ogni donna possa vivere con dignità, libertà e rispetto”.
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