Afghanistan: il ritorno dei Talebani al potere. Nasce l’Emirato islamico. Si riapre la strada per nuovi atti terroristici

Di Giuseppe Paccione

Kabul. La situazione afghana è ormai entrata nella fase del collasso totale, dal momento in cui gli Stati Uniti, compresi i Paesi alleati, tra cui l’Italia, hanno deciso di ritirare le proprie truppe dal Paese dove, dal lontano 27 novembre 1979, quando i primi reparti del corpo di spedizioni dell’allora URSS varcarono i confini settentrionali afghane, le turbolenze di una nazione ormai non hanno una fine.

Un tank sovietico nel corso della guerra afghana

Si sperava che in questi ultimi 20 la situazione sarebbe migliorata, invece si è trasformata nell’ennesima guerra che ha solo cagionato morte e distruzione e, anche l’esodo di molti cittadini afghani.

Instabilità del Paese e violenza ora sono divenuti gli ingredienti per milioni di cittadini afghani, in particolar modo per quella chi, in questi ultimi anni, ha supportato la presenza statunitense, dei suoi alleati e della NATO.

Infatti, il destino di quelle persone che hanno contribuito con le truppe statunitensi e non solo deve essere esaminato nell’ambito del loro ruolo nell’aver sostenuto un’invasione illegittima degli Stati Uniti e la presenza di forze occidentali a lungo termine, in un Paese ormai martoriato da oltre 40 anni.

Il popolo afghano ha già pagato il prezzo più elevato in un conflitto che dura, come ho già accennato prima, non da 20 anni ma da oltre 40.

Sul piano storico, su cui credo che una spolverata vada fatta per menzionare le responsabilità statunitense in un conflitto senza fine, la prima presenza USA sul suolo afghano si ebbe quando ci in occasione di un colpo di Stato andò al potere un governo di matrice marxista.

Era il 1978.

Nel 1979, l’allora Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter diede l’autorizzazione per avviare un’operazione congiunta dei servizi di intelligence del proprio Paese con quelli pakistani per supportare finanziariamente ai militanti fondamentalisti afghani (i mujaheddin) nella loro lotta contro l’esecutivo marxista, insediatosi nella capitale di Kabul.

Il Presidente americano Jimmy Carter

In sostanza, l’intervento statunitense all’interno del territorio afghano aveva come obiettivo quello di fermare l’invasione sovietica che ebbe luogo tra il 24 e 27 dicembre 1979 per via terrestre e via area.

Il supporto militare ma anche quello economico da parte degli Stati Uniti al movimento dei mujaheddin e alle forze militari e dei servizi segreti del Pakistan dalla fine degli anni ’70 e agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, è avvenuto con il piano denominato Operazione Cyclone (programma finanziario segreto Carter-Brzezinski).

Tale piano ebbe un grande successo. Gli statunitensi, infatti, riuscirono a mandare via le truppe sovietiche dal territorio afghano nel 1989, aprendo la porta ad un nuovo conflitto interno fra le fazioni mujaheddin, che si concluse con il movimento più estremo, costituito dai Talebani.

Il movimento prese il controllo dell’intero Paese nel 1996.

Del piano Operazione Cyclone, va ricordato che hanno beneficiato sia i Talebani sia Al-Qaeda.

Milizie di Talebani

Durante la loro brutale gestione governativa dal 1996 al 2001, il movimento Talebano consentì al gruppo terroristico Al-Qaeda, guidato dal leader Osama Bin Laden, di stabilire il proprio quartiere generale operativo sul suolo afghano.

Osama Bin Laden

Si assisteva ad una specie di patto tra i due gruppi che acquistavano armi sia dagli Stati Uniti, sia dal Pakistan.

Dagli inizi degli anni ’90 sino all’affacciarsi del nuovo secolo, il gruppo terroristico di Bin Laden coltivò le rimostranze dei Paesi occidentali per reclutare da tutto il mondo persone che accettassero di essere parte dell’organizzazione, di ricevere l’addestramento e di portare in atto attacchi terroristici contro gli Stati Uniti.

Le loro operazioni in Afghanistan sono culminate con l’utilizzo di aeromobili di linea contro le Torri Gemelle e il Pentagono.

L’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001

Proprio quest’anno ricorre il ventennio degli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti (11 settembre 2001) che sconvolse l’intera comunità internazionale.

Gli attacchi hanno portato il governo statunitense a rispondere con la forza con l’invasione dell’Afghanistan come risposta ai due gruppi afghani.

L’allora Presidente George Bush motivava che l’atto di attacco verso l’Afghanistan rientrava nell’articolo 51 della Carta delle Nazioni, che sancisce il diritto naturale ossia una prerogativa inerente alla sovranità dello Stato, quale norma che stabilisce il diritto alla legittima difesa.

Ciononostante, si è molto dibattuto attorno alla questione se l’impiego dell’azione coercitiva armata statunitense e degli alleati verso l’Afghanistan per colpire il gruppo di Al-Qaeda, responsabile di aver scatenato attacchi terroristici sul suolo statunitense, potesse essere inquadrato nella cornice della Carta onusiana.

Difatti, in quel periodo si parlò di legittima difesa preventiva, secondo la dottrina Bush, che serviva per prevenire un’imminente minaccia o attacco terroristico, dottrina che non fu accolta dalle Nazioni Unite.

Senza dimenticare che, dopo l’occupazione dell’Afghanistan (nel senso di invasione) sempre Bush avviò una massiccia detenzione e tortura a Guantanamo di migliaia afghani, senza un processo.

L’invasione ha portato ad un’occupazione formale, accompagnata da un’ampia presenza di forze militari di Stati terzi in Afghanistan.

Durante il mandato di Barak Obama, il livello di truppe battenti bandiera statunitense e della NATO veniva ampliato, cagionando, negli anni, vittime in entrambe le parti.

Occorre ora menzionare lo sfollamento e l’esodo della popolazione afghana in questi ultimi anni che, dalla fine degli anni ’70, del secolo scorso ha rappresentato una dei più grandi movimenti di persone al mondo.

Molti rifugiati afghani si trovano in Iran, Pakistan e in Turchia. Davanti a questo esodo di massa, come sempre, gli Stati Uniti se ne sono lavate le mani e accantonato quelle che erano le sue responsabilità.

Altro punto da tenere in considerazione riguarda la questione che con l’ascesa dei Talebani, dopo la decisione degli Stati Uniti e di altri Paesi di ritirare le proprie truppe, ci sarebbe il rischio di aprire le porte al terrorismo.

Minacce terroristiche sottovalutate dall’attuale amministrazione statunitense, a guida Biden, che ha fatto gongolare i gruppi terroristici dopo l’annuncio del ritiro delle truppe.

La Casa Bianca, seguendo le orme dell’ex Presidente Donald Trump, sta percorrendo la via piena di errori sulla figura dei Talebani.

L’ex Presidente USA, Donald Trump

Questi ultimi sono ormai facilitati dal ritorno al potere e potrebbero favorire santuari di movimenti terroristici.

Anche se i Talebani hanno firmato l’accordo di Doha nel febbraio 2020 che prevede il ritiro delle truppe, impegnandosi in cambio a rompere con Al-Qaeda e a iniziare un dialogo diplomatico con i politici afghani per arrivare, eventualmente, al silenzio delle armi, gli stessi Talebani restano allineati con i gruppi terroristici.

La storica firma degli accordi con i talebani nel febbraio 2020

Ciò è stato evidenziato dalle Nazioni Unite in un rapporto (S/2021/486) pubblicato agli inizi di giugno di quest’anno, in cui si evince che i Talebani e altri gruppi sono associati a gruppi terroristici considerati una minaccia per la pace, la sicurezza e la stabilità in Afghanistan, hanno asserito che un gruppo di combattenti parti di Al-Qaeda e altri elementi terroristici sono allineati con i Talebani e sono già attivi in varie zone del Paese.

Mentre l’accordo di Doha stabilisce che i Talebani non coopereranno con i movimenti terroristici, reputati una minaccia per gli Stati Uniti e gli alleati, il rappresentante onusiano dell’Agenzia che monitora i vari gruppi terroristici, ha denunciato che proprio i Talebani avevano promesso che sia il loro gruppo che quello di Al-Qaeda sarebbero rimasti alleati.

Eppure i Talebani stessi avevano garantito che avrebbero tagliato ogni legame con i terroristi, visto che il piano dell’invio di truppe statunitensi 20 anni fa era quello di sradicare Al-Qaeda e l’accordo di Doha prevede(va) di espellere tutte le cellule terroristiche presenti in Afghanistan.

Un accordo, a mio parere, del tutto debole, inaffidabile e viziato che ha solo portato al fallimento della diplomazia statunitense nello sperare di risolvere una volta per tutte la questione della presenza terroristica in territorio afghano.

L’ascesa dei talebani nel Paese degli Aquiloni ispirerebbe molti gruppi che si rifanno al cosiddetto terrorismo globale.

Ci sarebbe il grosso rischio che l’Afghanistan ritorni ad essere terreno fertile del terrorismo transnazionale, come è accaduto negli anni passati.

Ora che i Talebani sono ritornati al potere e decisi di mutare il nome dello Stato afghano in Emirato islamico, sarà arduo per la comunità internazionale dover riprendere in mano la situazione e invitare il nuovo governo, costituito da personaggi non credibili e inaffidabili, riportarlo alla memoria di rispettare le regole internazionali, le libertà fondamentali degli esseri umani, i diritti delle donne afghane e via discorrendo.

Ancora una volta, non si può non sottolineare la responsabilità degli Stati Uniti nell’aver commesso errori come ultimo capitolo della vergognosa storia statunitense in Afghanistan.

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