Afghanistan: La Missione Resolute Support chiude tra la commozione dei soldati

Di Giusy Criscuolo

Herat (Afghanistan) dalla nostra inviata. Dalla base di Camp Arena in Herat la bandiera dell’Italia è stata simbolicamente ammainata ieri, per poi lasciare definitivamente il campo nelle prossime settimane. Sono trascorsi circa 20 anni dall’inizio della missione italiana con l’Alleanza Atlantica e come ogni ciclo anche questo è giunto a compimento. Le domande e i dubbi sulla chiusura della missione sono molti, soprattutto alla luce delle rinnovate escalation nella terra degli Aquiloni.

Arrivo ad Herat – Foto Giusy Criscuolo

Il Contingente italiano, come in ogni Teatro in cui il Tricolore è coinvolto, si è adoperato in una reale e proficua opera di peacekeeping. Scuole, case, poliambulatori in favore di quella popolazione che per 20 anni si è sentita protetta e al sicuro. Gente che viveva in una bolla di sicurezza creata dal nostro Contingente, capace di creare dei legami umani che molto spesso, in realtà del genere, fanno fatica ad emergere. Resolute Support chiude dopo essersi sostituita nel 2015 alla precedente ISAF.

L’atmosfera che si respira è quella tipica di fine “mandato”. È un momento delicato quello che riguarda la chiusura di una missione e la nostra presenza non rende più semplice il lavoro dei nostri militari, che sono comunque felici di vederci in base. Sempre e comunque affaccendati nella gestione di ciò che resta del Contingente e della struttura fino a pochi mesi fa operativa al 100%. Ci dicono che ciò che vediamo è la metà di ciò che c’era, ma l’intensità con cui raccontano questa terra è la stessa di sempre, anche più forte.

Militari Italiani con la popolazione locale – Foto Difesa

Presenti sul campo dal 2001 con la risoluzione 1386 delle Nazioni Unite, che diede vita all’International Security Assistance Force (ISAF). Il dispiegamento di uomini e mezzi in campo è stato notevole. Il tutto concepito per sostenere le istituzioni afghane a seguito del deterioramento della sicurezza. L’obiettivo era mantenere la situazione il più sicura possibile e garantire alla popolazione delle condizioni di vita dignitose.

Con l’ISAF, la Forza multinazionale di Pace voluta soprattutto dalle diverse etnie afghane nel dicembre 2001 con la firma della risoluzione 1383 a Bonn, la Coalizione aveva preso l’incarico di “condurre operazioni militari in Afghanistan, secondo il mandato ricevuto in cooperazione e coordinazione con le Forze afghane, a fine di assistere il Governo nel mantenimento della sicurezza, favorire lo sviluppo delle strutture di governo e assistere sforzi umanitari…”, passando da una prima fase di difesa e messa in sicurezza, ad una di training e peacekeeping a 360 gradi.

Le missioni che si sono susseguite sono state numerose. Molti i Regimenti coinvolti e le Compagnie impiegate con i loro alti standard operativi. L’Italia oltre al cuore lascia l’Afghanistan con il suono del Silenzio, in onore ai 53 caduti che sono diventati parte di un progetto che merita la continuità su ciò che fino ad oggi è stato fatto, anche per non rendere vano il loro sacrificio.

Comandante di Herat, il Gen. di Brigata Beniamino Vergori – Foto Giusy Criscuolo

Una continuità su cui la Comunità Internazionale dovrà vigilare per non perdere i risultati ottenuti. “La Comunità internazionale dovrà fare la sua parte, con coraggio e consapevolezza, per fare in modo che la pacificazione non venga rallentata o fermata. Non vogliamo che l’Afghanistan torni ad essere un luogo sicuro per i terroristi” dichiara Guerini, non senza far trasparire la preoccupazione per ciò che sarà del Paese.

Il primo pensiero va “a tutti coloro che hanno compiuto l’estremo sacrificio nell’esercizio dei loro doveri, civili e militari. Anche se la nostra missione sta per finire, il loro ricordo vivrà per sempre e il loro sacrificio non sarà mai dimenticato” dice il Comandante di Herat, il Gen. di Brigata Beniamino Vergori.

Alla presenza del Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli, del Ministro della Difesa l’On. Lorenzo Guerini, del Gen. Luciano Portolano Comandante del Vertice Interforze (COI), il Gen. Vergori non ha nascosto la commozione per questo ammaina bandiera simbolico. Fiero di essere a capo di “questa eccezionale squadra” durante questo ultimo mandato. “Il nostro compito è terminato ed il futuro di questo splendido Paese è nelle mani degli afghani. Un popolo ricco di storia, tenace e resiliente, supportato dal Governo e dalle Forze Afghane assicurerà ogni possibile sforzo affinché l’Afghanistan non sia più un rifugio sicuro per il terrorismo”.

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli, Il Ministro della Difesa l’On. Lorenzo Guerini – Foto Giusy Criscuolo

Da queste parole si comprende che non è e non sarà semplice per nessuno chiudere con una realtà così onnicomprensiva e impegnativa, che ha visto concretizzarsi numerosi progetti, per i quali si spera ci sarà una continuità nel prossimo futuro. Soprattutto dopo quasi 20 anni di attività gender e di sostegno di sicurezza, materiale ed umano ad una popolazione, che fino a poco prima di conoscere i nostri soldati, stentava a vivere serenamente.

Senza nascondere l’entusiasmo e la profonda soddisfazione per tutto ciò che è stato fatto il il Gen. Vergori non lascia spazio ad elucubrazioni e chiarisce: “La soddisfazione, unitamente al profondo rispetto per tutto ciò che è stato fatto e raggiunto” esprimendo la gratitudine a tutti i militari schierati ad Herat in passato e oggi fino alla chiusura definitiva della missione. “Obiettivi raggiunti grazie al sostegno costante, umile ed onesto di ogni singolo individuo appartenente al contingente Nazionale.”.

I militari del Comparto Difesa schierati durante il simbolico ammaina bandiera – Foto Giusy Criscuolo

Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli “Oggi nel momento simbolico dell’ammaina bandiera di questa importante missione, sento forte l’impeto di rivolgere il mio pensiero nel rendere omaggio a tutti coloro che hanno sacrificato la vita nel compimento del loro dovere. Sono ben 53 le lacrime che non verranno mai dimenticate da tutti noi e dall’Italia intera”.

Con la dichiarazione di un abbraccio virtuale a tutti i militari presenti il Capo di Stato Maggiore della Difesa dice “grazie, ringrazio voi e con voi tutti il personale della difesa che si è alternato in questa missione. L’impegno, la professionalità, la dedizione, i sacrifici personali profusi lontani dal vostro paese e dalle vostre famiglie sono stati apprezzati da tutti”.

Sottolineando come molti progetti siano stati realizzati, mette in evidenza il personale contributo di ognuno di loro, dando seguito a risultati straordinari per la promozione della sicurezza e del rispetto dei diritti umani. Ricordando con particolare enfasi, gli interventi dei militari italiani in favore della popolazione femminile afghana. “Con progetti realizzati con l’obiettivo di costruire percorsi di miglioramento della lor condizione… Militari ricchi di umanità che non hanno mai smesso di cercare un rapporto costruttivo con la popolazione locale e di confermare quei valori di solidarietà con i quali si contraddistinguono tutti i militari italiani impegnati in ogni Paese dove si trovano ad operare”.

Un momento in cui un pilota dell’Aeronautica italiana e un pilota dell’Aeronautica  afghana rientrano dal training – Foto Difesa

Ma è inevitabile pensare a cosa sarà di questa terra nonostante il grande lavoro fatto e lasciato in mano agli afghani. Abbiamo celebrato la chiusura della Missione, la  cessione  di una base su cui si è ampiamente investito in termini umani, di capacità operative ed economiche., Una base vista come l’ultimo baluardo di salvezza per quei locali che hanno investito e creduto in un cambiamento che si spera non si fermi a metà.

Di solito la parola celebrare, indica la chiosa finale di una vittoria. Ma oggi, con i dubbi creati da quella leadership talebana, che fino a pochi anni prima era combattuta come realtà estremista e di terrore, fa sorgere il dubbio sulla reale “vittoria” che sta portando alla chiusura della Missione. Senza dimenticare i nascenti gruppi terroristici che iniziano ad invadere l’Afghanistan. Ma d’altronde ogni cosa ha un suo termine e bisogna iniziare a dare fiducia a quel Governo, a quel popolo e a quell’Esercito preparato da 20 anni, per poter gestire un ipotetico futuro caos.

Militari italiani con la popolazione locale durante la donazione di materia prima e beni di prima necessità – Foto Difesa

Il Ministro Guerini, non nasconde la sua preoccupazione sull’andamento del post missione, ma con uno sguardo di fiducia dice: “Lasciamo l’Afghanistan, dopo aver ottenuto sicuramente importanti risultati per la sicurezza internazionale e per la libertà, soprattutto del popolo afghano. Sono loro oggi la nostra principale eredità e sono loro che da domani saranno chiamati a fronteggiare le minacce della democrazia in Afghanistan”.

Sottolineando come “la sfida in Afghanistan è ancora grande, dobbiamo continuare ad essere a fianco degli afghani… Una pace durevole non può essere imposta. Essa deve nascere e svilupparsi attraverso un processo politico, economico e diplomatico condiviso”.

Un processo ancora lungo, che sicuramente sarà minato dai nemici della democrazia, fondamentalisti legati alla dura Shari’ah, e che sicuramente, viste le ultime premesse sugli accadimenti nella Terra degli Aquiloni, non permetteranno che la pacificazione abbia un luogo dove mettere radici.

Uno dei tanti Bunker sparsi per la base e creati per la salvaguardia del personale militare in caso di attacchi di razzi talebani – Foto Giusy Criscuolo

Il Tricolore si appresta a rientrare in patria, conscio di aver rappresentato al meglio il proprio Paese, per finire con l’operazione Aquila che porterà in Italia i 240 interpreti, con le loro famiglie, personale che ha lavorato a fianco degli italiani in questi lunghi anni. Senza dimenticare in dietro nessuno. A tal proposito, il Ministro Guerini parla anche di 400 lavoratori impiegati, in diverse attività imprenditoriali, ed in supporto in questi anni al nostro Contingente.

Uno di lor mi dice: “Ero arrivato un po’ diffidente, ma ho conosciuti afghani meravigliosi, accoglienti e la mia diffidenza è subito andata via. Qui ci lascio un pezzo di cuore”. Tutto è in continua evoluzione, tranne la certezza ormai consolidata che i nostri uomini e le nostre donne rientreranno in Patria, lasciando un pezzo della loro vita in questa splendida terra.

 

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