Afghanistan: l’Occidente impari la lezione e torni ad essere più realista

Di Fabrizio Scarinci

Kabul. Dopo quasi vent’anni di guerra, non diversamente dai vari altri attori precedentemente trovatisi a combattere sul suolo afghano, anche la NATO, supposta alleanza militare più forte del mondo e della Storia, è caduta nella cosiddetta “tomba degli imperi”.

Militari statunitensi in Afghanistan

Durante questa lunga e tragica esperienza gli occidentali hanno imparato a proprie spese quanto possa essere difficile cercare di controllare quel disgraziato territorio, che con la sua disagevole topografia e la sua popolazione estremamente refrattaria alle dominazioni straniere, non sembrerebbe perdonare neppure il minimo errore strategico.

In effetti, se ci si volesse dilettare ad individuare il miglior modus operandi per acquisire il controllo di un Paese come l’Afghanistan, emergerebbe, molto probabilmente, come la cosa più logica da fare sarebbe quella di cercare di ottenere dall’esterno un certo grado di influenza sul suo governo, aiutandolo a restare in sella in cambio di una condotta favorevole e minacciandolo (sempre dall’esterno) di destabilizzare il suo potere in caso di atteggiamenti ostili o non in linea con quanto auspicato.

Le montagne di Tora Bora, teatro di diversi scontri durante il conflitto e valido esempio di come il territorio afghano si presti alla conduzione di azioni di guerriglia

Se, invece, si rendesse necessario occuparlo ed operare all’interno dei suoi confini, come accaduto agli USA e ai loro alleati all’indomani dell’11 settembre 2001, oltre a tenersi pronti a subire delle perdite, sarebbe probabilmente saggio (a meno di non essere intenzionati a governare col pugno di ferro e a compiere delle stragi) perseguire obiettivi razionali coinvolgendo attori locali militarmente affidabili e cercando di far avvertire il meno possibile la propria presenza alla popolazione civile.

In quegli anni, però, a causa di una fatale combinazione di fattori di natura culturale e legati alla situazione contingente, gli occidentali non erano in grado né di formulare, né di perseguire una strategia che tenesse conto di quanto appena detto.

Immagine degli attentati dell’11settambre, causa scatenante dell’intervento degli USA e della NATO in Afghanistan

In particolare, dopo aver vinto la Guerra fredda, l’Occidente a guida statunitense sperimentava una fortunata condizione di egemonia sul resto del mondo, dalla quale scaturivano sia una smodata fiducia nei propri mezzi, sia una visione ideologico propagandistica secondo cui la liberaldemocrazia, unico sistema capace di garantire pace e prosperità, fosse inevitabilmente destinata a diffondersi in tutto il globo e che il ruolo degli USA e dei loro alleati, già più volte attivatisi al fine di promuovere libertà e diritti umani, dovesse essere proprio quello di favorire la sua affermazione.

Tale visione, oltre a non tenere conto di quanto l’approccio statunitense alle dinamiche internazionali del XX secolo fosse stato, in realtà, molto più pragmatico di quanto non venisse raccontato, tendeva, tra le altre cose, a mischiare morale e strategia nell’ambito di una schema concettuale profondamente intriso di dogmatismo e manicheismo.

Il Presidente degli Stati Uniti George W Bush, in carica al momento degli attentati dell’11 settembre

Questo fece sì che, una volta focalizzatisi sull’Afghanistan, trasformato dal regime talebano in una vera e propria centrale operativa del terrorismo internazionale di matrice jihadista, i vertici politici statunitensi (o una parte di essi) non videro un insieme di tribù arretrate governate da gente tutto sommato in linea con la cultura che esse esprimevano, ma un popolo in catene ansioso di modernizzarsi.

Di conseguenza, in seguito all’occupazione del territorio afghano (cosa purtroppo necessaria, dato che l’obiettivo di eliminare quel gigantesco covo di terroristi non poteva essere ottenuto restando all’esterno del Paese) le forze della NATO vennero coinvolte nell’irrealistico obiettivo di creare e far funzionare un regime di tipo democratico.

Al fine di assolvere tale compito, giudicato essenziale al fine di evitare il ritorno dei Talebani (che l’imperante mentalità manichea aveva erroneamente scelto di annientare e non di contenere in modo intelligente, magari dividendoli e facendo terra bruciata attorno ai gruppi più vicini ad Al Qaeda), esse si sono sforzate per anni di costituire e supportare un apparato amministrativo e di sicurezza a cui affidare gradualmente il controllo dello Stato, ma dato che da quelle parti si lavora e si combatte solo per Allah, o tutt’al più per qualche bottino (e certamente non per la democrazia), esso si sarebbe rivelato straordinariamente corrotto e inefficiente, finendo per allontanare la già refrattaria popolazione dal progetto di democratizzazione.

Militari delle forze di sicurezza afghane

Se poi a questo aggiungiamo il fatto che, in quel momento, l’Occidente non era culturalmente pronto a tollerare gli inevitabili costi dell’occupazione del Paese e che le opinioni pubbliche europee sembravano non sopportare neppure l’idea di dover infliggere dei danni al nemico (contro il quale pretendevano che i loro soldati combattessero con dei precisi “caveat” e solo in determinate circostanze), si capisce come, sin dalle sue prime fasi, la missione fosse destinata al fallimento.

Dopo qualche anno, e, sfortunatamente, dopo aver intrapreso anche un’altra operazione dello stesso tipo in Iraq, i vertici statunitensi si resero conto di quanto gli obiettivi assegnati alle proprie truppe fossero del tutto irraggiungibili.

Restava, tuttavia, il compito di dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda, ragion per cui la missione sarebbe continuata ancora lungo, passando dall’Amministrazione Bush a quelle di Obama, Trump e Biden.

Nondimeno, una volta ucciso lo sceicco del terrore Osama Bin Laden (individuato, tra l’altro nel vicino Pakistan) le principali ragioni che spinsero gli USA e i loro alleati a restare furono essenzialmente l’orgoglio e la possibile utilità di mantenere la propria presenza in un’area di particolare interesse per Mosca e Pechino, due giganti militarmente in ascesa con cui i rapporti si stavano, nel frattempo, deteriorando.

Immagine del leader di Al Qaeda Osama Bin Laden, ucciso nel 2011 dai Navy Seals nei pressi della località pakistana di Abbottabad

Ma, con il passare del tempo, l’impossibilità di fare dell’Afghanistan un Paese stabile, requisito indispensabile al fine di mantenerlo come avamposto, ha progressivamente indotto gli USA, sempre più preoccupati dal cruciale scacchiere del Pacifico, ad abbandonarlo al suo destino, cercando, un po’ come nel Vietnam, una sorta di “pace onorevole”.

Ed è così che si è arrivati agli accordi di Doha del 29 febbraio 2020, dove i Talebani, perfettamente a conoscenza di quanto americani ed europei fossero ormai poco interessati alle vicende afghane, sono riusciti ad ottenere il completo ritiro delle truppe della NATO in cambio di un semplice cessate il fuoco e della vaga promessa di impedire ad Al Qaeda e ad altre organizzazioni terroristiche di operare servendosi delle aree poste sotto il loro controllo.

Immagine della firma dell’accordo di Doha

Già dopo un anno appariva chiaro come il primo di questi due impegni non fosse stato rispettato, ma ormai Washington aveva scelto di ritirarsi, imponendo tale decisione anche ai propri preoccupati alleati.

Lasciate a combattere autonomamente, le impreparate e corrotte forze di sicurezza afghane non hanno potuto fare altro che desistere, riconsegnando il Paese ai Talebani e provocando, insieme alla disorganizzata evacuazione occidentale, l’indegno caos delle ultime settimane.

Cosa succederà ora è, chiaramente, molto difficile da prevedere; gli ex seguaci del Mullah Omar tornano infatti al potere dopo quasi un ventennio di assenza e il contesto che trovano è effettivamente molto diverso da quello del 2001.

I Talebani entrano in una città afghana

La stessa Al Qaeda, tanto per citare un esempio, è solo l’ombra di quella dell’attacco alle Torri gemelle, e le nuove organizzazioni che l’hanno soppiantata nella galassia dell’estremismo islamico non sembrerebbero avere buoni rapporti con gli “studenti coranici”, che, dal canto loro, non vedono di buon occhio la diffusione dell’ISIS sul loro territorio.

Per tale regione, quantunque i Talebani siano (e verosimilmente resteranno) dei criminali liberticidi, la loro associazione con il fenomeno del terrorismo potrebbe, a partire dai prossimi anni, non essere più così immediata.

Miliziani dell’ISIS in Medio Oriente; i rapporti tra i Talebani e quest’ultima organizzazione sarebbero pessimi

Ma, ovviamente, anche qualora non dovessero più costituire una minaccia diretta (cosa, peraltro tutta da dimostrare), il colpo psicologico subito dall’Occidente con il loro ritorno non dovrebbe essere sottovalutato. E soprattutto non dovrebbero essere sottovalutate le cause di tale disfatta, alla cui base vi è certamente una buona dose di sfortuna ma anche il mix di manicheismo e vanità di cui si parlava pocanzi, che ha comportato un enorme dispendio di risorse ed energie (oltre che, naturalmente, di vite umane) al mero scopo di perseguire obiettivi di natura propagandistica.

In conclusione, allo scopo di rendere la comunità euro-atlantica più attrezzata al fine di affrontare la competizione di potenza del XXI secolo, che cela minacce ben più gravi di quelle portate dal fenomeno terroristico, appare urgente operare un rapido ripensamento del nostro approccio alla strategia, separandola dalla mera propaganda e tarandola sul perseguimento di obiettivi più utili alla tutela della nostra sicurezza.

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