Afghanistan offline: il nuovo volto del controllo talebano

Di Giuseppe Gagliano*

Il divieto di internet come strumento politico
La decisione dei Talebani di spegnere la rete Wi-Fi in cinque province settentrionali segna un punto di svolta nell’evoluzione del loro regime. Dal loro ritorno al potere nell’agosto 2021, i Talebani hanno progressivamente ristretto spazi di libertà, ma la chiusura della fibra ottica rappresenta il primo vero blackout selettivo a livello regionale. La misura, voluta direttamente dal leader supremo Haibatullah Akhundzada, è giustificata con la necessità di prevenire “attività immorali”, ma ha l’effetto di isolare milioni di cittadini dall’accesso all’informazione e ai servizi digitali.
Strade di Herat (foto Salvatori)
Impatto economico e sociale
La chiusura del Wi-Fi colpisce duramente le attività economiche, soprattutto le piccole imprese che avevano trovato nel commercio online un’ancora di salvezza in un Paese devastato dalla crisi. Commercianti e imprenditori hanno denunciato la misura come un passo indietro che soffoca l’innovazione e riduce ulteriormente le opportunità di lavoro. Sul piano sociale, il divieto limita la libertà di espressione, penalizza i media indipendenti e riduce la possibilità dei cittadini di comunicare con l’esterno, aggravando l’isolamento internazionale dell’Afghanistan.
L’ideologia morale come architrave del potere
Il provvedimento si inserisce in un quadro di crescente imposizione di norme religiose: obbligo per le donne di coprirsi, per gli uomini di far crescere la barba, divieto di musica nelle automobili, esclusione delle donne dai compound ONU. Internet, percepito come veicolo di valori occidentali e di contatti “pericolosi” tra uomini e donne, diventa così il nuovo fronte della battaglia ideologica. I Talebani puntano a rimodellare la società secondo un’interpretazione rigorista della sharia, e il controllo dell’informazione è uno strumento essenziale per mantenere il consenso e prevenire forme di resistenza.
Donne con il burqa a Herat (foto Salvatori)
Rischi di destabilizzazione interna
Il blackout digitale, parziale ma esteso, potrebbe alimentare nuove forme di malcontento. In un Paese dove l’opposizione armata continua a colpire in diverse province, la privazione di un canale di comunicazione rischia di esacerbare le tensioni tra autorità centrali e popolazione locale. Non è un caso che alcuni funzionari provinciali abbiano chiesto di ripristinare almeno un accesso limitato per i servizi governativi, segno che anche all’interno dell’apparato talebano esistono preoccupazioni per l’impatto economico e amministrativo della misura.
Una questione anche geopolitica
Il provvedimento arriva mentre l’Afghanistan tenta di reinserirsi nella diplomazia regionale e negozia con vari attori per il riconoscimento internazionale. Il blackout manda però un segnale opposto: quello di un Paese che si chiude e che teme l’influenza esterna più di quanto cerchi cooperazione. Non a caso, figure come l’ex ambasciatore statunitense Zalmay Khalilzad hanno definito la misura “dannosa e miope”, sottolineando che esistono strumenti di filtraggio meno drastici usati in altri Paesi islamici.
Conclusione: un Paese tra isolamento e sopravvivenza
La scelta dei Talebani riflette un paradosso: nel tentativo di proteggere la “moralità pubblica”, il regime rischia di strangolare l’economia e peggiorare il già precario tessuto sociale. L’Afghanistan del 2025 appare sempre più come un laboratorio di controllo totale, dove la religione è usata per legittimare scelte politiche che rafforzano il potere centrale, ma riducono lo spazio vitale della società civile.
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