Afghanistan, oltre la vittoria

Di Francesco Ippoliti

Kabul. I Talebani, o quelli che si definiscono tali, hanno vinto e conquistato il potere: ora bisogna gestirlo.

Immagine del Mercato di Kabul

Dopo i grandi proclami e le feste per strada, i vertici Talebani hanno capito che guidare un paese non è proprio semplice, non bastano RPG e AK47, non sono sufficienti le bandiere bianche o inneggiare al proprio Dio.

Ora devono iniziare a sostenere una popolazione che, bene o male, sotto “l’occupazione” occidentale poteva cercare di vivere una vita normale, tanto criticata ma ora tanto ricercata.

La popolazione, sia favore che contro i nuovi vincitori, ha necessità dei bisogni primari, di sicurezza, di risposte.

Il portavoce dei Talebani, Zabihullah Mujahid, nella conferenza stampa, ha dichiarato quali saranno i punti fondamentali del nuovo corso per una nuova nazione che ha recepito il pensiero del popolo afghano ma che sarà guidato dalla sharia, la legge coranica.

Punti molto chiari, come ad esempio i diritti per le donne nel rispetto della legge islamica, la loro istruzione e la grazia per tutti gli afghani (specie gli interpreti) che hanno lavorato sia per la Coalizione che per il passato governo, da loro sempre considerato fantoccio dell’occidente e corrotto. Inoltre nuove aperture per la politica come l’alleanza con il Pakistan, la sicurezza per le diplomazie, il distacco dal terrorismo, ma soprattutto il riconoscimento internazionale.

Un discorso che è in contrasto con la reale ed attuale situazione nelle città del paese. Vi è stata una pronta caccia alle personalità politiche e militari (tuttora in corso), esecuzioni sommarie riprese e pubblicate nei social nonché furti e saccheggi.

Persone che cercano di entrare nell’aeroporto di Kabul

Una buona parte del popolo afghano, spesso opportunista, ha inneggiato l’arrivo dei nuovi padroni ma comincia a vedere in essi spesso figure di criminali comuni e nuovi dittatori per un ritorno del crimine e dei soprusi che vigevano prima dell’arrivo dell’occidente.

Oggi il paese è fermo, sono chiusi gli uffici governativi, le banche, i negozi, i distributori, i presidi ospedalieri, tutto il commercio lungo la ring road ed i confini sono un colabrodo con pochi mezzi che entrano: la gente sta vivendo un momento di incertezza preoccupante. In Kabul questa situazione è fortemente sentita poiché era il cuore del paese, nelle periferie invece si attende, si cerca di ripartire, ma l’indeterminatezza del domani non permette di pianificare o di indirizzare il proprio destino.

Ai proclami Talebani si scontra la realtà. Sono quotidiane le azioni contro le donne e contro ogni simbolo femminile, vi sono esecuzioni sommarie che sono il terrore di ogni afghano, i disordini sono sedati con le armi, non si riesce a riconoscere una autorità da un criminale. Gli assembramenti vengono dispersi da uomini armati in nome dei Talebani, ma di dubbia credibilità.

Cominciano a scarseggiare i carburanti, l’energia elettrica importata principalmente dai paesi viciniori ha spesso interruzioni ed i fondi governativi sono stati bloccati presso le banche americane. Le forniture vanno pagate e la banca centrale afghana ha poche risorse a disposizione. Anche la rete internet ha grosse interruzioni e dalle zone rurali arrivano poche e incomplete comunicazioni.

L’organizzazione talebana è verticistica e dovrebbe ramificarsi dal leader alle zone rurali. La componente militare era piuttosto nebulosa, a combattenti preparati ed inquadrati in gruppi si sono affiancate molte persone di dubbia fede. I vari comandanti talebani hanno cercato, e stanno tuttora cercando, di dare una parvenza di organizzazione militare di sicurezza per infondere credibilità alla popolazione. Le varie testimonianze parlano di combattenti che vestono le uniformi e sono dotati di equipaggiamenti rinvenuti nei depositi abbandonati dell’esercito afghano ed in quelli della polizia. Qualche patch o la bandiera bianca identifica la loro appartenenza ai nuovi vincitori.

Il paese, in questa situazione, non ripartirà presto, la gente ha paura, non torna negli uffici, si stanno perdendo le capacità gestionali fin qui create e chi può cerca di riparare all’estero oppure dirigersi nelle zone rurali per sfuggire alle persecuzioni nelle città.

In questo clima minaccioso sta tornando alla ribalta l’ex Presidente Karzai, figura enigmatica, camaleontica, spesso contro l’Occidente, in particolare contro gli USA, capace di siglare accordi economici vantaggiosi con tutti i paesi disponibili, alleati e non. Gli scontri e le provocazioni contro Washington hanno spesso incrinato i rapporti con l’ex Presidente, al punto tale che ha definito l’ISIS come una creazione degli USA, aprendo di fatto i rapporti con i Talebani e tutti i network criminali afghani. Ora si è riproposto come colui che è in grado di far ripartire il paese, capace di ricostruire l’apparato governativo sotto la nuova direzione talebana. Karzai sta tessendo una rete pericolosa sia per se stesso che, in caso di successo, per tutto l’occidente.

Ma una parte delle forze armate e delle forze di polizia, fuggita dall’avanzata talebana, si sta invece riversando nella valle del Panjshir, la vecchia roccaforte del compianto e stimato Comandante Ahmad Shah Mas’ud colui che ha combattuto i Talebani in passato. La guida è affidata al figlio, anch’esso Ahmad Mas’ud, con al seguito alcuni vertici governativi, tra i quali il Vice Presidente ed il Ministro della Difesa, persone non molto considerate dagli afghani in uniforme. Starebbe chiedendo aiuto internazionale, specie agli USA, per poter riorganizzare un esercito di afghani fedeli ai principi occidentali e pronti a contrastare le forze talebane.

Sarà difficile, per ora, che qualche nazione si possa esporre con il nuovo comandante Mas’ud. Tutti i leader politici del mondo sono alla finestra per osservare l’evolversi della situazione del paese e per poter prendere decisioni ponderate.

Il paese afghano non serve a nessuno se non per scopi strategici dettati dagli interessi economici dei singoli stati. Serve alla Cina per i collegamenti della “Via della seta”, per i suoi minerali, per i suoi modesti campi petroliferi, serve al Pakistan per gli stessi motivi e per bloccare il mercato verso l’India, all’Iran per allargare la sua sfera di influenza sciita ed ampliare il corridoio del Medio Oriente. Inoltre altri attori continuano a mostrare interesse verso il paese, quali Turchia e Russia, ma altri ancora si potrebbero aggiungere.

E la dirigenza governativa europea e americana avevano tra le mani il paese afghano ma non lo hanno saputo gestire. Fino a quando pagheremo per questo errore?                                                                                                                      © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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