Di Giuseppe Gagliano*
ADDIS ABEBA, Nel cuore della regione etiope di Benishangul-Gumuz, a poca distanza dal confine sudanese, sta prendendo forma un’infrastruttura che racconta molto più di quanto mostri.

Le ricostruzioni basate su immagini satellitari, testimonianze di funzionari e documenti diplomatici indicano la presenza di un campo destinato all’addestramento di migliaia di combattenti legati alle

Se confermata, questa realtà segna un salto di qualità nel conflitto sudanese: da guerra interna a crisi regionalizzata, dove gli Stati vicini non sono più spettatori ma attori, diretti o indiretti.
La posizione del sito non è casuale. Siamo in un’area di cerniera tra Etiopia, Sudan e Sud Sudan, corridoio naturale per uomini e rifornimenti.
Il disboscamento iniziato mesi fa, la comparsa di centinaia di tende, l’arrivo di mezzi pesanti e la costruzione di strutture di supporto indicano una pianificazione logistica di medio periodo, non un’iniziativa improvvisata.
Il ruolo degli Emirati e la politica delle smentite
Diverse fonti attribuiscono agli regione etiope di Benishangul-Gumuz, un ruolo di finanziamento, addestramento e supporto logistico.
Abu Dhabi respinge ogni coinvolgimento diretto nelle ostilità, ma il suo attivismo nel Corno d’Africa non è una novità. Gli Emirati da anni costruiscono una rete di influenza fatta di porti, basi, investimenti e cooperazione militare.
In questo quadro, il Sudan rappresenta sia un terreno di competizione sia una pedina nella più ampia partita sul Mar Rosso.
Il sostegno passato garantito ad Addis Abeba, anche con aiuti finanziari miliardari, ha creato un canale politico privilegiato tra Etiopia ed Emirati. Oggi quel rapporto potrebbe tradursi in convergenze di sicurezza che superano le dichiarazioni ufficiali.
La diplomazia nega, ma la geografia e le infrastrutture raccontano altro.
Valutazione militare: logistica, droni e profondità strategica
Dal punto di vista militare, l’elemento più rilevante non è solo il campo di addestramento, ma l’ecosistema che lo circonda.
Il potenziamento dell’aeroporto di Asosa, con nuovi hangar, piazzali e strutture compatibili con operazioni di droni, suggerisce la creazione di una piattaforma operativa avanzata.
I droni modificano gli equilibri locali: sorveglianza, attacchi mirati, guida delle operazioni a terra.
In un conflitto dove le linee del fronte sono fluide, la superiorità informativa vale quanto quella numerica.
Per le Forze di Supporto Rapido, disporre di retrovie relativamente sicure oltre confine significa aumentare la resilienza, ruotare i combattenti, curare i feriti, accumulare scorte.
Per l’Esercito sudanese, al contrario, vuol dire affrontare un avversario con profondità strategica, più difficile da logorare.
La diga come fattore geopolitico
A poco più di cento chilometri dall’area si trova la Grande Diga della Rinascita Etiope, infrastruttura vitale per Addis Abeba e simbolo della sua ambizione di potenza energetica.
La vicinanza tra la diga e zone potenzialmente militarizzate introduce un rischio ulteriore.
Qualsiasi destabilizzazione della regione occidentale etiope tocca indirettamente la sicurezza della diga, già al centro di tensioni con Egitto e Sudan.
La sicurezza energetica diventa così parte integrante della sicurezza militare.
Scenari economici: guerra e valute
L’Etiopia affronta da anni una cronica carenza di valuta estera e un forte fabbisogno di investimenti.
In questo contesto, il sostegno finanziario dei partner del Golfo ha un peso politico inevitabile.
La sicurezza può diventare moneta di scambio: cooperazione militare in cambio di ossigeno finanziario.
Ma ogni coinvolgimento nella crisi sudanese comporta rischi, perché allontana capitali prudenti e aumenta la percezione di instabilità.
Per il Sudan, la prosecuzione della guerra civile distrugge capacità produttiva, commercio e infrastrutture.
Più il conflitto si prolunga, più il Paese diventa terreno di competizione tra potenze regionali interessate a oro, terra agricola e rotte commerciali.
Geopolitica e geoeconomia di una guerra regionale
Il conflitto sudanese è ormai un nodo della competizione nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.
Qui passano rotte marittime cruciali, qui si affacciano progetti energetici e infrastrutturali, qui le potenze mediorientali cercano profondità strategica.
Etiopia, Emirati, Egitto, Arabia Saudita e altri attori leggono il Sudan non solo come crisi umanitaria, ma come spazio di influenza.
Se l’ipotesi del campo di addestramento troverà ulteriori conferme, significherà che la guerra sudanese è entrata in una fase di esternalizzazione controllata: combattenti, armi e tecnologie che circolano oltre i confini, mentre le responsabilità politiche restano sfumate.
È il modello delle guerre contemporanee a bassa visibilità diplomatica ma ad alta intensità locale.
Una crisi destinata a durare
La combinazione di rivalità regionali, interessi economici e fragilità statali rende improbabile una soluzione rapida.
Ogni attore cerca di non esporsi troppo, ma di non restare fuori dal gioco.
Così la guerra sudanese diventa un conflitto a cerchi concentrici: parte da Khartoum, si allarga alle periferie, poi ai confini e infine agli equilibri del Corno d’Africa.
In questo spazio grigio tra negazioni ufficiali e fatti sul terreno si decide il futuro della regione.
E, sempre più spesso, anche quello degli equilibri tra Africa e Medio Oriente.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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