Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. La visita del Principe ereditario saudita a Washington, martedi’, non è stata soltanto una riabilitazione politica dopo anni di imbarazzo internazionale.

È stata, soprattutto, l’occasione per ridisegnare i rapporti di forza tra Stati Uniti e Arabia Saudita in un momento in cui entrambi cercano di consolidare il proprio ruolo in una regione segnata da instabilità, competizione tecnologica e una crisi energetica permanente.
Dal 2018, anno dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il P0rincipe non aveva più varcato la soglia della Casa Bianca.
Il ritorno è avvenuto con tutti gli onori, come se quel passato fosse stato declassato a un inconveniente diplomatico utile solo ai cerimoniali del dissenso, ma irrilevante sul piano degli affari veri.
Dietro la stretta di mano ostentata dal presidente americano c’è una trattativa che tocca quasi tutte le leve del potere: difesa, energia, nuove tecnologie e, soprattutto, il futuro programma nucleare civile dell’Arabia Saudita.
È qui che si gioca la partita più delicata, quella che intreccia sicurezza regionale, divergenze strategiche e il bisogno saudita di emanciparsi dalla dipendenza totale dal petrolio, cardine della Visione 2030 voluta dal principe.
L’ambizione atomica di Riad
Il Regno punta a installare oltre quindici gigawatt di capacità nucleare entro il 2040, con una prima centrale da quasi tre gigawatt sulla costa orientale, nei siti di Khor Duwaihin o Umm Huwayd.
Non è soltanto una scelta energetica: è un messaggio politico. Riad vuole mostrarsi come potenza tecnologica, capace di competere con gli attori che dominano i mercati dell’energia e le catene di approvvigionamento globale.
Il gruppo sud coreano guidato dalla società pubblica dell’energia è oggi il candidato favorito grazie al reattore di ultima generazione già impiegato negli Emirati Arabi, considerato affidabile e dai costi contenuti.
A differenza dell’offerta russa e di quella cinese, più aggressive sul piano commerciale ma cariche di implicazioni geopolitiche, la soluzione coreana appare più accettabile per gli Stati Uniti, che pur non partecipando direttamente al progetto esercitano un potere decisivo attraverso i brevetti e le componenti di origine americana contenute nel reattore.
Washington e Seul, il tandem strategico
La tecnologia americana come architrave dell’intesa
Dietro la presenza coreana si muove l’ombra di Washington, che vede nel progetto saudita un’occasione per bloccare l’avanzata russa e cinese in un settore chiave come quello nucleare.
Gli Stati Uniti vogliono mantenere la presa tecnologica sul regno e allo stesso tempo imporre condizioni rigide per evitare che l’energia atomica diventi uno strumento politico o, peggio, strategico.
La discussione ruota intorno a due punti: evitare che l’Arabia Saudita possa arricchire uranio in proprio e impedire il ritrattamento del combustibile esausto, ovvero le due strade che potrebbero condurre a capacità sensibili. Riad, dal canto suo, chiede garanzie di sicurezza e trasferimenti tecnologici, insieme alla possibilità di far crescere un settore industriale nazionale.
È una trattativa complessa, che tocca l’orgoglio saudita e le paure americane.
Il contesto geopolitico. Tra concorrenza globale e promesse miliardarie
La visita del Principe ha portato sul tavolo anche un pacchetto militare da oltre cento miliardi di dollari e la promessa saudita di aumentare a mille miliardi gli investimenti complessivi sul territorio americano. Energia, infrastrutture, spazio e intelligenza artificiale sono i settori più appetiti, quelli in cui Washington punta a contenere la concorrenza cinese e a rafforzare un alleato storico che negli ultimi anni ha flirtato con Mosca e Pechino, soprattutto per ragioni energetiche.
Il giorno successivo, gli incontri con il Congresso hanno confermato che il clima politico è mutato: non più diffidenza e richiami al caso Khashoggi, ma una benevolenza pragmatica dettata dalla centralità del regno negli equilibri del Medio Oriente e dal ruolo dei suoi investimenti.
Un equilibrio fragile. L’energia atomica come nuovo terreno di influenza
L’accordo nucleare non è ancora definitivo, ma la direzione è chiara.
Il Regno vuole entrare nel club delle Nazioni dotate di energia atomica, gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro influenza sul processo, la Corea del Sud punta a consolidare la propria posizione come potenza tecnologica esportatrice. Sullo sfondo restano le potenze alternative: la Russia, con la sua offerta attrattiva ma rischiosa, la Cina con la sua penetrazione industriale, la Francia con la sua lunga tradizione nel settore.
Una competizione globale che trasforma il programma saudita in un campo di battaglia silenzioso
Ciò che emerge da questa visita è il ritorno di un rapporto privilegiato tra Washington e Riad, fondato non più soltanto sul petrolio ma su una rete di scambi tecnologici, investimenti e accordi di sicurezza che rafforzano un’alleanza storica e allo stesso tempo la rendono più complessa.
L’energia atomica diventa così il simbolo di un Medio Oriente che cerca nuove rotte, e di un’America che vuole tornare a dettare le condizioni del gioco.
*Presidente Centro studi Cestudec
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