Di Giuseppe Gagliano*
RIAD. Dal 1° febbraio prossimo l’Arabia Saudita vuole consentire a tutti gli investitori stranieri l’accesso diretto ai mercati finanziari nazionali, eliminando i vincoli che finora passavano attraverso lo status di “investitore estero qualificato”.

In pratica, un cambio di filosofia: meno selezione amministrativa, più mercato. E soprattutto più liquidità potenziale sulla Borsa Tadawul, con accesso ad azioni, obbligazioni, obbligazioni islamiche sukuk, fondi indicizzati quotati e strumenti derivati.
Scenari economici: capitale fresco, ma a quale prezzo
L’obiettivo immediato è chiaro: aumentare profondità e volumi del mercato, ridurre il costo del capitale per imprese e Stato, e rendere più credibile la trasformazione economica saudita oltre il petrolio.
Se l’apertura funzionerà, Riad potrà attrarre investitori istituzionali che finora restavano alla finestra, spingere nuove quotazioni e sostenere programmi di investimento pubblico senza caricare tutto sul bilancio.
Ma c’è anche il rovescio.
Più capitale straniero significa anche più volatilità importata. In presenza di shock geopolitici o di oscillazioni del prezzo del petrolio, i flussi possono invertire direzione in poche ore. Un mercato più “globale” è anche un mercato più esposto, e la gestione della fiducia diventa materia di stabilità nazionale.
Geoeconomia: la finanza come strumento di sovranità
Qui la scelta è strategica. Riad non sta solo cercando investitori: sta cercando centralità.
Aprire Tadawul equivale a dire che la piazza saudita vuole competere con i grandi snodi finanziari regionali e diventare un canale obbligato per chi vuole stare nel Golfo.

È un modo per trasformare la ricchezza energetica in influenza di sistema: chi entra con capitali e prodotti finanziari entra anche in un ecosistema regolatorio, in una rete di interessi, in una relazione politica.
In un mondo che si frammenta, l’Arabia Saudita punta a essere un mercato “di riferimento” per più blocchi contemporaneamente: Occidente, Asia, e Paesi emergenti.
Non è neutralità: è moltiplicazione delle opzioni.
Valutazione geopolitica: Riad si offre come ponte, ma detta le condizioni
L’apertura completa è anche un messaggio diplomatico. Il Regno si presenta come economia affidabile, prevedibile, pronta a regole più leggibili per l’investitore internazionale.
È un invito a sedersi al tavolo, ma alle regole di casa.
E c’è un punto politico sottile: più investitori stranieri significa più legami economici che rendono costosa, per gli altri, l’idea di rompere con Riad. È una forma di deterrenza morbida: intrecciare interessi finanziari per ridurre lo spazio di manovra degli avversari e aumentare quello degli amici.
Valutazione strategica militare: la sicurezza come premio assicurativo
Finanza aperta e sicurezza nazionale si toccano. Un mercato che aspira a essere globale deve dimostrare di poter proteggere infrastrutture, rotte energetiche, dati e stabilità interna.
Ogni crisi regionale, ogni rischio sul Mar Rosso o nel Golfo, ogni tensione con l’Iran si riflette immediatamente sul “premio” richiesto dagli investitori.
Per questo l’apertura dei mercati è anche un incentivo a rafforzare la postura di sicurezza: non per fare la guerra, ma per abbassare il costo della paura. La stabilità diventa un asset economico misurabile.
Conclusione: Riad vuole capitale, ma soprattutto vuole potere
L’eliminazione dei vecchi filtri all’ingresso non è solo una riforma finanziaria. È un tentativo di trasformare la Borsa in uno strumento di politica nazionale: attirare denaro, legare interessi esterni, aumentare il peso geoeconomico del Regno e rendere la stabilità un vantaggio competitivo.
Se funzionerà, l’Arabia Saudita non avrà solo più investitori. Avrà più leva. E in questa fase storica, la leva conta spesso più del denaro.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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