Di Fabrizio Scarinci
TEHERAN. Nei giorni scorsi gli iraniani hanno tentato, senza successo, di colpire con due missili balistici la base aerea statunitense dell’isola di Diego Garcia, territorio oltremare britannico collocato nel cuore dell’Oceano Indiano, a circa 4000 km dalle coste dell’Iran.

Compiendo tale azione, Teheran ha, di fatto, rivelato al mondo di possedere un arsenale caratterizzato da un raggio d’azione di gran lunga superiore rispetto a quello ufficialmente dichiarato (ossia non più di 2000 km per i suoi missili balistici a più lunga gittata e circa 3000 km per il missile da crociera “Soumar”).
Sulle caratteristiche di questi due IRBM, di cui uno precipitato a causa di un malfunzionamento e l’altro abbattuto da un intercettore SM-3 lanciato da un cacciatorpediniere classe Arleigh Burke della marina statunitense, si sa, ovviamente, ancora molto poco.

Tra le ipotesi maggiormente gettonate vi sono, da un lato, quella secondo cui si tratterebbe di veicoli di lancio spaziale riadattati allo scopo (nello specifico, si pensa che possa trattarsi di due Ghaem-100 a propellente solido in dotazione all’IRGC, che, se usati in modo balistico piuttosto che per i lanci spaziali, sono, senza dubbio, in grado di raggiungere distanze maggiori rispetto alla forza missilistica regionale di Teheran) e, dall’altro, quella secondo la quale gli iraniani potrebbero aver esteso la gittata di alcuni dei missili balistici presenti nel proprio arsenale, come, ad esempio, gli MRBM khorramshahr, attraverso un significativo (e, forse, anche esagerato) alleggerimento del loro carico esplosivo.

In ogni caso, però, il messaggio politico sembrerebbe essere piuttosto chiaro, soprattutto per i Paesi europei, che, com’è facile osservare, rientrano in pieno nel raggio d’azione di tali sistemi.
Per ciò che concerne il contrasto ad eventuali attacchi con missili di questo tipo, il vecchio continente farebbe, verosimilmente, affidamento sugli intercettori statunitensi SM-3 Block 2A schierati a bordo delle unità della US Navy operanti nel Mediterraneo orientale e su quelli dello scudo missilistico NATO, notoriamente incentrato sul sito AEGIS Ashore di Redzikowo (Polonia), che dispone di 24 SM-3 (anche in questo caso Block 2A) e Deveselu (Romania), che dovrebbe però ospitare 24 SM-3 Block 1B (non proprio l’ideale contro gli IRBM).
A questi dovrebbero, poi, teoricamente essere aggiunti gli Arrow-3 recentemente acquistati da Berlino, che, tuttavia, non raggiungeranno la “Full Operational Capability” prima del 2030 e, perché no, quelli di Israele (sempre, però, che possa dedicarne qualcuno all’intercettazione di missili diretti contro il territorio di altri Paesi).
In effetti, si tratta di forze non propriamente “imponenti”, che non avrebbero alcuna possibilità di neutralizzare attacchi particolarmente massicci.
D’altro canto, però, va anche detto che un eventuale attacco di saturazione contro l’Europa richiederebbe quantitativi di IRBM e missili “Soumar” (questi ultimi molto più facili da abbattere) di cui, verosimilmente, gli Ayatollah non dispongono, senza, poi, contare che l’eventuale continuazione dei raid israelo-statunitensi ridurrebbe sempre di più le capacità della Repubblica Islamica di lanciare i propri sistemi più complessi e/o di grandi dimensioni.
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